Intervista Lol Tolhurst

Lol Tolhurst

Intervista Lol Tolhurst

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Essere stato il fondatore di una rockband di culto, capace di segnare un’epoca e di influenzare per più aspetti almeno due generazioni di fans e di musicisti, ti ammanta inevitabilmente di un’aura leggendaria. Non potrebbe essere altrimenti.

Eppure Lawrence “Lol” Tolhurst (classe ’59) che nel 1976 tenne a battesimo The Cure – insieme all’amico Robert Smith – è un uomo affabile e gentile che non ha mai abbandonato una visione realistica ed emotiva del suo mestiere, pur conscio del peso che rappresentano ancora oggi quella sua creatura e le idee che ci aveva fatto germinare dentro.

Dopo lo spinoso “divorzio” dalla band nel 1989, Tolhurst ha intrapreso una sua personale e variegata carriera senza mai vivere di rendita; anzi, mettendosi in gioco in nuovi progetti con la stessa entusiastica passione che lo vide creare i Cure e continuando a coltivare l’arte della musica con curiosità ed intelligenza. Poco dopo l’inizio del nuovo millennio ha formato il duo Levinhurts con la moglie Cindy Levinson (conosciuta a Hollywood e sposata nel 2002), vivendo una dimensione diversa della notorietà e tornando a suonare – soprattutto dal vivo – la batteria, suo strumento nei primi album dei Cure.

In queste settimane è impegnato nella promozione di uno speciale podcast realizzato assieme a Budgie, storico batterista dei Banshees di Siouxsie, intitolato Curious Creatures. Il progetto ha la finalità di esplorare “l’eredità duratura del post-punk e la sua rilevanza contemporanea”. Il podcast è disponibile da ottobre su tutte le piattaforme streaming, incluse Spotify e Google; ed è stato anche lanciato un sito web dedicato, ricchissimo di contenuti. Tolhurst e Budgie rispondono alle domande inviate dal pubblico nella seconda metà di ogni episodio ed ogni episodio avrà un ospite speciale.

Pur separati da un’infinità di chilometri, grazie alla preziosa intermediazione della sua press agent siamo riusciti ad aggirare il fuso orario e a farci una chiacchierata a tutto campo, sviscerando vari temi legati alla storia dei Cure e alla sua attuale visione delle cose.

 

Deca – Buonasera e ben trovato Lol. Partiamo dal presente. Proprio ieri mattina stavo ascoltando un brano dei Levinhurst e la mia percezione è stata più o meno questa: un bagaglio rilevante e stratificato di esperienza artistica. Sento un’elegante evoluzione di ciò che hai imparato suonando nei Cure. Possiamo apprezzarlo – per esempio – ascoltando la tua nuova versione di All Cats Are Grey. Poi penso: “Lol Tolhurst ha passato quasi dodici anni della sua vita suonando con i Cure, ma dal 1989 ad oggi, ha passato altri trent’anni a fare la sua musica!” Quali sono gli elementi più rilevanti in questa evoluzione dopo The Cure? Che tipo di influenze hai raccolto per raggiungere il tuo stile personale attuale?

 

Lol – Percepisco gli anni dopo i Cure come molto importanti perché rappresentano una crescita nella vita reale. Oggi c’è ancora abbastanza quel tipo di magia, ma è molto diversa dalla vita che ho avuto nei Cure. Sono ancora immensamente orgoglioso di ciò che abbiamo fatto insieme, ma sento che questa parte della mia vita sarà più utile alle persone ed è un distillato più accurato del mio viaggio creativo. Influenze?.. La mia vita è l’influenza di tutto! Non voglio dirlo in modo irriverente. Intendo sinceramente che l’ispirazione creativa e la mia esistenza quotidiana sono completamente intrecciate.

Lol Tolhurst

Lol Tolhurst

 

Deca – Hai iniziato come batterista, nella prima formazione dei Cure. Non eri un virtuoso come di solito lo erano i batteristi della scena prog-rock; ma… il tuo stile di batteria era così caratteristico! E penso che nei primi album della vostra discografia il tuo stile ritmico fosse fondamentale come lo erano la voce e la chitarra di Robert. Sto parlando di come hai usato il piatto splash, per esempio. Suoni minimali, precisi, perfetti per quei brani, per quelle atmosfere. Una canzone come A forest non sarebbe la stessa senza quella struttura ritmica.

 

Lol – A differenza di molte band nostre contemporanee di allora, noi non abbiamo cercato di emulare i nostri eroi. Ci siamo sforzati subito di trovare il nostro stile. Abbiamo rifiutato molto dell’istrionica esagerazione tecnica del prog-rock, ma volevamo mantenere (nei suoi punti migliori) l’intensità e il contenuto emotivo. Un amico mi ha sempre fatto notare che sono gli errori che fanno diventare inequivocabilmente “tuo” un sound. Per i Cure sono stati i nostri limiti a diventare il nostro stile.

