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Recensione : Revolutionary road di Richard Yates

Revolutionary road di Richard Yates ambientato nel 1955, racconta la storia di Frank e April Wheeler, una coppia di classe media che vive in un sobborgo di New York.

Revolutionary road di Richard Yates

Dal momento della sua pubblicazione nel 1961, questo libro è stato identificato come un capolavoro di narrativa realistica e della rappresentazione della desolazione dei sobborghi benestanti americani. “Revolutionary road” è la storia della disintegrazione di una coppia della classe media americana degli anni cinquanta, tanto bella quanto anticonformista; il grande desiderio di cambiamento della coppia porterà a un crescendo d’incomprensioni sino a esplodere in un epilogo di distruzione. Dal romanzo è stato tratto un film uscito nel 2008, interpretato da Leonardo Di Caprio e Kate Winslet

Potrete leggere passaggi come questi:

• Vuoi sapere perché tutti quanti pensano che tu sei un idiota? Bene, te lo dico io: perché sei un idiota, ecco perché.
La gente ha smesso di pensare, di provare emozioni, di interessarsi alle cose; nessuno che si appassioni o creda in qualcosa che non sia la sua piccola, dannata, comoda mediocrità.
• È come se tutti si fossero tacitamente accordati per vivere in uno stato di perenne illusione. Al diavolo la realtà! Dateci un bel po’ di belle stradine serpeggianti e di casette dipinte di bianco, rosa e celeste; fateci essere tutti buoni consumatori, fateci avere un bel senso di Appartenenza e allevare i figli in un bagno di sentimentalismo – papà è un grand’uomo perché guadagna quanto basta per campare, mamma è una gran donna perché è rimasta accanto a papà per tutti questi anni – e se mai la buona vecchia realtà dovesse venire a galla e farci bu!, ci daremo un gran da fare per fingere che non sia accaduto affatto.
• Non credo di essermi mai sentita più annoiata e depressa e stufa in vita mia dell’altra sera. Ci mancava solo tutta quella storia sul figlio di Helen Givings, e hai visto come ci abbiamo tutti sguazzato dentro come porci; ricordo che ti guardavo e pensavo: “Dio, se solo la piantasse di blaterare”. Perché tutto quello che dicevi era basato su quella che è la nostra premessa fondamentale, che noi siamo qualcosa di diverso e superiore, e io avevo una gran voglia di dire: “Ma non lo siamo! Ma guardaci! Siamo tali e quali la gente di cui stai parlando! Siamo la gente di cui stai parlando!” Provavo… non so, come del disprezzo per te, perché non riuscivi a vedere la tremenda falsità dell’insieme. E poi, stamane, quando te ne sei andato, mentre uscivi a marcia indietro con la macchina, ti ho visto lanciare un’occhiata alla casa, come se la casa fosse una belva pronta a sbranarti. Avevi un’aria così derelitta che mi sono messa a piangere, e poi ho cominciato a sentirmi terribilmente sola e mi sono detta: Chissà perché le cose hanno preso una piega così brutta?
• (…) noi due abbiamo accettato quest’enorme illusione, perché di questo si tratta: l’idea che, una volta messa su famiglia, la gente debba rinunciare alla vita reale e “sistemarsi”. È la grande menzogna sentimentalistica piccolo borghese (…).
• Volevo avere tutte e due le cose, io: non mi bastava averti rovinato l’esistenza, volevo anche che il cerchio di questa mostruosità si chiudesse, e che fossi tu a far la figura di aver rovinato la mia, in modo da poter sembrare io la vittima, alla fine.
• Era una di quelle cose che non sembrano mai vere finché non le racconti a qualcuno.
• La capacità di misurare e suddividere il tempo ci offre una quasi inesauribile fonte di consolazione.
• “Sincronizzare gli orologi sulle sei zero zero”, dice il capitano di fanteria, e ognuno dei tenenti che gli si affollano intorno dimentica per un istante la paura nell’atto di spostare due sottili lancette in funzione di un prezioso allineamento, mentre tonnellate di proiettili d’artiglieria pesante gli sibilano sopra la testa: il prosaico, borghese quadrante dell’orologio ha ricreato, seppure per un breve attimo, l’illusione del controllo personale. Calma, consiglia l’orologio, stagliandosi netto tra i peli e le vene di ogni polso terribilmente vulnerabile; bene: finora tutto accade in perfetto orario.
• “Purtroppo sono occupatissimo fino alla fine del mese”, dice il dirigente, appoggiandosi voluttuosamente alla guancia il ricevitore del telefono, mentre sfoglia col pollice l’agenda, e in quel momento i suoi occhi e la sua bocca tradiscono un senso di profonda sicurezza. Le pagine nitide suddivise per giorni e fitte di annotazioni che gli stanno di fronte sono la prova che nulla d’imprevisto, nessuna calamità del caso o del fato possono sorprenderlo da quel momento alla fine del mese. Distruzione e pestilenza sono state tenute a bada, e la stessa morte dovrà aspettare: lui è occupatissimo.
• Si leccò le labbra, che gli parvero estranee al gusto come la pelle del dito di un dentista.

Cos’altro aggiungere?

Sul tavolo di Richard Yates è stata appesa per anni questa frase: “Gli americani sono sempre stati inconsciamente convinti che tutte le storie avranno un lieto fine”; parole di Adlai Stevenson, la grande speranza democratica degli anni cinquanta, candidato due volte alla presidenza e due volte sconfitto da Eisenhower, e infine superato da un concorrente dotato di carisma, gioventù e bellezza, quale era John Fitzgerald Kennedy.

La frase che Yates amava, quella su cui meditava scrivendo, è l’uscita di scena di un perdente: uno che avrebbe potuto cambiare le cose, ma che non ce l’ha fatta, uno la cui storia non ha avuto nessun lieto fine.

 

 

 

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