Flavio Giurato è un cantautore atipico, dal talento cristallino, ma lontano dalle luci della ribalta del mainstream e totalmente estraneo alle logiche dello show-business dell’industria discografica. Da anni viene celebrato dagli appassionati come “il segreto meglio custodito della scena cantautorale italiana” e la sua parabola artistica è stata alquanto singolare e anomala per il panorama nostrano.
Nato a Roma nel 1949, e influenzato da De André, Gaber, Jannacci e Tenco, Flavio – fratello del più noto ex giornalista e personaggio televisivo Luca Giurato, ma dal carattere schivo che rifugge i riflettori dello “star system”, totalmente agli antipodi rispetto al famoso parente – in gioventù busker folgorato dall’atrmosfera e dalla scena musicale di Londra, è assurto alla figura di artista di culto sin dal suo esordio sulla lunga distanza, datato 1978, con il concept album “Per futili motivi“, contraddistinto da un cantautorato “sui generis” (non impegnato in senso “militante”, ma sfaccettato, inafferrabile e irregolare) seguito nel 1982 da “Il tuffatore” (unanimemente considerato il suo disco più riuscito) e lo sperimentale “Marco Polo” (1984). Ma, mentre il suo percorso musicale sembrava essere a un punto di svolta (con la visibilità mediatica ottenuta grazie al supporto di Carlo Massarini che aveva parlato di lui nel programma Rai “Mister fantasy“, facendolo conoscere a un pubblico più ampio) tutto si interruppe bruscamente con le case discografiche e, per quasi vent’anni, del nostro si seppe poco o nulla, finendo inghiottito dall’oblio del dimenticatoio, pur continuando a scrivere canzoni e suonare sporadicamente dal vivo.
Ha sempre voluto essere supervisore dei suoi lavori, motivo per cui entrava in contrasto con le major. Tuttavia, è proprio durante il suo periodo “eremita” di assenza dai circuiti musicali ufficiali (durante i quali si era reinventato come tecnico televisivo in Rai) che il “culto” di nicchia di Flavio Giurato si è diffuso tra gli estimatori e gli addetti ai lavori, con l’avvento di Internet, attraverso i siti web a lui dedicati, e la sua musica che continuava a circolare e a essere scambiata online. Con l’avvento del nuovo millennio (e forte anche degli endorsement di diversi musicisti che lo hanno citato come ispirazione musicale) Giurato tornò sui suoi passi e si riaffacciò alla discografia, arrivando finalmente a ripubblicare nuovo materiale, gli Lp “Il manuale del cantautore“, e i più recenti “La scomparsa di Majorana” (2015) e, nel 2017, “Le promesse del mondo” (un concept album incentrato sul fenomeno migratorio, sullo spostamento, sul viaggio e sul movimento degli esseri umani in tutto il globo, un racconto visto da numerosi lati e non da un unico angolo).
Quest’anno, attraverso Panico dischi, Giurato ha fatto uscire un nuovo long playing, “Il console generale“, il suo ottavo lavoro complessivo sulla lunga distanza (contando anche il “Nuovo Marco Polo” del 2020). E’ un’opera in antitesi alle logiche di mercato, col suo essere diretta, asciutta e di sostanza: basta una voce, una chitarra e pochi altri strumenti, laddove oggi là fuori regnano l’immagine, l’arrivismo a ogni costo, l’artificio eclatante, la mascherata, la frivolezza e la creazione di contenuti musicali concepiti solo per suonare appetibili sui social network “virali”, modellati a uso e consumo del gregge depensante. Un allineamento alla visione della musica quale mezzo per inseguire i soldi e la fama facile, che Flavio ha sempre rifiutato, preferendo la completa indipendenza, da sapiente artigiano del “less is more“.
Il cantautore romano affida l’apertura del full length a “Intrepid cosmonaut“, brano cantato quasi per intero in inglese (lingua che caratterizzerà la sua prossima mossa, cioè un album completamente in inglese, “Recent happenings”, a lungo preparato e rifinito, che vedrà la luce nel prossimo futuro) seguito da “Tahiti Tamuré“, straniante commistione tra atmosfere polinesiane nel ritornello e il testo cupo che tratta apertamente del tema della “Shoah” e i campi di sterminio. “La prossima liberazione” musica il testo ispirato al racconto di un ragazzino detenuto in un carcere minorile. La title track ha avuto una lunga gestazione negli anni e con ogni probabilità fa riferimento, nel titolo, al padre di Giurato, Giovanni (che è stato davvero console generale, diplomatico in Uruguay) e alterna italiano e inglese, mentre “Atene 4” contiene liriche che si richiamano a un passato in cui la sua Roma era protagonista indiscussa dei set cinematografici (mondo del cinema con cui da tempo “flirta” anche Giurato che, da tempo, ha in programma la realizzazione di un film western). Non mancano, però, episodi ironici e goliardici come “Laura e il cubano” e “Ricarica“, prima di arrivare alla lunghissima “Caravan“, che chiude il disco con una cavalcata che abbraccia atmosfere reggae e visioni desertiche oniriche. Il tutto corredato dalla copertina dell’opera (realizzata dal poeta Guido Celli) che si presta a varie interpretazioni, a seconda del mood dei brani: una mappa stellare, una tecnica pittorica, una carta nautica, o le luci di un campo di concentramento nazista viste dall’alto.
Forse un vero nesso non c’è, o forse sì, ma la parabola di Flavio Giurato, nel suo piccolo, si potrebbe paragonare alla vicenda incredibile di un altro suggestivo cantautore, lo statunitense Sixto Rodriguez, anche lui un musicista costretto a lasciare il suo sogno e dimenticato e creduto morto per decenni (e finito a lavorare come operaio edile) per poi essere superbamente riscoperto e rivalutato decenni dopo il suo addio alla musica, riportato artisticamente in vita e celebrato come “Sugar man“, con le sue canzoni diventate, inaspettatamente, carburante che alimentava la lotta di un popolo dall’altro lato del mondo (in quel caso, il Sudafrica, con gli oppressi che si battevano contro l’apartheid razzista ai tempi della carcerazione di Nelson Mandela). La musica “eretica” di Giurato non ha fatto da motore o colonna sonora allo scaturire di rivoluzioni o rovesciamenti di ingiustizie sociopolitiche – o almeno, non per ora, ma ce lo augureremmo di tutto cuore, magari nel nostro sgangherato Paese alla deriva – ma di sicuro ha regalato emozioni e continua ad allietare le anime di chi si imbatte e si avvicina alla sua arte spartana, discreta, allo stesso tempo scanzonata e austera, senza fronzoli.
E “Il console generale“, senza il clamore di milionari battage pubblicitari, irrompe come uno dei dischi italiani dell’anno, confermando ancora una volta (ma su questo non avevamo dubbi) la bontà della qualità autoriale di Giurato, che contribuisce a dare lustro a una stagione di cantautorato non inquadrato e fuori dagli schemi che, negli ultimi anni, tra Flavio e gli ultimi lavori di altre anime affini come Umberto Maria Giardini (ex Moltheni), Cesare Basile, Giorgio Canali, Gianni Maroccolo, Amerigo Verardi (e altri, con una menzione speciale per il compianto Paolo Benvegnù) a dispetto delle cicliche mode musicali e del disimpegno pecoreccio delle masse, gode ancora di ottima salute.
TRACKLIST
1. Intrepid Cosmonaut
2. Tahiti Tamuré
3. La Prossima Liberazione
4. Paola E Il Cubano
5. Atene 4
6. Il Console Generale
7. Ricarica
8. Caravan











