Cruciform. Ogni respiro che fai – di Gianfranco Nerozzi

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La capacità, tutta postmoderna, di rinnovarsi, e rinnovare i topoi della narrativa di genere di Nerozzi ha dell’incredibile. Questo primo volume di un nuovo ciclo, che dovrebbe svilupparsi in tre archi narrativi,  assume due direzioni, una contenutistica, l’altra strutturale.

Sia nei fumetti che nelle serie tv il mito del vampiro sta ritornando a dilagare (vedere Dampyr e The strain, due svolte fondamentali). Anche nella narrativa recente italiana si notano alcuni bei titoli da tenere d’occhio, Il gioco dei Dumpire, di Varano (che ho già recensito su queste pagine) e Spinoza rosso sangue di Cilli e D’amico (che recensirò presto).

Nerozzi si aggiunge alla schiera da par suo. La  carne al fuoco è tanta e molto buona. Sono tutte invenzioni, folgorazioni, direi, che, come spiega l’autore nella bella e creativa prefazione (o spiegazione come la chiama Gianfranco) a la King, arrivano o non arrivano. Punto. E ne tira fuori dal sacco a valanghe. E lui stesso a spiegarci come funziona il suo processo creativo. Seduto ad ascoltare i Police, Every breath you take, Ogni respiro che fai. E voilà!

“E così un pensiero mi sorse spontaneo: e se i miei vampiri respirassero il sangue, invece di berlo? … Respiro/senso di soffocamento. Il tema perfetto da trattare per rivolgermi a una moderna generazione di post adolescenti. “

Con buona pace di tutte le scuole di scrittura creativa ecco apparire un illuminazione dopo l’altra, come raccogliere frutti da un albero.

“Colto da una prorompente eccitazione, alzai lo sguardo al soffitto e vidi una falena posata sul bordo della plafoniera del lampadario. … Giunse proprio così la mia seconda illuminazione, mentre ancora riecheggiavano coinvolgenti le note della celeberrima canzone di Sting di cui sopra. Pensai: niente pipistrelli, ma falene, cazzo!”

Il processo di rinnovamento continua con l’invenzione degli occhi specchiati. Ma soprattutto l’adattamento, geniale, di un topos come quello della luce agli standard contemporanei. Ecco allora i vampiri registrare su video l’alba per avere poi il piacere di riassaporane la mancanza! E ci si chiede perché lo chiamino il poeta del brivido! Poi ci viene “narrata” la gestazione dei personaggi. Seguite la semplicità con la quale Nerozzi pare parlare delle sue creature. Prima crea i due cardini della storia, il buono e il cattivo (entrambi vampiri, e già ce ne sarebbe da parlare parecchio). Non contento il nostro tira fuori un investigatore misterioso con una strana patologia del sangue (un ricordo di un compagno di scuola dell’Autore). E una diciannovenne disperata,

“che giunge a infilarsi nell’equazione tramesca, inseguita da un padre-padrone crudele e violento, un orco femminicida del cazzo.”

E ancora un gruppo di fanatici simili ai crociati medievali ma che combattono i vampiri con tecnologie iper moderne. E un misterioso mecenate nell’ombra …. Ma il lettore non si spaventi: questi elementi verranno distribuiti nel corso di una narrazione seriale lunga che darà tutto il tempo di introiettare e innamorarsi dei personaggi. In questo primo volume ne vediamo già tre. Il Priore comandante dei crociati, il Rinnegato capo dei vampiri, Daniel Dragan, (bella assonanza con l’ Harlan Draka di Dampyr) e sua madre, la regina della notte. In sole trenta pagine Nerozzi riesce a stampare nella testa del lettore i tre protagonisti e l’ambientazione pazzesca e azzeccatissima, una galleria ferroviaria in disuso.

E veniamo alla struttura di cui parlavamo all’inizio. Lo scrittore stesso spiega (sessant’anni ma creativo più di un trentenne) anche questo processo e la sua grande capacità di stare al passo con i tempi. Ci illustra le nuove mode narrative. Oggi sta tornando in voga (finalmente dico io da amante dei lunghi cicli fumettistici) la serialità lunga, divisa a puntate. E una modalità che la letteratura aveva tenuto a battesimo, (pensate a Dickens e poi alle grandi riviste americane di fantascienza, giallo e weird) ma che nel secondo novecento ha abbandonato ad appannaggio dei romanzi fiume. Oggi sono prerogative dei fumetti e delle serie tv. Mi pare che in Italia su questo versante ci stiamo portando, per una volta, abbastanza avanti. Due mie prossime recensioni saranno sui cicli di Morellini (I Necronauti) e Leoni (M-files), gemme in questo campo. Questo tipo di struttura permette tutta una serie di innovazioni che, sorrette dalla narrativa di genere contemporanea, deve ancora dare, secondo me, i suoi frutti migliori (sia da noi che all’estero). Non vedo l’ora, ad esempio di vedere l’innesto di due generi come i super eroi e i detective dell’occulto (pensate a trasportare Hellblazer in narrativa).  Sul ciclo di Nerozzi farò altre riflessioni su questo argomento a metà ciclo e poi alla fine.

Lo stile di scrittura richiede anch’esso una lettura di almeno alcuni episodi. Ma sicuramente la maestria si vede già in queste poche pagine. Una scrittura d’impatto, scattante, densa di citazioni pop, soprattutto musicali, da Marylin Manson agli Ac/Dc. E molto ci sarà da dire anche sull’uso sapiente e infallibile delle prospettive,

Ma, per ora, mi taccio.

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