self-evident – endings

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E’ da Minneapolis che arriva questo trio post-hardcore venato di post-math rock. Tom Berg, Conrad Mach e Ben Johnston sono dei vecchi filibustieri in ambito musicale e questo Endings è, infatti, il loro quinto lavoro (terzo per la DoublePlusGood Records). A detta loro, questo è il disco più completo e definito che abbiano mai fatto, ma, ascoltandolo, purtroppo le attese vengono in parte smentite.

Si parte con Everything All At Once, con i suoi dolci arpeggi e la voce (in bilico tra melodico e gridato) che un po’ ricorda la voce dei The Cribs mista a quella dei Settlefish. Holding On scorre più veloce, ma si mantiene anch’essa su toni delicati e morbidi nonostante la seconda parte si faccia un poco più tumultuosa. Holding On, lunga il doppio rispetto ai precedenti pezzi, si permette di mettere in mostra tutte le potenzialità dei musicisti, tra ritmi scomposti, arpeggi intrecciati fra loro, momenti di calma e esplosioni conclusive. Before The Beginning parte molto silenziosa per poi farsi dissonante, straniante e cacofonica. In Temporary, Confused sembra di vedere i Tool alle prese con sonorità indie-post rock o forse una versione edulcolorata degli A Perfect Circle. A seguire, The Future cerca proprio di citare i secondi (a mio parere), con la voce che si fa piuttosto in stile MJ Keenan (se non fosse per l’urlato decisamente di chiara matrice post-hardcore), At Last, invece, oppone tensione e nervosismo a quiete e melodia, per poi fonderli in un misto decisamente gradevole e personale. Players, con i suoi stop ritmici, si lascia andare in una cavalcata inquieta, prima di distendersi in un finale semi-tranquillo. Se Streamlining, tendente al rabbioso, si distende morbidamente nella seconda parte, Apprentices, invece, inverte la dinamica, crescendo sempre più. Infine, The Past, nonostante i grumi di tensione e i difensivi arpeggi ipnotici, si distende in aperture melodiche per poi chiudersi su se stessa, sottovoce.

Endings nel complesso non è un brutto disco. Le canzoni in linea generale sono orecchiabili, ben costruite e interessanti, anche se non totalmente convincenti. Il cantato, spesso a metà fra The Cribs, Settlefish e A Perfect Circle, non lascia intravedere molto la vera personalità del gruppo mentre le melodie, molto legate al math rock e al post rock, ricordano nella struttura (e purtroppo non nella qualità) gli ultimi lavori dei nostrani Fine Before You Came. Nel complesso si può dire che la sufficienza c’è; definirlo un brutto lavoro sarebbe disonesto. Per il futuro, però, ci attendiamo dei miglioramenti.


TRACKLIST:
01. Everything All At Once
02. Holding On
03. Nonlocality
04. Before The Beginning
05. Temporary, Confused
06. The Future
07. At Last
08. Players
09. Streamlining
10. Apprentices
11. The Past

SELF-EVIDENT - ENDINGS

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