CONFESSIONI DI UNA MASCHERA GENNAIO MMXXIII

CONFESSIONI DI UNA MASCHERA GENNAIO MMXXIII

Si è chiuso un anno. Nel peggiore dei modi? Probabilmente, ma non per i motivi che si potrebbe essere portati a pensare. Non sono e non possono essere gli imbarazzanti elementi che rappresentano le tre forze di governo a condizionare il nostro umore. Ci sono cose ben più gravi a cui pensare, ad esempio, restando in tema, consideriamo molto peggio l’assenza di un’alternativa a trio di cui sopra. Che sono, è bene ricordarlo, non la causa del male ma i suoi sintomi, la manifestazione conseguente. Il nostro ragionamento deve quindi, per forza di cose, andare oltre, alzarsi da un punto di vista concettuale. Continuare a parlarne finirebbe per portarci al loro livello. Ci sono cose che fanno più male di un governo che si crede tale, ma nella realtà delle cose è solamente la rappresentazione folkloristica di quell’assembramento disordinato e confusionario tipicamente italiano, che non conta assolutamente nulla. Le decisioni vere vengono prese a Bruxelles. Se costoro, e tutti quelli che li hanno eletti, sono soddisfatti a pensarsi forza di governo, ben per loro, peccato che la realtà sia un’altra cosa

È l’uomo, come sempre, la più grande delusione dell’anno. Lo diciamo da talmente tanto tempo che forse stiamo diventando stucchevoli nel nostro ripeterci. Ma dal momento che alla fine siamo noi a popolare questo pianeta, non possiamo fingere che il problema non si riproponga costantemente, con una soffocante ciclicità.

Ripensavo, in questi giorni di feste indesiderate, al compianto DR e alla sua visione della vita. Mi accade spesso, nei momenti di maggiore difficoltà personale, di chiedermi che cosa mi avrebbe detto lui in merito alle mie paranoie. E, visto che ancora una volta l’uomo (scritto volutamente minuscolo) ha decretato la sua inadeguatezza, mi sarebbe piaciuto confrontarmi con lui, che ha sempre messo la socialità al centro di ogni suo ragionamento e iniziativa. Mosso da una spontanea voglia di confronto volta a creare qualcosa che avesse una valenza sociale attiva, con cui contrastare l’alienazione delle giornate ritmicamente scandite dalla frenesia di perseguire la ripetizione della dicotomia usurante casa-lavoro, DR poteva per assurdo essere visto come un inguaribile “ottimista”. Non ho mai capito quante e quali dinamiche interne potessero spingerlo a guardare al domani con occhio benevolo. Dove trovasse la forza per riproporsi costantemente con quella che ho sempre definito in modo quasi caritatevole la sua “pacies cristiana”. Non fosse altro per il fatto che era solito ripetermi come, a suo dire, il più grande rivoluzionario di sempre fosse da individuare nella figura di Gesù Cristo. E detto da una persona come lui che ha sempre guardato con distacco, per non dire sdegno, alla religione cristiana, è un qualcosa su cui mi rendo conto di non aver (mai) riflettuto abbastanza a fondo.

Come ogni volta che torno a pensare a lui in modo più intenso, non posso poi, non tornare a rileggere o riascoltare determinate cose che più di altre hanno segnato il nostro rapporto. Proprio per questo ho deciso di rileggere uno di quei volumi che, una volta riannodati i fili del nostro legame temporaneamente sciolti per le rispettive scelte di vita, mi consigliò di acquistare, e che da allora non ho mai spostato dalla scrivania. Uno di quegli oggetti che mi accoglie silenzioso ogni volta che mi siedo al PC. Parlo di quel “Kronstadt 1921” di Paul Avrich che anche in questo momento intravedo sotto alla pila di CD da ascoltare. Credo di potermi sbilanciare dicendo che questo sia uno di quei volumi che hanno maggiormente influenzato il suo pensiero. Ritrovo infatti nella rivolta dei marinai sovietici di Kronstadt, città fortezza sul Baltico orientale davanti a Leningrado, alcuni punti salienti di DR come essere umano pensante, dotato di spirito critico. Il loro “tutto il potere ai Soviet e non ai partiti” ha rappresentato il punto di partenza nella scelta di DR di alienarsi dall’alienazione. La sua idea di anarchia, basata proprio su questa rivolta che si contrapponeva alla burocratizzazione centralista dello stato sovietico, quindi una sorta di contro-rivoluzione, lo ha portato a ragionare guardando proprio alla classe operaia e contadina. Che se guardiamo con gli occhi di Cristo possiamo tranquillamente identificare “negli ultimi”.

