STATO DI FAMIGLIA di ALESSANDRO ZANNONI

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STATO DI FAMIGLIA di ALESSANDRO ZANNONI 3 Iyezine.com“Stato di famiglia”, di Alessandro Zannoni, inaugura la nuova collana Sidekar di Arkadia. A farla semplice è un libro di racconti. Volendo essere più precisi è un insieme di stati d’animo e tecniche di scrittura che ha tutto per farvi male. Vediamo meglio.

La prima cosa che fa Alessandro è ciò che eviterebbe di fare qualunque scrittore: vi rivela come va a finire. Ovviamente male. Non ci sta con la testa? Tutt’altro.

Un’altra domanda potrebbe essere: Perché l’esigenza di raccontare tutto, di spiegare tutto, di scendere nei particolari? Qui la risposta non è necessaria, basti ragionare sul fatto che c’è ancora chi scrive perché ha a cuore l’uomo e la sua tenebra.
La tecnica utilizzata è quella di montare le storie al contrario: prima l’orrore, poi la psicologia dei personaggi, infine lo specchio. Nello specchio scrutiamo e osserviamo continuamente noi stessi.
Gli occhi soprattutto. Nei nostri occhi si riflette ciò che è impossibile accettare. L’orrore siamo noi. Non c’è nessuna differenza fra la mamma depressa che infila il bambino nella lavatrice, il carabiniere che ammazza la moglie e si suicida, e uno qualunque fra noi. O meglio: qualche differenza potrebbe esserci nel tipo di educazione che abbiamo ricevuto, oppure negli studi che abbiamo fatto, ma sempre, a guardarci bene nello specchio, finiremo col riconoscere che siamo la stessa donna, lo stesso uomo.

Un’ultima domanda potrebbe essere: Perché leggere un libro come questo?

Non ho molto tempo per spiegarvelo (l’ho appena finito e ho bisogno di passeggiare, respirare). Diciamo che se avete bisogno di leggerezza sceglietevi il libro che volete.
Se siete più propensi all’inquietudine e amate le scritture potenti, precise, nonché i grandi scrittori, leggetevi “Stato di famiglia”.

A proposito: Alessandro che dice? Questo:

1 – Alessandro Zannoni era una volta un giovane antiquario. Presumo parlasse di tutto con nervosa intelligenza e scrivesse romanzi che stampava e distribuiva in proprio. E’ così?

Mi piacerebbe avallare questa suggestione romantica, ma non è così. Per quasi vent’anni sono stato una testa di cazzo che guadagnava bene con i quadri antichi e pensava solo a divertirsi. Quando mi sono stancato di quel mondo, è tornata prepotente la voglia di scrivere – lo sanno in pochi, ma il mio sogno era diventare giornalista, magari d’inchiesta; immaginavo investigazioni sulla parte marcia della società, dagli omicidi ai giochi di potere. Così scrivere romanzi neri mi è sembrato un buon palliativo al desiderio mancato. Scrivevo, stampavo, vendevo. Ma mi firmavo con uno pseudonimo, per vergogna; non volevo che la gente pensasse che mi credessi uno scrittore.

2 – L’etica del “fai da te” è molto diffusa all’interno della cultura e del movimento punk, che propugna il rifiuto delle major per quanto riguarda la produzione e la distribuzione musicale. Ma tu c’entri qualcosa con il punk?

Probabilmente nulla. Le cose sono andate così: col mio primo romanzetto ho fatto il giro di alcune case editrici della mia città: erano tutte entusiaste di pubblicarmi, senza neppure leggermi. Pubblicare a pagamento non rientra nella mia visione delle cose, mi fa solo tristezza. Il mio è stato un rifiuto etico, e l’autoproduzione una scelta obbligata e consapevole.

3 – Poi cosa è successo? Perché hai deciso di abbandonare l’ autopubblicazione e di diventare uno scrittore come tutti gli altri?

Mi sono autopubblicato quattro romanzi neri, vendevo duemila copie a titolo, avevo iniziato a essere recensito da riviste di settore e invitato a festival decisamente importanti, presentato come l’ autoprodotto che vendeva più delle case editrici; mi sentivo arrivato, mi stava bene così e non cercavo altro. Non ho mai mandato i miei scritti alle case editrici istituzionali per fare il salto nell’editoria “vera”.
Poi ho incontrato Bernardi che mi ha rovinato la vita: mi ha ribaltato la visione sull’essere scrittore e sui lettori, sui libri e la letteratura; e mi ha imposto di firmare i libri col mio nome perché dovevo prendermi la responsabilità delle cose che scrivevo. Così ho esordito in Perdisa.

4 – Davvero Luigi Bernardi non ti ha mai mandato a cagare?

