Nude – Plastic Planet

Nude – Plastic Planet

Come ritornare dopo dodici anni di silenzio spazzando via la concorrenza con un lavoro di livello stellare: ladies and gentleman, i Nude con Plastic Planet !

A questa band e a questo disco si può trovare solo un difetto, il monicker: se si prova a digitare Nude su qualsiasi motore di ricerca o su un social network si viene letteralmente seppelliti di siti e immagini che, oltre al rischio di provocare una precoce cecità (come qualche buontempone nero vestito provava a farci credere durante la nostra ingenua adolescenza), mettono a serio repentaglio i menage familiari dei recensori, colti sul fatto mentre sullo schermo appare di tutto e di più fuorché le desiderate notizie sul combo campano.
Ma, mettendo da parte queste amenità, Plastic Planet è la classica uscita che concretizza i desideri di chi, come il sottoscritto, ama incondizionatamente gothic, dark elettronico, new wave e metal: i Paradise Lost epoca “One Second”-“Host”, i Sisters Of Mercy di “Vision Thing”, ma anche Depeche Mode, Cure, New Order, Tiamat e chissà quanti altri ancora, vengono shakerati e rielaborati dando vita ad un cocktail fresco e vincente su tutta la linea.
Shining Stardust inaugura il disco con le sue atmosfere elettroniche immergendoci in un’ambientazione piacevolmente retrò e, in maniera pressoché automatica il piede comincia a battere il tempo, il capoccione a sbattere avanti indietro ed è l’inizio della fine, la musica dei Nude è penetrata subdolamente sotto pelle per restarci a lungo.
Down In The Garden è un altro tassello che si imprime nella mente con le sua atmosfere a metà tra i già citati Sisters Of Mercy e i Lucyfire , con l’aggiunta di una voce, come quella di Tommy “Box” Capuano, che non segue i cliché catacombali di Eldritch o Edlund ma risulta più vicina a un Sumner o a un Gahan, e di una chitarra come quella di Fabio Calluori, che non può certo dimenticare di punto in bianco d’essere anche e sopratutto l’anima degli Heimdall.
Neon Smile si apre con i ritmi irresistibilmente ballabili che rimandano ad una ipotetica “True Faith” nella quale irrompono i riff di chitarra dei Paradise Lost meno cupi; l’influenza della seminale band di Halifax si mescola a quella dei Sisters più danzerecci nella successiva Shangai Basement, un autentico anthem in grado di trascinarti ovunque, anche all’inferno se fosse il caso, che si rivela come il brano più metallico del lotto assieme alla title-track , strutturata però su ritmi maggiormente rallentati.
Once Upon A Time è talmente orecchiabile da fare quasi rabbia per la facilità con la quale i nostri riescono a sfornare brani dalla fruizione immediata ma dall’inaspettata capacità di resistere a molteplici ascolti.
La conclusiva Much Better si apre con atmosfere vicine ai Cure più solari salvo esser spazzate via da un riffone che testimonia ancora una volta, nel caso ce ne fosse bisogno, quale sia il retaggio musicale della band.
Orecchiabile, ruffiano, ballabile, adorabile: in sintesi, un gradissimo disco che può e deve mettere d’accordo tutti coloro che amano la buona musica, indipendentemente dal genere favorito.

Tracklist :
1. Shining Stardust
2. Down In The Garden
3. My World Today
4. Neon Smile
5. Shanghai Basement
6. Diesel
7. Old Fashion Doors
8. Plastic Planet
9. Once Upon A Time
10. Much Better

Line-up :
Tommy “Box” Capuano – Vocals
Fabio Calluori – Guitar
Antonio Pucciarelli – Bass
Sergio Duccilli – Keyboards, Programming
Nicolas Calluori – Drums

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