 

Deca – Pornography è stato una vera svolta. Oggi questo album è considerato una pietra miliare nella scena post-punk e anche in tutta la scena culturale rock, alla fine. La sua popolarità è aumentata molto, in questi 40 anni. Continuando a parlare di batteria… in Pornography il tuo drumming è più pesante e più sporco. Hai usato tom profondi e bassi; un rullante vibrante; e i piatti erano strepitosi. Adoro il tuo lavoro in The Figurhead e in Cold. C’è una miscela di suoni molto diversa rispetto a Seventeen Seconds e Faith. Come è nato quel suono? Era un bisogno spontaneo all’interno di un processo creativo? O lo avevi deciso razionalmente?

 

Lol – Avevamo pensato di utilizzare un produttore diverso per questo album. Fino ad allora il produttore era stato Mike Hedges. Avevamo parlato inizialmente con Conny Plank, ma poi cominciò a farsi strada l’idea più razionale che dovevamo fare una scelta diversa. Alla fine, chiamammo Phil Thornalley, che aveva solo 21 anni quando abbiamo registrato il disco! Penso che ci fossimo dati l’un l’altro il permesso di suonare come volevamo. Eravamo tutti molto giovani, quindi nulla era “scolpito nella pietra” per quanto riguarda i suoni che producevamo. È stato un disco piuttosto difficile da realizzare. Eppure, allo stesso tempo, è stato ed è tuttora per me il nostro disco più libero e naturale. Tra parentesi, anni dopo stavamo ascoltando la versione finale di Disintegration in uno studio, nello stesso studio in cui avevamo realizzato Pornography! La cosa ha assunto un valore simbolico molto personale per me, come luogo e come tempo. Diciamo che è stato il posto dove mi sono successe le cose migliori e le cose peggiori! (ride)

 

Deca – Dopo Pornography la band ha vissuto un periodo di transizione, con una produzione più elettronica, più synth, più drum-machine. E anche un assaggio di jazz! Era il 1983, c’erano The Walk e The Lovecats sui nastri delle nostre cassette. Poi, nel 1984, quando sei diventato un tastierista a tutti gli effetti, i Cure hanno registrato un nuovo album (The Top) che non suonava così elettronico. Canzoni come Shake Dog Shake e Give Me It sono piene di chitarre distorte. Pensi che i vostri fan – a quel punto – avessero aspettative diverse? Anche The Top è considerato un lavoro di transizione, un ponte dalla malattia oscura di Pornography verso il mood onirico di The Head On The Door. Per quanto mi riguarda, The Top è un ottimo lavoro. Lo vedo come un passaggio essenziale nella tua discografia.

 

Lol – Quello che dici è corretto. The Top è stata per noi una transizione essenziale dall’intensità di Pornography ai singoli elettronici e jazz. Era un album calmo e tranquillo da realizzare con vari approcci, in studio c’eravamo solo io e Robert con Andy che era nuovo nella band. Non ricordo molta angoscia o difficoltà nel lavorare al progetto. Era necessario alla nostra anima come band. Contiene anche alcuni dei testi che preferisco, tra quelli che io ho scritto, come The Caterpillar e Piggy in the Mirror. Stavo pensando proprio in questi giorni a quel periodo, perché uno dei visitatori abituali dello studio era un ragazzo di una casa discografica che è mancato da poco. Mi ha ricordato che il tempo non aspetta nessuno.

Lol Tolhurst

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Deca – Essendo io sono un pianista e un tastierista, ho sempre avuto molta curiosità circa gli  strumenti che sceglievi. Dimmi qualcosa delle tue tastiere per le sessioni di registrazione in studio. E qualcosa sul modo in cui organizzavi le tue tastiere sul palco.

 

Lol – Mi piacevano tutte le prime tastiere EMU, i campionatori Mirage Ensoniq… E dal vivo ho usato le ultime versioni di quelle, più i campioni della Oberheim. In studio portavamo tutta la nostra collezione di tastiere, tra cui l’Arp Solina. E usavamo il pianoforte dello studio. Per varie ragioni siamo stati anche vittime delle mode di quei tempi, in cui si usavano l’onnipresente DX7 e il Fairlight! La maggior parte dei miei compiti quando ero in studio, all’inizio delle sessioni, era di trovare suoni eccitanti e unici da utilizzare per i vari pezzi. Penso di essere sicuramente più bravo in questo che nell’essere un virtuoso. (ride)

 

Deca – La vita sul palco… I Cure, dopo la metà degli anni ’80, iniziarono a suonare in location sempre più grandi. Ricordo i tuoi concerti per The Head Tour e Kissing Tour, con un pubblico di 5000/10000 spettatori, qui in Italia. Oggi le tue esibizioni dal vivo sono collocate in una dimensione diversa, più riservata, più intima. Questa è una dimensione adattissima per un certo tipo di musica, perché puoi dare qualcosa in più al tuo pubblico; e puoi gestire gli aspetti tecnici dell’audio in modo perfetto. Come ti senti riguardo a ciò? Tornando ai piccoli palchi raccolti delle tue origini dopo una vera abbuffata di location enormi. Tornando a suonare la batteria, soprattutto!

