Il Pan del Diavolo – Piombo, Polvere e Carbone

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Il Pan del Diavolo – Piombo, Polvere e Carbone

Minchia! Piombo, polvere e carbone il nuovo schizzatissimo disco de Il Pan del Diavolo.

I due chitarristi più agitati e rock’n’roll di Trinacria (Alessandro Alosi e Gianluca Bartolo) tornano a far parlare (bene) di loro con un’opera quanto mai onirica; psichedelia e folklore, terra di Sud e rhythm and blues, insomma come diceva De Martino “la magia esiste!” (da oggi anche in formato cd).

Una Sicilia che si fa quasi India: profonda, polverosa, profumata e sporca; c’è lo Spirito e c’è la Carne (tanta carne), c’è il Mistero e c’è l’Innocenza (più schietta e violenta). Canzoni come pugni in faccia, la mano santa e pesante del padre che colpisce e insegna, nessun fronzolo, nessun occhiolino di viscida complicità, solo sane sberle. E ben venga!
I testi rimangono avvolti nell’ombra: lasciano aperte le strade ai viandanti, ogni tanto si intravede un volto, si ascolta una storia, che poi sono due, tre, mille mila e una forse è la mia, o la tua… o nessuna. Un buffo intreccio di tarocchi, Calvino che suona rock’n’roll tra castelli e taverne alla ricerca del Bagatto, in un mondo sempre più alla rovescia.

Si aprono le danze su Elettrica, e sbang! Una catapulta di neppure tre minuti ci fionda direttamente nel cuore di una Sicilia in fiamme: monologhi serrati alla ricerca di “una luce accesa”, le mani tuonano sulle chitarre, è un furore che travolge, tinte forti danno colore ad una Speranza, quanto mai sofferta. Scimmia Urlatore forse, forse il manifesto del disco; con un titolo così, che altro aggiungere?
Donna dell’Italia: splendida cavalcata, dopo centocinquantanni di facili fraintendimenti e difficili comprensioni, finalmente un po’ di genuino spirito d’appartenenza in nome delle Signore e Signorine del Bel Paese; una canzone sentita che lascia, almeno un poco, più vicini. La velocità resta nel solco del seminato ma non racconta tanto di più, Piombo, polvere e carbone è una revolverata a tradimento, una bocca di cannone corsara: colpisce duro, con precisione, impossibile non cadere nella sua imboscata punk!

Dolce far niente ha un po’ del Bennato più giovane e rinnegato, l’incedere è irriverente, l’attitudine è quella del teddy boy incazzatiello e spavaldo, Vento fortissimo è di sicuro il pezzo più suggestivo del disco, atmosfere dylaniane, fotografie dai piani lunghissimi e struggenti tra rimorsi (“terre del rimorso” scriveva un tale) e presenti inesistenti, distese desertiche, città invisibili; una splendida ballata del ripensamento. Libero rimane in ombra, ci lascia riprendere fiato per aprire alla ragionata Fermare il tempo dove fa capolino il melanconico violino di Nicola Manzan (meglio noto come Bologna Violenta), uno struggente soliloquio, i tempi robusti e incarogniti lasciano spazio alla dimensione eterea e morbida del sogno.
La Viliore non convince del tutto, ma chissene! Ecco che con La differenza fra essere svegli e dormire nuovamente ricapitomboliamo in un affasciantissimo stato di confusa lucidità; quando questi siciliani giocano con la psichedelia ci piace un frego! Un poco di mescalina nella grattachecca ed ecco la Magia! Splendido splendido si, sì.

Il suono della terra, del fango, del mare, delle radici, del sangue, hiiii! Scilla y Cariddi, Sissignuri!
Un album che non delude riproponendo con oculata intelligenza la violenza verace, personalissima e arrabbiatissima che li ha fatti conoscere al grande pubblico due anni fa. Anzi sorprende vestendo con nuova consapevolezza abiti inaspettati, dando vita a ballate da vecchi e saggi cantautori; e quasi queste chanson in salsa sicula, queste nuove vesti ricamate dalle sapienti mani delle madri sono quelle che più ci rimangono nel cuore, che più sentiamo vicine, che più in-segnano e tracciano nuove polverose strade per questa generazione di viandanti e sognatori precari.
Un album che sa di buono e che fa bene.

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