Lettere dal pianeta tricolore – 3. Vita (Luce, silicio e ferro)


Lettere dal pianeta tricolore – 3. Vita (Luce, silicio e ferro)
Racconto di Daggo Roschi

 

Sul pianeta tricolore la vita è ridotta, ma interessante.

Dopo aver constatato la totale assenza di tracce di essa in mare aperto, le sonde, nell’interfacciarsi tra l’acqua salata e quella ipotonica, hanno iniziato a misurare picchi di molecole complesse.

Lunghe catene stereospecifiche di atomi, la classica traccia della vita.

Poco dopo, tra gli innumerevoli dati, hanno anche inviato le olo-immagini che tanto speravo: dedali di materiale traslucido che si ergevano tra i flutti, attraversando la spuma del mare ed ergendosi nell’aria circostante.

La forma eloquente delle strutture mi fin da subito ha rassicurato: non potevano essere il prodotto di alcun fenomeno geologico, solo una qualche forma di vita autoctona poteva costruire simili geometrie frattali.

Assunsi personalmente il telecontrollo di una sonda e, dopo aver attentamente scrutato gli strani oggetti, tagliai uno dei pilastri che componeva il dedalo.

La sega circolare di cui disponeva il mio medium si occupò dell’operazione vera e propria.

Tramite i tentacoli sensoriali dei macchinari poi, studiai la struttura diversi livelli di dettaglio.

Il materiale di cui, di lì a poco, scoprii essere composte le strutture, si rivelò dei più semplici: ossido di silicio, un composto di due tra i più diffusi elementi dispersi tra le stelle nel cosmo, che vetrifica facilmente anche sul nostro pianeta per altro, quantomeno se riscaldato e raffreddato adeguatamente in un ambiente asciutto.

Seppure oramai sia obsoleto sono sicuro che anche voi, miei adorati germani, ne avrete fatto esperienza, almeno in qualcuna delle sue forme più avanzate.

Il vetro dei palchi traslucidi però, a dispetto di quello ottenuto grossolanamente in maniera termica, non ha una struttura multiscala amorfa.

I cristalli sono disorganizzati solamente a livello molecolare ma, ai livelli superiori, presentano precise gerarchie d’organizzazione: a livello base le fibre di vetro si intrecciano, per formare laminati che, con estroflessioni di vetro, si collegano gli uni agli altri, descrivendo geometrie pressappoco esagonali. Queste strutture poi, a loro volta, sono attraversate da lunghi canali di vetro, e il tutto è a sua volta disperso in una matrice proteico-vetrosa, che ingloba il reticolo.

L’intera architettura, come si capisce bene dalla descrizione, per quanto complessa, non è altro che vetro su vetro, impilato secondo la logica di una biologia aliena, che dispone con qualche processo il materiale in modo da renderlo qualcosa di diverso rispetto a quanto non sarebbe di per sé, superando con la geometria la naturale fragilità dei costituenti base ma mantenendo al contempo altre delle sue peculiari caratteristiche.

Ho potuto esperire io stesso la tenacità del materiale quando, volendo farmi un’idea pratica del materiale con cui stavo interagendo, con un tentacolo meccanico ho provato a strattonare, flettere o colpire il palco reciso.

L’oggetto non ha mai ceduto e, tramite i segnali aptici inviatimi dai retromeccansimi dei sensori, mi ha lasciato una sensazione simile a quella che da toccare una roccia spugnosa.

Incuriosito e finalmente rincuorato dalla prima evidenza di vita, con l’ausilio di una trivella a soffio ho esposto la parte sotterranea dell’organismo.

Nel sottosuolo, una mistura polverosa di idrossido e ossido di ferro, ho trovato un fitto groviglio di appendici che, al contatto con il getto della trivella, si sono ritratte. Nonostante il comportamento di fuga ho potuto comunque prelevarne un campione.

Recidendolo tuttavia gli ho involontariamente tolto la vita.

