Four Tet-Pink

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Four Tet-Pink

Che l’ (ex) enfant prodige Kieran Hebden, in arte Four Tet fosse una personalità estremamente poliedrica e sperimentale – anche a costo di arrampicarsi troppo sugli specchi e di risultare a tratti inconcludente, come nell’ultimo There is Love in You (2010) – questo, lo si era capito.

E il fatto che sia diventato uno dei più grandi produttori di elettronica dovrebbe fare luce sul senso del nuovo disco, Pink, con un piglio nettamente più “clubby”.

Non aspettatevi l’inventiva di Pause o Rounds, aspettatevi, invece, una cascata electro-techno, ritmi ossessivi, claustrofobici q.b. per un club inglese. Tutto qui? Manco per idea.

È un disco moderatamente difficile; è un disco ricavato da vari singoli fatti uscire nei mesi scorsi, le uniche originali sono Lion e Peace for Earth; è un disco che senza l’esperienza nata dagli Ep realizzati sotto (e con) la sapiente guida di Steve Reid, batterista che suonava con Miles Davis, Ornette Coleman, Sun Ra per citare i più famosi, non avrebbe questo piglio “quadrato” e razionale. [Ma se collaborava con Reid, non avrebbe dovuto avere ritmiche più strane? Forse che Four Tet nella Ferina Estate 2012 abbia già digerito la lectio magistralis di Reid? Ma allora i groove jazzy dove sono? Forse che si sia distaccato dal maestro ma “non abbia ucciso il suo idolo?” Forse che Reid, morto nel 2010, si sia reincarnato in Four Tet? Domande legittime e insolute. Chiedete a lui: [email protected] ]

Ciò che potrebbe sconvolgere i vecchi aficionados delle follie acrobate dei primi dischi è appunto la mancanza di spazio all’improvvisazione strumentale dura e pura (si senta No More Mosquitoes), supplita ora da un’attentissima cura per il suono e per i loop a ripetizione (nuovi campionamenti? nuovi magici strumentini? Check it!) Mai come in questo disco si realizza la passione di Hebden per i ritmi ossessivi di batteria.

Il disco si apre con un ritmo da Africa Nera (Locked) tempestato di loop e sovraincisioni, una chitarrina sullo sfondo che imita qualche tizio famoso ’70 – forse Gilmour , un bassone violento che a sprazzi emerge dal ritmo jungle, un flauto/didjeridoo per aggiungere gusto. Non è finita, tutto questo nel finale s’incrocia e s’intreccia, tessendo una discreta trama electro-club

Lion, che protrebbe essere il singolo dell’album, vanta una certa fascinazione per le tastierone darkeggianti – con debita coscienza, non è certo una citazione buttata lì! – miste a ritmi da club e a sfavillanti xilofoni (!!) a sfumare. Simili soluzioni attraversano tutto l’album – penso a Jupiters che al posto dei ritmi semplici, ha delle gran campionature, penso a Ocoras che al posto delle tastiere ha dei suoni spaziali – rendendo il cd molto solido e compatto, come un buon cd edito da un producer.

Fin qui tutto bene; si prosegue ancora meglio con 128 Harp, memore dei passati Rounds e Pause, con quell’arpa quasi spersonalizzante e quella voce campionata (dice Yep?). Ci si può aspettare di tutto dopo un pezzo così matto, tranne che Pyramid, un pezzo decisamente indecifrabile – del resto Four Tet fa “intelligence dance music”: spiega molte cose.

Un finalone in salsa krautrock avvolge e incellophana un disco da comprare assolutamente.

fourtet

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