La iena

La iena 1 Iyezine.com

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di Marc Downass
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In Africa, dicono, il momento migliore della giornata è al tramonto. È allora che l’afa dà un po’ di tregua, la polvere si posa al suolo, si chiacchiera, si fa baldoria. Se passi di lì puoi magari notare il leone con il muso affondato nelle budella di un animale, intento a scovare una qualche prelibatezza. Il leone se la prende bassa, se la ride nella frescura, con la sua criniera balsamata. È il re, è giusto che sia così, la sua vita non deve mancare di nessun comfort. Ma a volte finisce che, a furia di tirare, la corda si spezza. Quando si fa troppo i saputi, spesso la si fa fuori dal vaso, e i leoni non la imparano mai, ‘sta cosa.

Dunque c’è questo leone, al tramonto, con la sua preda acchiappata in tarda mattinata. Ne ha già mangiata un po’ verso le tredici, e ha pensato bene di tenersi un boccone o due per la cena, sacrosanto. Perciò ora è qua che pappa, sdraiato composto, vista savana.

A un tratto sente delle ghigne orribili provenire dai cespugli lì nei pressi. Chi cazzo sarà mai? Le iene, sono, ecco chi.

Un paio di Ridens sbucano da qualche cespuglio spinoso e sbavano, fuori di capoccia, tutto intorno al leone. Il re della savana se ne sbatte, per ora: è troppo più grosso, troppo meglio messo per badare a due iene straccione. Gli lascia fare i loro versi da iene e continua a mangiare. Poco dopo sente altri schiamazzi tra gli alberi, tra le frasche, vicino a lui, dappertutto, insomma: allora alza la testa dal piatto e vede una cosa da stringere il culo. Una dozzina di iene fameliche che si fanno sotto, invitandolo a sloggiare, ‘ché adesso tocca a loro. Niente di personale, logicamente.

Un paio di iene, anche tre o quattro, non sarebbero un problema per il leone. Sarebbe una cosa facile stincarle a morsi e a unghiate. Ma una dozzina è tutt’altra cosa.

Il leone fa lo gnorri e tenta di prendere un ultimo boccone, ma qualche risata brutale gli suggerisce di andare ORA fuori dai coglioni. Quindi, coda tra le gambe, il leone zampetta con finta fierezza per nascondere lo squarcio nel suo orgoglio, e s’avvia verso casa.

In alcune zone dell’Africa, per esempio in Nigeria, il sole tramonta nello istante in cui tramonta in una qualsiasi città Italiana. Diciamo a Savona. Il che fa sì che nello stesso momento noi, qua a Savona, godiamo dello stesso spettacolo. Il caldo si allenta anche qui, i leoni combattono contro le iene per spartirsi il cibo e tutte quelle cose. Solo che qua, a Savona, c’è una temperatura più adatta ai topless di qualche tardona, piuttosto che alla zanzara anofele o al virus Ebola. Ma, per il resto, le dinamiche sono le stesse.

Anche qua a Savona, tra leoni, c’è l’abitudine di bazzicare gli stessi luoghi all’ora dei pasti, specialmente a cena. Non che si faccia molto branco, comunque. Semplicemente si sta lì e si mangia a poca distanza l’uno dall’altro.

E stasera ci sono anche io, su un divanetto d’angolo, davanti a un piatto di linguine agli scampi: uno splendido esemplare di leone-figlio di papà. Si dà il caso che negli ultimi tempi stia spesso alla larga dalla tana di famiglia, per godermi un po’ di mondanità estiva. Per cui eccomi qua. Seduto più o meno composto, con la faccia indolente di chi non ha più voglia di linguine agli scampi e vorrebbe passare alle orate col radicchio rosso.

Guardo il leone-cameriere filare avanti e indietro, e penso a che lavoro poco dignitoso sia, per un leone. Cameriere, capirai. Grembiulino, carta dei vini, tutto impettito a ringraziare e sorridere qua e là.

Do un’occhiata in giro, a saggiare l’eleganza della mangiatoia. Rimango tutto sommato soddisfatto. Non del tutto, però. L’orata non arriva, e aspettare il cibo è una cosa che ho sempre patito. Mi viene voglia di prendere il fottuto leone-cameriere per il cravattino e impiccarlo al lampadario. Mi trattengo solo perché ci sono altri leoni, nella mangiatoia. C’è pure qualcuno di spicco, se non mi sbaglio: un leone-avvocato con moglie e figlioletta; un leone-imprenditore, che ha avuto in appalto un paio di complessi di abitazioni plebee e anche qualche altro appartamentino di lusso in zona darsena. Al seguito ha anche una femmina veramente da urlo, pare una pantera, più che una leonessa. Poi c’è un vecchio leone-generale riabilitato, decorato, cateterizzato, pieno di soldi, con uno stuolo di leoni-amici con le guance arrossate.

I leoni notevoli sono questi, il resto è gente da sbratto che ha dei soldi in tasca per puro caso. Gente a cui però il cameriere ha servito il secondo piatto prima che a me, per qualche motivo incomprensibile. Finché il leone-avvocato mangia il budino mentre io sto ancora aspettando di ordinare l’antipasto, beh lo posso accettare. Ma essere doppiato dalla marmaglia non se ne parla.

Sto per intercettare brutalmente quello schiavo dei miei coglioni, quand’ ecco che succede una cosa stramba: dalla porta a vetri dell’ingresso si fionda dentro una iena-vu cumprà. La camicia aperta sul torace, gli occhi sbarrati.  Non ha la merce, i calzini, i fazzoletti, eccetera.

