Soldati di Salamina Javier Cercas, edito da Guanda

Soldati di Salamina Javier Cercas, edito da Guanda

Soldati di Salamina Javier Cercas, edito da Guanda

Sul finire della guerra civile spagnola le truppe repubblicane decidono di fucilare un gruppo di franchisti; tra questi Sanchez Mazas, fondatore e ideologo della Falange, uno dei responsabili del conflitto fratricida.

Mazas riesce, però, a fuggire. Inseguito, viene scoperto e riconosciuto da un miliziano che lo risparmia. “Soldati di Salamina” (2001) ricostruisce questi fatti realmente accaduti.

 

Potrete leggere passaggi come questi:

 

  • (…) a me sembra che un paese civilizzato sia quello che non ha bisogno di perdere tempo con la politica.
  • Anche se non è più di moda, io resto sempre anticlericale (…).
  • Alcuni storici nazionalisti insinuano che a bruciare le chiese e ad ammazzare i preti fosse gente venuta da fuori, immigrati, e così via. È una menzogna: erano di qui, e tre anni dopo più d’uno avrebbe accolto i franchisti gridando evviva. Ovviamente, se glielo chiedi, nessuno di loro stava lì quando appiccarono il fuoco alle chiese.
  • (…) la dottrina di guerra nella Spagna di Franco, come tutte le dottrine di guerra, imponeva che nessun nemico avesse mai salvato una vita: erano troppo occupati a toglierla.
  • (…) è vero che le guerre si fanno per denaro, quindi per il potere, ma i giovani partono per il fronte e uccidono e si fanno ammazzare grazie alle parole in forma poetica, e dunque sono i poeti a vincere sempre le guerre, e pertanto Sanchez Mazas che (…) dal suo posto privilegiato aveva saputo ordire una violenta poesia patriottica fatta di sacrificio e sottomissione (…) e slogan urlati che infiammò l’immaginazione di centinaia di migliaia di giovani e finì per mandarli al mattatoio, è più responsabile lui della vittoria armata dei franchisti che tutte le ottuse manovre militari di quel generale ottocentesco che fu Francisco Franco.
  • (…) anche se l’aveva sempre giudicato un mestiere indegno per un gentiluomo, Sanchez Mazas era dedito alla politica da oltre un decennio (…).
  • I giovani falangisti (…). Sapevano (o credevano di sapere) che le loro famiglie dormivano un innocente sonno di beatitudine borghese, ignorando che un’ondata di sacrilegio e barbarie egualitaria le avrebbe svegliate all’improvviso con un tremendo fragore di catastrofe. Sentivano che era loro dovere preservare con la forza la civiltà ed evitare la catastrofe. Sapevano (o credevano di sapere) che erano in pochi, ma questo mero calcolo numerico non li scoraggiava. Sentivano di essere degli eroi.
  • Quelli che mesi o settimane o giorni prima avevano conversato davanti a una tazza di caffè, all’uscita da un teatro o all’inaugurazione della mostra di un amico comune, si ritrovavano ora ad affrontarsi in bande avverse ingaggiando scontri di strada dove non mancavano spari e versamento di sangue. La violenza, in realtà, aveva origini più lontane e, malgrado le proteste vittimiste di alcuni dirigenti del partito, contrari per temperamento e per educazione, è un fatto che la Falange l’aveva sistematicamente alimentata con il fine di rendere insostenibile la situazione della Repubblica, e l’uso della forza risiedeva nel cuore stesso dell’ideologia falangista che, come tutti gli altri movimenti fascisti, adottò i metodi rivoluzionari di Lenin, per il quale era sufficiente una minoranza di uomini valorosi e decisi (…) per prendere il potere con le armi.
  • Il 16 giugno 1935 (…) la Giunta Politica della Falange, convinta di non poter mai conquistare il potere partecipando alle elezioni e vedendo in pericolo la propria esistenza come partito politico, poiché la Repubblica la considerava a ragione una minaccia permanente alla propria sopravvivenza, prese la decisione di lanciarsi alla conquista del potere mediante l’insurrezione armata.
  • Nel 1937 (…) addomesticata come ideologia e annullata come apparato di potere autonomo, Franco poteva ormai usare la Falange, con tutta la sua retorica, i rituali e le svariate manifestazioni esteriori di impronta fascista, in qualità di strumento finalizzato a omologare il suo regime accanto alla Germania di Hitler e all’Italia di Mussolini (dai quali tanti aiuti aveva ricevuto e riceveva e sperava di continuare a ricevere ancora), ma poteva anche usarla (…) “come un mero elemento ausiliario di scontro, come una guardia d’assalto della reazione, una milizia giovanile destinata a sfilare davanti agli arrivisti avvinghiati al potere”.
  • Sanchez Mazas (…) senza dubbio disprezzava la piattezza e la mediocrità che il regime aveva imposto alla vita spagnola, però non si sentiva a disagio in tale situazione, né esitava a sciorinare in pubblico la più smodata adulazione nei confronti del tiranno e addirittura, già che c’era, anche della sua signora – salvo poi in privato lasciarsi andare a commenti velenosi sulla loro stupidità e cattivo gusto – e tanto meno gli passava per la testa di ravvedersi per aver contribuito con tutte le sue forze a scatenare la guerra che aveva schiacciato una repubblica legittima senza essere neppure riuscito a instaurare il temibile regime di poeti e condottieri rinascimentali da lui vagheggiato, bensì un mero governo di filibustieri, profittatori e bigotti.
  • Se c’è una cosa per cui odio i comunisti (…) è perché mi hanno costretto a diventare falangista.
  • Forse Sanchez Mazas non fu altro che un falso falangista o, se si preferisce, un falangista che diventò tale perché si sentì costretto a diventarlo, ammesso che tutti i falangisti non siano stati falsi e costretti a esserlo, perché in fondo la loro ideologia era soltanto un espediente adottato in fretta e furia in tempi di confusione generale, uno strumento destinato a ottenere che qualcosa cambiasse affinché non cambiasse niente; intendo dire che, se non fosse stato perché sentiva, al pari di tanti suoi camerati, addensarsi una minaccia concreta sul sogno di beatitudine borghese coltivato dal suo ambiente, Sanchez Mazas non si sarebbe mai immischiato nella politica attiva, né avrebbe mai forgiato con tanta convinzione l’infuocata retorica sanguinaria (…) fino alla vittoria.

 

Marco Sommariva

marco.sommariva1@tin.it

 

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Luca Ottonelli. E’ nato a Genova nel 1969 e ho completato i primi studi artistici avendo come maestro di Figura G. Fasce.