Il gioco dei dumpire di Andrea Varano

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Nel nostro amato paese i generi commerciali sono sempre stai visti con sospetto. Figuriamoci la contaminazione tra due o tre di essi.

Fosse uscito in America, Il gioco dei dumpire di Andrea Varano, si sarebbe urlato al capolavoro pop del momento. Da noi ovviamente silenzio tombale.

Eppure stiamo parlando di un romanzo che dovrebbe dimostrare in modo definitivo la maturità della narrativa di genere italiana. Nel giallo, ad esempio, questa evoluzione è partita una quindicina di anni fa.

Sarebbe il momento giusto di fare lo stesso percorso per i nostri filoni del ramo fantastico, che stanno sfornando un sacco di bei lavori come questo. E un appello che ovviamente rivolgo a tutta una serie di critici italiani mainstream miopi e distratti.

Nel romanzo di Varano il mix di elementi dei vari generi crea un alchimia perfetta. Dal giallo italiano vengono presi i due elementi cardine: una città delle nostre, Milano, caratterizzata in maniera impeccabile ed un detective che resta subito impresso.

Nebbioni è un personaggio tipico delle detective story italiane: molto introspettivo e pessimista, depresso a tratti, ma più che altro realista estremo sulle brutture del mondo. Lontano anni luce dagli eroi del thriller americano. Si porta dietro tutto un passato che non svelo. Giusto che il lettore lo scopra passo passo.

Milano fa da correlativo oggettivo degli umori di Nebbioni. E questo ci porta alle contaminazioni dovute alla fantascienza. Cupa, degradata, post apocalittica non può non ricordarci il Blade Runner tratto da Philip Dick. I pensieri di Nebbioni e i luoghi futuristici di una Milano ormai alla deriva fanno tutt’uno.

Infine, ed è un peccato dover passare in rassegna tutto questo materiale così velocemente, la forte componente horror. Se mi avessero detto qualche tempo fa che dopo un fumetto come Dampyr, capolavoro nel suo campo, qualcuno avrebbe potuto ancora rinnovare il tema, gli avrei riso in faccia. E invece Varano c’è riuscito con una trovata geniale: qui i dumpire non sono dei vampiri ma degli uomini normali ai quali viene fatto un innesto. Dai denti quindi potranno risucchiare tutto dalle loro vittime: pensieri, ricordi, emozioni.

Chiudo in sintesi su altri aspetti. Ripeto, peccato. Perché ci sarebbe ancora da parlare della riuscita superba di tutti i personaggi, persino delle comparse. Romanzo corale? Gli elementi non mancano. E della struttura piena di sbalzi in varie epoche temporali, tutti azzeccatissimi (l’ultimo apre al secondo volume della trilogia.) E dello stile semplice ma mai banale, pienamente aderente alla materia. E delle citazioni sparse dappertutto alla Charles Stross (il ciclo pop della Lavanderia, per intenderci). Divertitevi a trovarle … ad esempio l’influenza in alcuni tratti di James Bond.

Io mi taccio…

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