Il suo ingresso è così fuori luogo, così irruento, che ci passa per la testa di fargli la pelle. Nel covo dei leoni tira aria malsana, per una iena. Una iena da sola, poi. Guardiamo tutti la iena-vu cumprà, come se volessimo incenerirla con gli occhi. Per un attimo, nessun leone fiata più. Qualcuno di noi è sicuramente pronto a scattare e  annullarlo con una zampata. Si sente nell’aria.

Animali stupidi, le iene. Quando non sono vigliacche, sono idiote. O vivono come vermi, o vogliono strafare, le iene.

Come previsto, il leone-generale sta per farla finita con il vu cumprà: è giusto, dopotutto, che un vecchio leone spari le ultime cartucce, quando ne ha modo. Quindi si solleva incerto sulle gambe, per intimorire lo scocciatore e rispedirlo nella fogna. Ma la iena non gli dà tempo di biascicare una parola: spiana una cazzo di pistola gigantesca e la punta sulla guancia del vecchio generale. “Una fottuta iena armata”, penso, “stavolta le puttane ci hanno preso con le braghe calate”.

Dalla pistola esce un ruggito come di mille iene ridens, come di tutte le iene del mondo che ghignino insieme: il vecchio si squaglia a terra come una creme brulé, la fisionomia scarabocchiata dal proiettile.

In un nanosecondo la situazione è diventata chiara per tutti: ora, ogni leone reagisce a modo suo.

Il cameriere, come per riscattare il suo orgoglio agli occhi dell’alta società, si lancia a fauci spianate contro il vu cumprà, il quale lo intercetta lesto e gli fa scrosciare in faccia una tempesta di colpi usando il calcio dell’arma: muto e letale come il cianuro, la iena lo tiene per i capelli e gli spiana i lineamenti con colpi violentissimi.

Io riesco a sentire uno scricchiolio raccapricciante di denti e ossa macinate, ma ora mi appare chiaro nella mente quello che devo fare. È la solita storia tra iene e leoni. Si tratta del cibo, delle risorse, tutto qua. La iena è qui per questo, per cosa, se no? Per il cibo che le abbiamo negato da un po’ di tempo. Allora mi avvento sulle linguine avanzate comincio a divorarle a manciate.

Intanto il vu cumprà apre il fuoco sul leone-avvocato, massacrandogli una spalla, poi ancora sul gruppo di amici del generale, alla cieca, una volta, due volte. La iena è inarrestabile, punta dritta verso di me, mi pare.

Io mastico le teste degli scampi, e il liquido salato mi schizza in bocca, mi cola tra i denti. Devo fare presto.

La iena si trova tra i piedi la figlia dell’avvocato, una piccola leoncina che non è ancora salita sulla giostra violenta della vita, e non si merita di morire. Avrà quattro anni. Lei non avrebbe niente contro le iene, in teoria. È una leoncina buona.

Ma i meriti non c’entrano, ora. Ora c’è la fame, ora solo il cibo è la moneta di scambio, solo la carne è un argomento valido. Il vu cumprà colpisce la bambina con un calcio brutale, la solleva da terra e la fa schiantare in un angolo, priva di sensi. Poi spara un colpo verso il leone-imprenditore e la sua pantera, ridotti a manichini imploranti, e disintegra il secchio dello champagne. Spara ancora e sventra la gola della strafica, il sangue sprizza come da un idrante sabotato. A quel punto fa cadere a terra la pistola e cava dalla tasca un coltello lungo e sottile.

Avanzano degli scampi, non faccio in tempo a finirli tutti. Le chele mi si schiantano sotto i denti, mi taglio il palato e cerco di buttare giù la pasta più in fretta che posso.

La iena mi raggiunge e mi inchioda alla sedia con una coltellata al petto. 

Per un attimo il dolore è un cavallo imbizzarrito che mi scalcia nel cervello, poi svanisce. Mi appoggio allo schienale, agghiacciato. La iena mi fissa truce. Agguanta il piatto davanti a me e lo tira verso di sé. Poi afferra qualche altro piatto dai tavoli vicini e li sistema tutti sul mio tavolo. Si siede accanto a me. Prende le mie posate e inizia a mangiare, vorace. Anche io voglio il cibo, è tutto quello che conta. Devo mangiare ancora, prima che arrivino altre iene. Allungo una mano verso un vassoio di ravioli al castelmagno: ne prendo una manciata, ma non riesco a portarli alla bocca. Sono come paralizzato. Non posso far altro che stringerli nel pugno, spappolandoli. Il ripieno mi schizza tra le dita, denso, biancastro. La iena continua a nutrirsi, sento la forchetta che striscia contro i suoi denti aguzzi. Ogni tanto si pulisce la bocca con un tovagliolo. Strano che la iena, mentre mangia, sembri un leone.

Non so per quanto va avanti a mangiare. La vista mi si annebbia, mi affloscio su me stesso come un palloncino sgonfio. Niente di personale, certo. È il cibo. Non c’entrano i meriti. Non sono arrabbiato, sul serio. L’avrei fatto anche io, forse. Forse. Ora lo farei. Ora strapperei la testa alla iena, se servisse a farmi sopravvivere. Se avessi ancora fame. Gli mangerei gli occhi. Niente di personale.

Illustrazione di Enrico Mazzone

la-jena

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