La stessa nascita di Toten Schwan, come etichetta ma anche (soprattutto in fase embrionale) come rete di collaborazione, si muove proprio su queste coordinate. E si caratterizza per la voglia di provare a creare qualcosa “insieme”, partendo da zero. Dal nulla, dagli ultimi, dai diseredati, dai reietti, dagli invisibili, dai salariati oppressi. DR era mosso dall’idea che le persone avessero sostanzialmente la sua stessa voglia di condividere le proprie esperienze, mettendo a disposizione del collettivo i mezzi e le capacità. Idea romanticamente ingenua, che si è subito scontrata con l’individualismo e l’indifferenza verso chi come lui, cercava di entrare in un contesto che fino a quel momento aveva solo guardato dall’esterno. DR era perfettamente consapevole di come l’uomo rappresenti da sempre l’unico animale che provoca dolore solo per il piacere di farlo, e che gode nel vedere la sofferenza dei suoi simili, ma ha scelto di non tenerne sufficientemente conto nel momento in cui ha cercato di “fare rete”.

La sua ostinazione nell’andare avanti in quella strada che appariva chiusa sin da subito, vista oggi, a posteriori, sapendo come sono andate tragicamente a finire le cose, la leggo come l’intenzione di andare consapevolmente incontro all’autodistruzione. Come a voler evidenziare la fallibilità e lo squallore dell’uomo, in modo da prenderne poi, in un secondo momento, le distanze in modo definitivo. Una scelta che si scontra in modo netto con quell’aspetto filoreligioso di cui sopra, laddove il cristianesimo individua nel suicidio il peggiore dei peccati, ma che a mio modo di vedere può invece essere visto come un esempio di quel “sacrificio di sé” spesso citato nei testi sacri cristiano cattolici. A volte penso che i miei siano discorsi senza senso, dettati dall’incapacità di trovare un perché ad un gesto che non pensavo possibile, ma che forse dentro, riesco anche paradossalmente a trovare logico e condivisibile. Sta di fatto che, se guardo all’anno appena concluso, non posso non concordare con DR nell’individuare nell’essere umano chiamato “uomo” la causa di tutti i mali, nonché la peggiore rappresentazione del nostro tempo.

È stato quindi inevitabile, sull’onda del suo ragionamento, procedere all’eliminazione di tutte le cause di negatività che sentivo aleggiarmi intorno. Chiaramente, il mio prendere le distanze, ha ben altra valenza e impatto rispetto al suo, ma i benefici di aver allontanato tutto ciò che percepivo e inquadravo come parte attiva di “relazioni tossiche” in cui mi ero infilato, per noia o per pigrizia, si stanno già facendo sentire. Mi sento libero come non mi accadeva da tempo. Ma soprattutto mi sento consapevole di non aver fatto altro che chiudere rapporti che nella vita reale non sarebbero mai nemmeno nati. I social network hanno una molteplicità di difetti, ma presentano un unico grande vantaggio; puoi cancellare una persona con un click e dimenticarla in tempo quasi reale. Preferisco continuare a cercare, seguendo uno dei tanti suo insegnamenti, la bellezza in ogni luogo penso di poterla trovare. A volte la vita è strana, e ti regala la piacevole e catartica sensazione di un dolore purificatore quando meno te lo aspetti. A tutto questo non posso e non voglio rinunciare, nonostante mi renda conto di essere ancora (virtualmente) circondato da persone amene che, sono certo, alla prima occasione possibile, cancellerò con un click liberatorio.

 

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Luca Ottonelli. E’ nato a Genova nel 1969 e ho completato i primi studi artistici avendo come maestro di Figura G. Fasce.