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Recensione : Elevators To The Grateful Sky – Cloud Eye

Un viaggio lisergico, senza confini musicali, un tuffo nel meglio dello stoner/doom degli ultimi vent’anni, con acrobatiche escursioni nella psichedelia e nell'hard rock settantiano,

Elevators To The Grateful Sky – Cloud Eye

Un viaggio lisergico, senza confini musicali, un tuffo nel meglio dello stoner/doom degli ultimi vent’anni, con acrobatiche escursioni nella psichedelia e nell’hard rock settantiano, accenni nascosti, sommersi da una eruzione di riff, di quel southern sporco e contaminato dal fuoco, che alimenta il nuovo stoner nord europeo, suonato da band che, come gli Elevators To The Grateful Sky, sono state educate all’arte del Metal estremo.

Tutto ciò lo troviano nel primo album di questa magnifica band siciliana: praticamente ad ogni nota che esce dalle casse si respira sabbia del deserto e si intraprende un viaggio sabbatico in quella valle tanto cara ai Kyuss, dispersi e alla ricerca della strada di un ritorno che si fa sempre più difficile, aggrediti ad ogni passo da nuove sfumature che portano ora a sentieri sabbathiani, ora a a reminiscenze pinkfloydiane.
Quando, deliranti e ormai sfiniti, davanti a noi si palesano altri mostri partoriti dalla nostra mente ormai insana, che assumono via via le sembianze artistiche di Cathedral, Sleep, Karma To Burn, Wolfmother, Spiritual Beggars, non possiamo evitare di chiederci come tutto ciò possa essere racchiuso in soli quarantacinque minuti di musica.
Questo disco è un’esperienza che mette in fila gli ultimi due anni di uscite del genere, non c’è un attimo nel quale si possa trovare un dettaglio, un piccolo difetto o un leggero cedimento: la tensione rimane altissima per tutta la sua durata, i brani sono tutti bellissimi senza essere ruffiani e la band asseconda il sogwriting con una prova magistrale.
L’album si presenta sotto forma di una lunga suite, dove i titoli dei brani sono solo un passaggio da un livello all’altro dell’abbandono totale tra le braccia della dea musica.
Dimenticavo, tra i solchi del disco ho ritrovato echi di quelle band che, non ancora ammaliate dai dollari delle major, crearono inconsapevolmente agli albori degli anni novanta quel mostro che alla fine le inghiottì, denominato grunge.
Disco consigliato a tutti quelli che si considerano amanti della musica, senza suddivisioni o limiti di genere.

Tracklist:
1. Ridernaut
2. Sonic Bloom
3. Red Mud
4. Turn in My Head
5. Mirador
6. Handful of Sand
7. Upside
8. Sirocco
9. The Moon Digger
10. Xandergroove
11. Cloud Eye
12. Stone Wall

Line-up:
Giulio – Drums
Peppe – Guitars
Giorgio – Guitars, Bass
Sandro – Vocals

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