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Recensione : THE DARTS – SNAKE OIL

THE DARTS – SNAKE OIL

Sulla copertina c’è una avvertenza che recita: “Potrebbe contenere tracce di chitarra fuzz, lacrime maschili e particelle di Germanium“.

Si presenta così il terzo lavoro sulla lunga distanza delle DARTS, quattro streghette monelle statunitensi (Nicole Laurenne all’organo e voce e Christina Nunez al basso e voce, entrambe reduci dall’esperienza coi Love Me Nots, coadiuvate da Meliza Jackson alla chitarra/voce e la new entry Mary Rose Gonzales che sostituisce Rikki Styxx alla batteria) che da quasi un decennio intrattengono i nostri timpani con una formula garage rock/punk a base di organo Farfisa e attitudine punk, che deve tanto alla lezione dei padrini Sonics (e delle sorelle maggiori Pandoras) quanto a quella più glammosa e festaiola delle Donnas.

Snake oil” è il secondo album delle belle donzelle a essere pubblicato dalla Alternative Tentacle Records (la label fondata da Jello Biafra, nell’Lp accreditato anche come “production manager” e “production whisperer” che ha consigliato al gruppo di riscrivere i brani, dopo aver scremato una lista iniziale di trenta pezzi, con l’idea originaria della band di pubblicare un album doppio, uno con sole canzoni veloci e un altro con sole canzoni rallentate) dopo il precedente “I like you but not like that” del 2019, e che sicuramente le ragazze promuoveranno nella loro imminente calata italica al Festival Beat di Salsomaggiore Terme (giunto alla trentesima edizione) dove si esibiranno, alla fine di questo mese (oltre alle altre date del tour italiano) nella seconda serata della kermesse in terra emiliana, e per loro si tratta di un ritorno, avendoci già suonato quattro anni fa.

La all-girl band, originaria di Phoenix, non si risparmia e riversa, nella nuova fatica discografica, tredici nuovi brani (composti durante il lockdown pandemico, e quindi figli degli stati d’animo controversi e contrastanti di quel periodo di restrizioni e frustrazioni per la mancanza di musica dal vivo) ottimamente mixati e prodotti da Bob Hoag, aprendo le danze con la title track che aggredisce subito l’ascoltatore con un garage rock ruspante e dritto al punto, per poi proseguire con l’intrigante saliscendi emozionale di “Spy girl“, “Love tsunami” e “Under the gun“, tutte caratterizzate da una velocità strumentale sapientemente dosata e da energici ritornelli azzeccati. Il ritmo rallenta in “Pink slip“, che punta meno sull’impatto fisico e più sulla sostanza, e anche la successiva, suadente “Love song” (uscita anche come singolo) si muove sulle stesse coordinate di un garage rock fuzzato compatto e ammaliante, nel quale le nostre quattro vampire maneggiano con cura il loro fascino, che sa come sedurre (soprattutto la platea di ragazzacci) e poi spezzare il cuore. Dopo le atmosfere cinematiche sinistre di “You just love yourself“, le nostre muse noir ritornano sui sentieri roventi di un garage rock esuberante (contraddistinto dall’onnipresente organo della frontwoman Nicole) in “Underground“, alla quale segue l’altrettanto intensa ed esaltante “Intersex” (inclusa anche nel secondo volume della compilation “Bomb your brain“) mentre “Donne-Moi Tout” aggiunge un tocco esotico francese al lotto. La cadenzata “Black eyes” ci introduce al segmento finale del full length, dove troviamo ad accoglierci la grintosa “Shit Show” e la conclusiva, lunga “Bring it back“, uno stop-and-go garage psych dai toni oscuri che pone fine all’incantesimo.

Snake oil” è un long playing ben arrangiato, dal sound corposo e senza punti deboli, che sa anche cambiare pelle, e di sicuro si attesta tra le migliori pubblicazioni del 2023. Un buon antidoto contro tutti gli incantatori di serpenti che avvelenano l’etere con fake news e altre cialtronate, una riflessione a tutto tondo sull’amore gender free e, in definitiva, un gran disco da far suonare a una festa di addio al nubilato con special guests Elvira e Wednesday Addams (quella vera, non la versione moderna per bimbiminchia) a preparare e servire agli ospiti cocktails a base di veleno di serpente.

 

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