Nosaj Thing – Fated

Nosaj Thing – Fated

Il perfezionismo caratteristico di Nosaj Thing, trasuda di questa dinamica inesorabile che porta il disco ad un unico flusso narrativo, le tracce si fondono tra loro, si richiamano e si completano.

Se dico West Coast, traggo in inganno molti e pure me, perché da NWA o da Dr. Dre siamo distanti anni luce.

Eppure le coordinate geografiche sono quelle ma il periodo storico in cui viviamo dista anni luce da quei fasti e per di più quel che accade nell’oggi ci fa essere meno spacconi e più intimisti, almeno se stiamo alla dinamica estetica di Nosaj Thing.
La realtà oggi suona di inconsistenza e d’indefinizione, così recitano le cronache del tempo sotto il versante musicale definito da Jason Chung. Forse ho preso una colpo di sole pur non essendo mai stato a Venice Beach, ma l’ascolto di Fated, mi ha immerso in questa visione della realtà odierna.
La contemporaneità è sempre più drammatica, rispetto a come viene vista a posteriori, ma chi è in grado di trasformare questo status in arte ha la capacità di farci sentire bene, del tipo: va tutto bene, fratello!
Chiariamo ulteriormente, Nosaj Thing è di Los Angeles, la stessa da dove è saltato fuori Flying Lotus e con questo il quadro inizia a prendere forma. Fated è il terzo capitolo dal 2009 (iniziato con Drift), giustappunto nel periodo in cui oltre oceano iniziavano a brillare James Blake e Mount Kimbie, con i quali c’è una certa simbiosi nel gusto per i pattern ritmici armoniosi e rotondi, su un mid tempo costante, quasi il battito inesorabile del cuore.
Qui, il valore aggiunto è nell’architettura dei brani, nella forma di spore, che si evolvono dopo i primi ascolti, hanno quasi tutte breve durata, come se fossero delle interferenze prima impercettibili poi sempre più trascinanti. Il perfezionismo caratteristico di Nosaj Thing, trasuda di questa dinamica inesorabile che porta il disco ad un unico flusso narrativo, le tracce si fondono tra loro, si richiamano e si completano.
34 minuti in 15 brani, non sono It’s Alive, ma come i quattro di Forest Hills (Ramones), c’è quella capacità di concentrare il massimo in poco, uno dei migliori modi per esprimere la bellezza. E’ richiesta un po’ di attenzione nell’ascolto e credo che questa sia da concedere, perché in un epoca in cui oramai esistono finti album, questo sia un passo in avanti.
L’artista ci ha messo tutta la sua devozione ed in certi passaggi anche la finezza imparata dalla musica nera, penso al passaggio di Cold Stares con il contributo discreto di Chance The Rapper, o Medic che racconta questo nostro status d’instabilità. Watch e Let You sono i temi più classificabili, perché più vicini ai canoni del glitch hop, ma anch’essi sono parte del vaso di Pandora che Jason Chung ha deciso di aprire per noi.

Tracklist:
1.Sci
2.Don’t Mind Me (feat. Whoarei)
3.Realize
4.Varius
5.Cold Stares (feat. Chance the Rapper and Maceo Haymes)
6.Watch
7.Uv3
8.Let You
9.Moon
10.Erase
11.Medic
12.A
13.Phase IV
14.Light #5
15.2K

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