Lavoro a mano armata di Pierre Lemaitre

Lavoro a mano armata di Pierre Lemaitre

Lavoro a mano armata di Pierre Lemaitre

Pierre Lemaitre trae spunto da un fatto di cronaca per scrivere un romanzo di scottante attualità, in cui la realtà della disoccupazione diventa una storia di violenza, psicologica e fisica. “Lavoro a mano armata”, edito nel 2010, è una storia del nostro tempo.

Alain Delambre ha cinquantasette anni, una moglie e due figlie ormai adulte. Una vita passata a lavorare come responsabile delle risorse umane. Poi la crisi, il licenziamento, la disoccupazione. Un lavoretto per tentare, con scarso successo, di far quadrare i conti.

E all’orizzonte la seconda chance, quella che può ridare un senso a tutto: un nuovo lavoro, che sembra ritagliato sul suo percorso professionale. Da non crederci, alla sua età. Come test da superare per essere assunto, Alain dovrà partecipare a un gioco di ruolo, organizzato per mettere alla prova i quadri di una grande azienda, la Exxyal, e visto che non ha alcuna intenzione di diventare l’ennesima vittima della crisi, il lavoro è pronto a prenderselo anche a mano armata.

Pierre Lemaitre trae spunto da un fatto di cronaca per scrivere un romanzo di scottante attualità, in cui la realtà della disoccupazione diventa una storia di violenza, psicologica e fisica. “Lavoro a mano armata”, edito nel 2010, è una storia del nostro tempo.

 

Potrete leggere passaggi come questi:

 

