Afterhours-Padania

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Afterhours-Padania

“Padania”: l’esorbitante ritorno degli Afterhours, a quattro anni da “I Milanesi ammazzano il sabato sera”, Agnelli e compagnia cantante danno fuoco alle polveri e con guizzo corsaro assaltano la scena italiana con un disco da vertigini.

Alla luce dell’ormai ventennale carriera la band matura un’opera coraggiosa, dove la lucidità frutto dell’esperienza incontra l’originaria e primitiva follia.

Quindici tracce affilate che aprono e riaprono ferite, rasoiate arrugginite, lame su carne viva, Agnelli conosce le vie del sangue e senza alcuna pietà (bada bene non senza speranza) lacera a brani il tragico mondo del quotidiano, scava a fondo, arriva alle viscere, estirpa, diserba ogni germoglio del banale. Ci si spoglia dell’inutile, di tutto ciò che non risponde all’essenziale, è un suono (e una voce) che scuoia, scarnifica, pulisce, riduce, anzi meglio, riconduce alla polvere, all’origine, alla prima ragione.
Un viaggio non tanto all’astratta ricerca di sé stessi, quanto piuttosto alla realizzazione del proprio essere, cercando di non perdersi nel terrificante appiattimento del “giorno per giorno”, abbandonando l’affascinante ma assai sibillino ed etereo motto delfico “Conosci te stesso”, per seguire le tracce del più umano “Diventa ciò che sei!” (occhei, anche Pindaro non è che brillasse in quanto a chiarezza, però, però…). Un inno alla liberazione, riqualificare la vita, un “carpe diem” oscuro, nerissimo, buio, ma adesso come dire, il buio ci fa un po’ meno paura.

“Metamorfosi” rivela, già da principio, la natura proteiforme di questo pazzo, pazzo disco, tra giochi di voce (c’è un po’ di Stratos nè), muri bianchi tra(v)volgenti, e-bow in altalena, e orchestrazione cattivissimissima (guidata dal soprendente D’Erasmo, factotum); un’opera caleidoscopica, che con esperta mano chiude nel suo scrigno mille mila anime, un vaso di Pandora, insomma robe con cui non si scherza. Ecco che così troviamo la fresca noisata pop “Terra di nessuno” vicino all’imponente e violenta (non per niente singolone) “La tempesta è in arrivo” che a sua volta anticipa l’oscura ballata “Costruire per distruggere” che un po’ ricorda gli esperimenti più cantautorali del disco precedente; schitarrate, fischi e un piano inquieto: una ricetta che funziona.
“Fosforo e blu” riporta alle orecchie gli echi mattacchioni di “Germi”: schizofollia e urlacci per ugole con gli artigli; “Padania” è la Canzone del disco, pop magistrale. Agnelli qui conferma una capacità di scrittura sopraffina e sensibilità da Grande, da lacrimoni.
“Ci sarà una bella luce” è l’ennesimo volto di questo disco: fanfara iniziale con guizzi pazzarelli, poi ballataccia alla “1.9.9.6.”, e di nuovo bordello epilettico e declamazione delirante, un brano furioso che pur non capendo come possa stare in piedi piace (ma parecchio proprio!). “Messaggio promozionale numero 1” e gemello “numero 2” non fanno che alzare il tasso di traboccante confusione (la “numero 1” poteva funzionare anche come brano a sé …).
“Spreca una vita” raggiunge il culmine di Caos primordiale, “Nostro anche se ci fa male” è una splendida canzone d’amore corretta al cianuro, si candida come super hit per le future compilation da regalare alle giovani principesse in boots.
“Giù nei tuoi occhi” e “Io so chi sono” soffrono un poco di una sorta di sindrome da fine disco e risultano un po’ faticose, i rumoracci alla lunga sembrano proprio rumoracci. “Iceberg” è il preludio della fine ovvero “La terra promessa si scioglie di colpo” perfetta chiusa in stile “Il compleanno di Andrea” che ci accompagna stravolti, ma ripagati (fin in fondo) alla fine. Il sano cinismo lascia una serratura socchiusa, uno spiraglio sottile, sottile, ma significativo: “Io non so se sia sbagliato o no/ So che son cambiato”.

Chi (come il sottoscritto) temeva che gli After avessero sparato tutte le cartucce, si ricreda!
Non tutto è stato già scritto, non tutto è stato detto o fatto, anzi “ c’è forza nelle tue parole” direbbe zio Mimì, c’è ancora la forza (questo lo direbbe il Guccio invece…) di guardarsi attorno, di incazzarsi con la coscienza offesa, di fare male colpendo dove è più tenero. Ed è questo che chiedevamo agli Afterhours. Ed è questo che gli Afterhours ci hanno dato.

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