Anche senza il recupero di questo olotipo sarei stato comunque appagato: il movimento attivo, nonché l’occultamento di fronte al pericolo, sono due segni inequivocabili di vita. Dopo questa scoperta sono stato finalmente certo di essere su un pianeta con una biosfera.

Terminato il saggio mesoscopico ho inondato il corpo dell’organismo di micromacchine per studiarne la biochimica.

Il quadro che, dopo alcuni teid, ne è uscito fuori era quello di un organismo autotrofo, in grado di canalizzare e convogliare la luce solare verso se stesso e che, con l’energia fornita dalla stella, trasformava anidride carbonica e acqua in composti di sei atomi di carbonio e ossigeno, rilasciando quest’ultimo nell’atmosfera planetaria come prodotto di scarto.

Il composto carbonioso di stoccaggio, per la precisione, è uno degli otto isomeri dell’esacarbame, una molecola già studiata da altri xenobiologi sul pianeta Trew, e che pertato indicherò secondo la nomenclatura proposta dai colleghi come esacarbame-efta.

Lo stoccaggio dell’energia luminosa sotto forma di energia di legame, almeno concettualmente, non è molto dissimile da quello che potreste vedere nelle praterie del nostro pianeta, e si inquadra in maniera classica in una serie di comportamenti normalmente riscontrati nelle biosfere dei pianeti con stelle docili.

In questo, almeno, la vita sul pianeta tricolore non tenta di soverchiare l’ordinario.

Il processo inverso invece segue una strada un po’ meno classica, almeno per chi, come noi, è abituato a ben altre biochimiche.

Ve lo accennerò sommariamente dopo, perché sarà importante nella conclusioni della mia serie di lettere, ma per farlo avrò prima bisogno di introdurvi all’ecologia di Anxu, ed in particolare a quella degli inquilini alla base della piramide energetica del pianeta.

Gli experidi, così ho deciso di chiamare le classe di riferimento di queste creature, vivono come colonie all’interno di complesse strutture vetrose.

Le creature trovate all’estuario possono considerarsi un esempio modello.

Le creature in generale, pur vivendo in colonie e cooperando nella costruzione e nella manutenzione dell’ambiente vitale comune, non rappresentano dei superorganismi e competono l’un l’altra per le risorse, e in particolare per l’energia luminosa, che è su questo pianeta un importante fattore limitante.

Le strutture vetrose che ho prima descritto, oltre a fornire un ambiente protetto dove proliferare, sono vere e proprie strutture di captazione che incanalano la luce sotto terra, concentrando il fioco sole che illumina questo pianeta affinché gli esseri che lo popolano possano sfruttarlo. L’assimilazione della luce da parte degli experidi, in particolare, avviene in prossimità di punti del cristallo che ho battezzato nodi di diffrazione.

In questi particolari punti gli experidi si approvvigionano di fotoni ma, laddove quelli che controllano nodi situati più in alto hanno accesso a maggiori quantità di luce e respirano ossigeno atmosferico, quelli più in basso sono costretti ad accontentarsi di altro. Essi si nutrono solamente durante le fasi più calde del giorno quando, per evitare l’irraggiamento eccessivo, gli abitanti dei nodi più alti lasciano fuggire parte della luce verso le parti basse dei fasci di cristalli, e non respirano direttamente ossigeno atmosferico, ma ossido di ferro, essendo il primo consumato interamente nei livelli precedenti dai compagni di colonia. Le creature del sottosuolo per farlo usano parte della propria energia metabolica per far reagire il terreno di Anxu con l’acqua dei loro corpi, in questo modo ottengono idrossido di ferro e ossigeno che, ricombinato con esacarbame-enta, rigenera l’acqua consumata per far reagire il ferro, liberando inoltre energia e biossido di carbonio, che quindi fugge via dal corpo.

Il meccanismo che ho descritto non è esclusivo di questa specie di experidi ma condiviso quasi dall’intera classe, probabilmente per vincolo evolutivo, ed è pertanto da considerarsi ancestrale nel loro albero filetico.

 

-Fine spazio di codifica

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