No no, lo ha fatto almeno due volte. La prima, una delle prime volte che ci vedevamo, quando ho detto, in mezzo ai discorsi strampalati che imbastivo per impressionarlo, “la mia cifra stilistica” (che chiaramente non ho usato dire mai più); la seconda quando gli ho chiesto se i complimenti che mi faceva durante le presentazioni erano sinceri.

5 – Dopo la fine di Perdisa Pop sei rimasto per parecchio tempo nell’ombra. Come mai? Ti è mancata l’ispirazione? Hai smesso di scrivere?

La morte di Luigi mi ha mandato in prostrazione, ho passato due anni al buio, senza nessuna voglia di scrivere. Lui e Perdisa erano la mia casa. E sapevo che dopo di loro avrei avuto grossi problemi a trovare qualcuno disposto a pubblicarmi – un po’ per via del mio carattere di piantagrane (ho litigato con mezzo mondo editoriale), un po’ per via delle cose che scrivo, lontane dal gusto piatto imposto dal mercato. Infatti, per tornare in libreria, ci sono voluti tre anni, e questo grazie a Pina Labanca, all’epoca direttrice di collana di A&B editore.

6 – In rete cerchi di dare di te un’immagine di uomo duro, solitario e insensibile a ogni sottigliezza romantica. Ma sei veramente così stronzo?

In rete cerco di dare il peggio di me. È un ottimo deterrente per tenere lontano i coglioni e i superficiali. Però, probabilmente, se mi riesce bene dare quest’immagine, può darsi ci sia una verità di fondo.

7 – Come scrittore ti sei riproposto due anni fa con un nuovo episodio dedicato allo sceriffo Nick Corey (Nel dolore, A & , poi con un libro per ragazzi (La leggenda di Berenson, Pelledoca), infine con un libro di racconti (Stato di famiglia, Arkadia), finalista al Premio Letterario Giallo Garda. Tre proposte molto diverse fra loro. Qual è il sentimento che, di volta in volta, ti muove alla scrittura?

Istinto (ci ho messo due giorni a partorire questa risposta…)

8 – In “Stato di famiglia” le storie sono un po’ così. I personaggi affrontano problemi che assomigliano a quelli della vita quotidiana di tutti. Come spesso accade nella realtà non riescono a uscirne mai fuori, non ne hanno la forza, le conseguenze sono sempre estreme. Tutto sommato potrebbe risultare piuttosto comprensibile per il lettore immedesimarsi in quei personaggi. Ritengo che il lettore dica o urli che invece lui no, lui non c’entra niente.

Giusto. Fa paura immedesimarsi in quei personaggi, riconoscersi. Meglio rifugiarsi nel pensiero banale che queste azioni criminose avvengono per mano di persone malvagie o assassini nati che studiano ogni particolare, o disadattati della società civile. Invece sono padri, madri, figli, nonni, fratelli, esseri umani con debolezze e mancanze, che non sanno affrontare i problemi, che non sanno superarli né arginarli. Siamo noi, tutti noi, che non sappiamo più gestire le emozioni.

9 – Nelle note biografiche allegate al libro si riportano i tuoi trascorsi di scrittore e sceneggiatore per il cinema. In effetti queste storie, per così dire montate a rovescio, hanno un approccio molto cinematografico.

Credo che la particolarità della mia scrittura sia quella di trasmettere immagini, più che descrizioni. Non mi piace descrivere o dilungarmi in particolari; mi ha sempre annoiato. Ho cercato, fin dagli esordi, di raccontare, fotogramma per fotogramma, quello che accade; stimolare l’immaginazione per sequenze, non per frasi. Infatti mi hanno sempre detto “i tuoi libri sembrano sceneggiature già pronte”. È un bel complimento, mi fa piacere, ma niente è più lontano dalla realtà: le sceneggiature sono davvero tutt’altra cosa, e l’ho imparato in questi ultimi anni collaborando col cinema.

10 – Quanti anni hai non lo sappiamo. A guardarti in faccia si potrebbe dire che hai le rughe giuste per cominciare a guardarti dietro. Cosa ti resta della tua infanzia? E cosa pensi di poter ancora scrivere domani?

Della mia infanzia conservo la voglia di meravigliarmi, di stare zitto e saper ascoltare gli altri, di sperare nel meglio ma aspettarsi il peggio. Del mio futuro come scrittore ti dico, fuori dai denti, che spero di scrivere sempre più sceneggiature – pagano lungo ma pagano bene – per mantenermi con dignità; in letteratura, se posso riempirmi la bocca con questa parola, lascio fare al mio istinto; quindi ora come ora non so proprio a cosa lavorerò.

STATO DI FAMIGLIA di ALESSANDRO ZANNONI – ARKADIA – Pag. 88 – 13 euro.

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