Yeti Lane-The Echo Show

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Yeti Lane-The Echo Show

I Yeti Lane erano un trio di Parigi, esordienti due anni fa con un omonimo LP. Dopo l’abbandono del fondatore del gruppo Loac Carron, sono diventati un duo (restano Ben Pleng e Charlie) e qualche assaggio di cosa ne è uscito fuori dopo il cambio di assetto lo si ha già avuto con l’EP “Twice”.

Loro affermano di riuscire a lavorare meglio, in modo più veloce e creativo, e di non aver perso niente rispetto a quando la formazione del gruppo era più estesa.

“The Echo Show“ però, dopo un primo ascolto, di concreto non lascia niente più che un timido tepore, caratteristica che difficilmente gli porterà consensi numerosi. D’altra parte, anche dopo parecchi ascolti, continua ad imperare un senso di ‘già sentito’: soprattutto quando si supera la prima metà del disco, più volte non si può fare a meno di controllare se non si abbia inavvertitamente riprodotto la stessa traccia due volte. Tutto questo malgrado i viraggi di sonorità siano – a tratti anche fin troppo – marcati.

Il fascino esercitato dai Yeti Lane in questo disco è di una pasta sottile e labile: è presente, ma non ha niente che gli permetta di manifestarsi subito sotto quella prima patina di torpore e sembra spesso giocare troppo su un certo citazionismo (di prima classe però, più volte mi è sembrato di scorgere la rabbia minimale dei Japandroids e lo stesso gruppo cita tra le proprie influenze gruppi del calibro di No Age e LCD Soundsystem). Anche la stessa ripetitività di alcune tracce potrebbe essere imputabile ad uno stile, magari non del tutto personale, ma costante e coerente per tutta la durata del lavoro.

Sono atmosfere giocate a metà tra elettronico e analogico, frutto dell’amore ossesivo per l’aspetto sonoro di Ben, in cui ampio spazio è lasciato agli intermezzi strumentali. Si trova dunque una batteria presente e costante in tutti i brani – che sarà cosa gradita ai fan di gruppi come i già citati Japandroids – accompagnata ora da chitarre distorte (“Faded Spectrum”), ora da synth ed effetti elettronici vari (come nel magnifico finale strumentale della titletrack “The Echo Show”), in un equilibrio misurato e saggiato. Il tono varia spesso e repentinamente: da suggestioni scure, con un pizzico di nostalgia new wave (“Warning Sensation”), si passa ai più attuali riverberi dream pop (“Strange Calls“, “Dead Tired”), fino ad atmosfere intime e quasi tropicaleggianti, supportate dall’aggiunta di una voce femminile (“Alba”).

I momenti buoni non mancano sicuramente (soprattutto le già citate “The Echo Show” e “Dead Tired”, due pezzi veramente entusiasmanti) e, a parte quelli già citati, i difetti non sono poi così numerosi da rendere il disco un tentativo non riuscito. “The Echo Show” è uno di quei dischi che, anche se non ti sentiresti del tutto sicuro a consigliarlo ai tuoi amici e malgrado le pecche e i difetti, riesce lo stesso a farsi apprezzare.

1. Analog Wheel
2. The Echo Show
3. Warning Sensation
4. –
5. Logic Winds
6. Strange Calls
7. —
8. Alba
9. —
10. Dead Tired
11. Sparkling Sunbeam
12. Faded Spectrum
13 —-

Voto: 7

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