Enrico Mazzone

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*Prima di leggere l’intervista fate partire questo brano che servirà da accompagnamento alla lettura*

Questa è la seconda volta che scrivo di Enrico.

Questa è la seconda chiacchierata che facciamo e dalla prima è passato un annetto o poco più; un periodo di tempo breve ma sufficiente ai cambiamenti, che possono avvenire con la rapidità di un battito di ciglia.

Ho lasciato Enrico innamorato e pronto a lanciarsi impavido e senza paure verso il più alto dei sentimenti e verso la promessa di amare una persona fino alla morte e forse oltre. Purtroppo i fatti hanno smentito queste attese: in principio fu uno slancio verso l’ignoto dell’amore e della futura relazione, evolutosi poi in un viaggio attraverso la parte oscura dell’animo umano, un viaggio personale che diventa collettivo, caratterizzante ogni essere umano.

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Partendo dal principio, quindi, poniamo l’unica domanda a cui è necessario rispondere per capire sia il lavoro, sia  -di conseguenza- il vissuto di Enrico, poiché l’uno prescinde l’altro.

Enrico, chi è Enrico?

Parafrasando alcune sue interviste precedenti, Enrico è geograficamente figlio della città di Torino, ma per l’approccio pratico alla sua arte possiamo definirlo discepolo – e, a mio dire, erede della sua poetica – di Soutine, artista che lavorava nelle cucine dei ristoranti per guadagnare qualche spicciolo per comprarsi matite e fogli; non appartiene alla “classe borghese” che può permettersi studi allo IED o appartamenti in affitto dove poter riempire l’aria di scoregge. Lungi da lui avanzare critiche verso chi lo può fare in maniera degna, perché più che status, appartiene a una certa attitudine che si trasforma in Arte comunque.
Dopo un viaggio ad Oslo, in cui accresce la curiosità per il “sempre più a nord”, negli ultimi tre anni è rimbalzato come una trottola tra Lapponia, Russia e Groenlandia – posti nei quali il freddo e il buio non lasciano limiti – per approdare ad oggi nella cittadina di Rauma, terza città più antica della Finlandia.

Enrico: Rauma è un paesino molto carino e pittoresco, con un risvolto non del tutto chiaro, che per lo meno mi da a pensare a come interpretare il comportamento degli abitanti, conoscenti e amici.
Quando associo per suggestioni il mio quieto vivere ad un romanzo “lovecraftiano”, che ha un turgido tepore di bizzarria, riassumo i miei prossimi due anni a un tempo ctonio da codificare e decifrare , al fine di prepararmi a un risultato orgasmico (ovvero un miscuglio di inaspettata imponenza e stupore, che in un crescendo mensile sta iniziando a materializzarsi).
– Sono suggestionato da me stesso quindi o dai segnali che percepisco, dopo anni di lacoontica esperienza? –

Azzurra: Dal punto di vista pratico-artistico, Enrico disegna “in grande” peccando -bonariamente, s’intende – di megalomania. Scontrarsi, per mezzo di una piccola matita, con il grande formato è quello che preferisce e con “grande formato” intendo proprio metri e metri di carta bianca da riempire con pensieri, metafore, dubbi e paure. Di questo si tratta, dello srotolarsi e dell’incidersi dell’esistenza fino ad ora vissuta, lavoro – potreste replicare – personale e chiuso a qualsiasi tipo di dialettica con chi lo guarda, ma che in realtà cerca di confrontarsi con l’esperienza umana più comune e, per questo, più necessaria: il viaggio, di conseguenza l’evoluzione e il mettersi a nudo di fronte alla vita, alle domande che hanno attanagliato e che attanagliano ancora oggi l’essere umano: “chi siamo, dove andiamo, perché viviamo”.

In principio il lavoro, che Enrico tutt’ora porta avanti, era una dichiarazione d’amore. Al tempo, il titolo era “Amore, libertà, indipendenza” evolutosi poi in Albedo (dal latino “chiarezza, candore”). Le dimensioni di Albedo erano di metri 30×4, dove il tema personale si unisce alla tematica nazionale romantica dell’indipendenza della Finlandia dalla Russia, esposto poi per il Giubileo del 2017.

Enrico: La relazione che ho vissuto per un anno e mezzo è stata deleteria, avendomi danneggiato di salute fisica e mentale[…] ho imparato parecchio, utilizzando al meglio l’esperienza come nodo angolare, dal quale mi libero dal passato remoto (gli ultimi 20 anni).
Albedo vedeva il distendersi di un futuro possibile chiaro e rarefatto, con i giusti valori aggiunti “Amore, Libertà, Indipendenza” e per quanto non si siano avverati, sono comunque (di)segnati nero su bianco.

Come I Maya ci insegnano, non tutte le profezie si avverano.

Ho abbandonato una relazione tossica con una persona narcisista che non ha fatto altro che portarmi guai e pene, ho pensato di continuare il disegno per trovare una soluzione plausibile in grado di rassicurarmi su un futuro, incerto, oscuro ma necessario per entrare in un altra dimensione, molto meno artefatta.
i triangoli, i piagnistei, le botte prese e l’amor proprio ritrovato, mi hanno sabotato da un immaginario illusorio ad un livello ben più allucinatorio e non paradisiaco. La caduta degli Ideali ha avuto un impatto molto crudo con la realtà fredda, fatta di pietre con moniti di minacce e segnali travisanti vicino alla mia abitazione. E` stato realmente simile ad un acido scaduto, avendo attacchi di rabbia alternata a panico, senza sapere in quale modo questo stalkeraggio fosse stato attivato nella testa di una persona immatura ed insicura.

Azzurra: Albedo – causa mancanza di fondi- non è stato installato, come da programma, su un ciclorama e per questo motivo il foglio non è stato tagliato ma lasciato aperto ad un ipotetico divenire, forse un segno divino, una scusa per continuare il viaggio e renderlo ancora più organico e complesso: Albedo è diventato un flusso di pensieri lungo ben 97 metri, dove la travagliata vicenda dell’esistente è diventata una scusa per dialogare con uno dei miti della letteratura italiana, Dante Alighieri e la sua Divina Commedia.

Come Dante, Enrico si è perso in quella selva oscura che è l’animo umano, nei tetri meandri che nasconde la sua/nostra mente e da cui è difficile sortire; da qui, il viaggio interiore per uscirne più maturo e forte di prima, dall’inferno verso il paradiso (anche se quest’ultimo è ancora lontano) accompagnato da titani e da eroi che si sono susseguiti prima e continueranno a susseguirsi poi, condensati in quei 97 metri di foglio di carta che è metafora del vissuto di Enrico.

Enrico: Tecnicamente, l’Inferno è disegnato in un unico primo piano visivo mentre il Purgatorio ha le sue scene principali come sfondo, in secondo piano, il Paradiso emergerà nell’ala sinistra del foglio, dirompendo con una sfera celeste nella giudecca.
Al momento Torino mi ha dato la liberatoria e il patrocinio per poterlo esporre in un luogo ancora da sottoscrivere, mentre Ravenna e Firenze sono in forse su come e dove poterlo piazzare.
Da Sgarbi ho una vaga possibilità di poterlo collocare all’interno della mostra itinerante del Museo della Follia, al momento ospitata a Lucca.

Insomma.. il meglio deve ancora arrivare, ancora una volta mi sento ciclicamente all’inizio, più solo e più forte.

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