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Recensione : Gluecifer – Same drug new high

Ci è voluta la bellezza di ventidue anni di attesa, ma finalmente i Gluecifer sono riusciti a sfornare un nuovo disco (escludendo la raccolta “B-Sides & Rarities 1994-2005” di tre anni fa) pubblicando, all’inizio del nuovo anno, “Same drug new high“, il loro sesto lavoro complessivo sulla lunga distanza (che esce su Steamhammer). Il loro penultimo studio album, “Automatic Thrill“, risaliva infatti al lontano 2004, seguito poi da una lunga assenza dovuta a un temporaneo scioglimento, interrotto dalla reunion del 2018 che, insieme alla parte concertistica dei tour, inizia a dare i suoi frutti, suggellando un ritorno discografico ufficiale.

Il veterano combo norvegese (e cioè i membri fondatori Captain Poon alla chitarra e il frontman Biff Malibu, oggi affiancati dal chitarrista Raldo Useless, dal bassista Peter Larsson e da Danny Young alla batteria) fondato nel 1994 e già tra i protagonisti principali dell’ondata “Scandinavian rock” (un movimento che, sul finire del vecchio millennio e l’inizio del nuovo, diede nuova linfa alla scena garage rock mondiale grazie ai dischi incendiari e agli exploit mediatici/commerciali di Hives, Turbonegro, Hellacopters, Backyard Babies, (The International) Noise Conspiracy, Flaming Sideburns e altri) ripartono da dove si erano fermati, cioè da una formula sonora che shakera glam, punk e rock ‘n’ roll per dare vita a un high-energy drink non più bruciante come in passato, ma ugualmente abrasivo, e che ancora si diverte a scalciare e pestare forte.

I nostri non hanno smarrito la via maestra del fuoco che alimenta rock ‘n’ roll anthem furiosi in grado di far tremare i fiordi e prenderti a calci nel culo, e l’opener “The idiot“, “Armadas“, “Mind control“, “1996” (l’anno in cui l’ensemble di Oslo diede alle stampe il suo primo EP) e la conclusiva “On the wire” sono lì a dimostrarlo, brani perfetti per scatenarsi ai concerti sotto i palchi. Ma anche midtempo trascinanti come la title track, “I’m ready“, “The score“, “Pharmacity“, “Made in the morning” e “Another night, another city” fanno ancora la loro porca figura.

Undici brani solidi, senza fronzoli, senza significativi cali di tensione e pieni di combattiva cazzimma (ben rappresentata dalla metaforica immagine del gallo in copertina) per un comeback più che riuscito, che riprende il discorso dove l’aveva lasciato due decenni fa, e in cui oggi l’energia della spensieratezza postadolescenziale riesce a convivere con la consapevolezza di non essere più di primo pelo, ma l’entusiasmo di suonare resta immutato nel tempo. Lunga attesa ripagata con un Lp ispirato e grezzo al punto giusto. Velkommen tilbake, Gluecifer!

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