  • Le mode cambiano dannatamene in fretta. Cinque anni fa andavano tutti matti per l’analisi transazionale, oggi è vecchia come il cucco. Adesso si parla di “change management”, di “reattività settoriale”, di “corporate identity”, di “sviluppo delle reti interpersonali”, di “benchmarking”, di “networking”… Ma prima di tutto si parla dei “valori” dell’azienda. Lavorare non basta più, bisogna “aderire”. Prima bisognava essere d’accordo con l’azienda, oggi bisogna fondersi con essa. Diventare una cosa sola.
  • (…) Gregory è direttore d’agenzia di una compagnia di credito al consumo. Presta soldi alle persone perché comprino una quantità di cose, automobili, aspirapolvere, televisori. Salotti da giardino. Sui dépliant i tassi d’interessi sembrano abbordabili, ma si finisce sempre per restituire quattro o cinque volte la somma che si è presa in prestito. E se si hanno difficoltà a restituirla, è molto semplice, ti prestano ancora, ma a quel punto restituisci trenta volte quello che hai chiesto. (…) abbiamo passato serate intere a scannarci. Rappresenta quasi tutto quel che detesto (…).
  • (…) è diventata avvocato. Difende soprattutto donne vittime di violenza. Quel settore è come le pompe funebri o le tasse, ci sarà sempre lavoro (…).
  • Un annuncio? Io rispondo. Dei test? Faccio i test. Dei colloqui? Vado ai colloqui. Bisogna aspettare? Aspetto. Devo tornare? Torno. Sono conciliante. Con tipi come me, il sistema può dormire sonni tranquilli.
  • Fra i senzatetto, si dà a quelli che ci impressionano di più, a quelli che trovano le parole capaci di commuoverci. La conclusione mi colpisce come una frustata: in fin dei conti, anche fra gli emarginati quelli che sopravvivono sono i più competitivi perché riescono a sbaragliare la concorrenza.
  • Per un disoccupato, assistere all’uscita dal lavoro è sempre un brutto momento. Non per l’invidia. Il difficile non è essere disoccupato, è continuare a vivere in una società fondata sull’economia del lavoro. Dovunque ti giri, tutto ruota intorno a quello che non hai.
  • (…) il marketing consiste nel vendere qualcosa a delle persone che non lo vogliono.
  • Anche per qualcuno che come me non sa niente dell’industria petrolifera, Exxyal evoca una di quelle macchine mostruose, trentacinquemila dipendenti sparsi su quattro continenti e un giro d’affari superiore al budget della Svizzera, dove oltretutto devono perdersi, nei sotterranei di qualche banca, dei fondi neri che potrebbero rimborsare due volte il debito dell’Africa.
  • (…) mi siedo su una panchina, trovo una copia di “Le Monde” piuttosto spiegazzata. Do uno sguardo all’articolo: “I dipendenti rappresentano oggi la ‘principale minaccia’ per la sicurezza finanziaria delle aziende”.
  • All’inizio per Mathilde e Nicole la disoccupazione era un’idea, un concetto: quello di cui scrivono i giornali, di cui parla la televisione. Poi la realtà le ha ghermite: visto che la disoccupazione si è diffusa, è rapidamente diventato impossibile non frequentare qualcuno che non ne fosse toccato direttamente, o non imbattersi nel parente di un disoccupato. Questa realtà è comunque rimasta avvolta nella nebbia, era una circostanza innegabile ma con la quale si può convivere, si sa che esiste ma riguarda solo gli altri, come la fame nel mondo, i senzatetto, l’AIDS. Le emorroidi. Per chi non ne è direttamente toccato, la disoccupazione è solo un rumore di fondo. E un giorno, quando nessuno se l’aspettava, ha suonato alla nostra porta. (…) ma quel suono non ha avuto per tutti la stessa durata. Quelli che la mattina vanno al lavoro, per esempio, smettono di sentirlo per tutta la giornata, se ne accorgono soltanto la sera, quando tornano a casa. E nemmeno sempre. Solo se vivono con un disoccupato o se è tra le notizie del telegiornale. (…) a me la disoccupazione ha cominciato a rompere i timpani e non si è più fermata.
  • Quando le persone fanno sfoggio della loro moralità, si può star certi che nascondono qualche scheletro nell’armadio.
  • Arrivando, i quadri di Exxyal andavano a salutare il presidente, il signor Dorfmann, e lui aveva nei loro confronti quell’atteggiamento che si vede spesso nelle aziende, e che trovo piuttosto ambiguo, una sorta di familiarità. Dal primo all’ultimo gradino della scala, tutti sono amici di tutti, ci si chiama per nome anche se ci si dà del lei. Secondo me confonde le carte in tavola. Con questo clima le persone finiscono per credere che il loro ufficio sia la succursale della tavola calda di fronte. Ho lavorato per anni nell’esercito, lì le cose sono chiare. Si sa perché ci si sta. A parte i colleghi, ci sono solo dei superiori e dei subordinati, e quando avete a che fare con qualcuno, sapete subito se è l’una o l’altra cosa, sopra di voi o sotto di voi. Nelle aziende è diventato più difficile. Si gioca a squash con il direttore, si va a correre con il caposervizio, ed è terribilmente ingannevole. Se non si sta attenti si ha l’impressione che non ci siano più i capi e che il sistema informatico sia l’unica forma di controllo del vostro lavoro. Prima o poi, però, è necessario far ricorso alla gerarchia, è inevitabile. Ed è un problema: quando, secondo il sistema informatico, non siete abbastanza produttivi e i superiori ve lo fanno notare, non riuscite a prendervela con loro, perché li considerate da troppo tempo come dei compagni di scuola.

 

Cos’altro dire?

Durante un’intervista, è stato ricordato a Lemaitre che in “Lavoro a mano armata” un senzatetto amico di Alain afferma: “Se vuoi uccidere un uomo, comincia a dargli tutto ciò che desidera di più.” L’autore ha risposto: “Sono d’accordo col mio personaggio.

Quando i nostri desideri sono molto soddisfatti, diventano i nostri peggior nemici. Datemi il Premio Nobel per la letteratura e sarò un autore morto.”

 

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2 Comments
  • Marco
    Posted at 08:42h, 13 Settembre Rispondi

    Avevo gia’ in programma di leggerlo, grazie per l’anteprima

    • admin
      Posted at 09:50h, 13 Settembre Rispondi

      Grazie Marco ! continua a seguirci !

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