Lo Stato Sociale-Turisti Della Democrazia

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Lo Stato Sociale-Turisti Della Democrazia

Dei bolognesi Stato Sociale si ha iniziato a sentirne parlare seriamente quando, nel periodo in cui uscì il disco d’esordio dei Cani, proposero la loro ‘anti-Velleità’, “Sono così indie”, seguita poi dall’EP “Amore ai tempi dell’Ikea” e infine l’esordio sulla lunga durata, tutto sempre sotto l’attivissima etichetta -anch’essa bolognese- Garrincha Dischi.

“Turisti della democrazia” è un esordio giocato prevalentemente su atmosfere allegre e vivaci, spesso marcatamente pop (arrivando agli eccessi tropicali di “Quello che le donne dicono”), che supportano un songwriting acuto e tagliente, concretizzato in ‘anthem’ che vanno a colpire e criticare con ironia molti aspetti della quotidianità in cui è difficile non riconoscersi. Premesse che in fondo ricordano da vicino parecchi gruppi e artisti tra i più apprezzati della scena musicale nazionale degli ultimi anni.

Gli Stato Sociale si differenziano però per un’impronta musicale più votata alla melodia, in cui soprattutto i sottofondi strumentali non sacrificano ai testi l’orecchiabilità e la capacità di far presa fin dal primo ascolto: a parte il repertorio strumentale di base non si lesina infatti su synth, bassi pompanti (fino alla velata techno di “Ladri di cuori col bruco”), clap e cori in praticamente ogni pezzo. I testi poi sono realmente acuti e arguti, mai ridondanti o con quel sospetto di goffa forzatura intellettuale che risulta stucchevole già dopo i primi ascolti.

I brani che più esaltano l’anima (electro-)pop del disco sono prima di tutto l’ottimo incipit “Abbiamo vinto la guerra”, con tanto di synth in 8 bit e una satira per lo più politica (che si ritrova, a dire il vero, anche in molti altri pezzi della scaletta) e la citazionistica “Cromosomi”, dai beat pericolosamente vicini al mondo pop più commerciale. Le altre tracce si spostano prima su atmosfere più malinconiche: “Maiale”, che non rinuncia comunque ad un’ironia di fondo, “Pop”, per lo più nel testo visto il sottofondo ritmato, e uno dei pezzi forti del disco, “Amore ai tempi dell’Ikea”, con tanto di atmosfere fragili a base di archi e pianoforte. Più recitati invece invece i pezzi migliori del disco: la già citata e immensa “Ladri di cuori col bruco”, cinque minuti di delirio funk con finale che arriva alla declamazione, l’elettronica “Mi sono rotto il cazzo”, spietata polemica che non risparmia niente e nessuno, e quindi il tormentone “Sono così indie”, sputtanamento senza eccezioni dell’ecosistema indie nazionale, in cui l’impronta pre-LP porta ad un parlato/cantato alla Offlaga Disco Pax.

Fare un ‘dischetto’ come questo potrebbe sembrare una scelta facile e di sicuro impatto ma, se si tiene conto che negli ultimi anni molto di buono è già stato fatto e detto in materia, dietro alle immediate e ingenue atmosfere catchy degli Stato Sociale sembra celarsi invece una visione musicale solida e coraggiosa nello spingersi verso sonorità che, se non gestite saggiamente, rischiano di scadere facilmente nella banalità. Un esordio che riesce pienamente nel fare esattamente quello che dovrebbe fare: divertire.

1. Abbiamo vinto la guerra
2. Mi sono rotto il cazzo
3. Cromosomi
4. Vado al mare
5. Sono così indie
6. Maiale
7. Ladro di cuori col bruco
8. Amore ai tempi dell’Ikea
9. Quello che le donne dicono
10. Pop
11. Seggiovia sull’oceano

Voto: 7 e mezzo

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