 

Lol – Alla fine la batteria è il mio vero amore, perché è così viscerale! E quando invecchi è bello poterla suonare ancora! E’ molto “astratto” ed emotivo come strumento. Le location più piccole in cui suonare ti consentono sicuramente migliore controllo e più intimità, ma troppo piccole fanno un po’ paura, specie quando le persone sono molto vicine al palco Mi sento meglio in luoghi da 1000/2000 spettatori. I posti in cui ci siamo esibiti, a pensarci bene, erano anche un po’ più grandi, ma in linea di massima la dimensione ideale è quella.

 

Deca – A proposito di look e trend, i Cure determinarono una sorta di standard, in quegli anni. Un punto di riferimento iconico per tutte le dark generations: capelli cotonati, scarpe creeper, eyeliner nero, camicie nere… Il Cure Dresscode è stato uno dei vostri marchi di fabbrica. In che modo pensi che questo look abbia influenzato il tuo appeal artistico? Era un elemento culturale inevitabile che non potevate ignorare? Ho una vasta collezione di foto: nei tuoi primi anni, il tuo guardaroba era molto più variegato, un mix di punk, dandy e rock’n’roll rebel.

 

Lol – Ovviamente, il nostro look si è come distillato nei suoi elementi fondamentali con il passare del tempo. Diventò un modo per identificare chi eri. Ora è quasi l’uniforme di una sottosezione della società. Ammetto che è bello essere stati così influenti in questo! All’inizio – hai ragione – ero più vario nello sperimentare l’abbigliamento. Era per vedere cosa si adattava meglio al resto.

 

Deca – Nel 1983 sei stato il produttore dell’album di debutto di una band che amo tantissimo: And Also The Trees. Grande voce solista, fantastico suono di chitarre, bellissime atmosfere. Questi ragazzi sono stati tra i protagonisti più sottovalutati della scena new wave britannica. Raccontami qualcosa di questa esperienza, per favore. So bene cosa significa essere un produttore. Lavori su un livello più alto di sensibilità artistica, sei una sorta di alchimista.

 

Lol – Sono sempre stato interessato a come il suono e la musica mi influenzano emotivamente. Non è solo un processo intellettuale per me. La mia musica e i miei suoni preferiti hanno sempre quei certi elementi. Come produttore cerco di farlo emergere negli artisti con cui lavoro. Gli And Also The Trees sono molto bravi e la loro musica è per l’appunto molto emozionante per me.

 

Deca – Oggi lavori con tua moglie Cindy. Tanti anni insieme e un eccellente percorso artistico. Come Levinhurst avete pubblicato un’interessante serie di dischi. E francamente io ti vedo respirare e suonare serenamente, vero? Quando ascolto una canzone come Somewhere Sometime spero davvero che questo progetto vada avanti. Anche se non so bene cosa tu stia tramando adesso! Dammi qualche novità.

 

Lol – Beh, ci sono molte cose all’orizzonte! Libri, album, film, televisione… Il podcast con Budgie! Comunque hai ragione, Deca: ora ho una bella esistenza serena, con mia moglie e mio figlio che mi riempiono la vita. E soprattutto riesco a fare quello che voglio fare! Ho un rimpianto? Che da giovane non sapevo qualcosa di quello che so ora. Però sarebbe stato impossibile, ovviamente. Quindi nessun rimpianto, alla fine. La vita è bella così!

Curious Creatures Podcast
https://curiouscreaturespodcast.com/

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Federico De Caroli
[email protected]

Più diffusamente conosciuto con lo pseudonimo Deca, con cui ha firmato la quasi totalità della sua discografia, si è affermato soprattutto come autore di musica elettronica e musica ambient, accostandosi poi ad altri ambiti come quello teatrale, multimediale e televisivo. E' autore di musiche per la RAI da oltre un decennio. Le sue prime incisioni su vinile sono diventate ricercati pezzi di alto valore collezionistico. Buona parte delle sue produzioni oggi è distribuita nel mondo attraverso i cataloghi di EMI e APM. Da tempo ha fatto della dimensione onirica la chiave di volta della sua vita personale ed artistica. Ha coltivato una vena narrativa firmando alcuni romanzi di genere fantastico e surreale, nonché fumetti e graphic novel. È stato a suo tempo tra i fondatori e promotori del Manifesto del Distonirismo.

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