Guerriero dei corridoi

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Guerriero dei corridoi
Racconto di Nicola Cudemo

Mi resta solo un frammento di specchio, sono stato lontano dalla mia Hall troppo a lungo. Tutti i miei specchi andati, rotti, persi, barattati. Allungo quest’ultimo, cauto, sull’asta che ho recuperato dall’architrave del 12B, la Porta di Mezzo del corridoio che ho percorso. Non ho ancora superato con il frammento l’angolo per sbirciare nel nuovo corridoio, che sento un rumore. Ritiro la mano come se mi fossi scottato e infilo il prezioso frammento nel fodero al petto.

Qualcosa che rotola. Non il rotolare frammentato di una granata, di una Pineapple, ma il rotolio liscio di una biglia. Piccola. Leggera. Arretro veloce, sul taglio dei piedi nudi, silenzioso, la mano destra con una Beretta puntata sulla svolta, la mano sinistra con la sorella Beretta all’indietro, che a volte la Porta di Mezzo comunica con il corridoio dietro l’angolo. Geometrie sconosciute, sono straniero, non posso esplorare ogni diramazione. Mi stendo e mi allungo nell’angolo che formano parete e pavimento, aspetto che ciò che rotola appaia. Appena la vedo , una palletta d’acciaio lucente, serro gli occhi e premo la faccia sul braccio.

È una bomba-luce. Sento che sbatte alla parete, viene verso di me, poi detona con quello che è un tonfo e un sibilo allo stesso tempo. Vedo il lampo di luce anche attraverso il braccio. Alzo la testa e riapro gli occhi, perché ora arrivano. Canto il mio mantra, faccio il vuoto. È uno solo, che gira l’angolo in piedi, appiattito al muro, per offrire meno superficie. Ma è più lento di me, e la mia posizione gli offre un angolo di tiro inconsueto, che lo lascia interdetto, e poi morto. Vedo un filo di fumo dal castello della Beretta di destra ed è come se non ricordassi di aver sparato. Se te lo ricordi, ci hai pensato, e se ci hai pensato sei morto. Lui è ripiegato per terra, aspetto. L’udito è fottuto dagli spari, aspetto. Quando sono abbastanza certo che fosse solo, mi muovo.

Parto di corsa, salto il cadavere e svolto. Il nuovo corridoio è vuoto ora, come sentivo, io sono addossato alla parete di sinistra. Mi occupo del morto. Lo stendo supino. È giovane, ha due sole cicatrici rituali sul braccio sinistro, l’ultima ha ancora i bordi arrossati. Ha due Sig Sauer calibro 45, le guancette dei calci rifatte in plastica trasparente istoriata con i motivi del suo clan. Un vero gigolò. Due granate e una Claymore sul dorso. Troppo giovane, troppo accessoriato.

Ha due fori d’entrata sotto la ascella destra, infilo il dito indice che ha sparato nel foro più in basso, il primo, e dico la preghiera dei morti. Mi ha sempre imbarazzato questa cerimonia. La trovo troppo sensuale. Poi taglio una striscia di muscolo dalla sua gamba destra e la mastico a lungo.

Quando ho finito con i riti, me lo carico in spalla e torno alla Porta di Mezzo. Entro nella Sala Rotonda e lo metto giù. Gli bendo gli occhi con sopra due pezzi dei suoi specchi alzo la grata al centro del pavimento e lo faccio scivolare nel Pozzo con le sue armi. Ricarico la Beretta di destra con due cartucce, poi mi avvio per il nuovo corridoio.

Raggiungo la prima porta a destra, poggio il mio specchio sulla piastra e la apro. È un corridoio corto, solo quattro porte. Apro la prima a destra. Entro in una grande sala rotonda, senza Pozzo centrale. Sono fortunato, è una sala dei Magazzini. È circondata di porte, fra l’una e l’altra distributori di cibo e bevande. Sui distributori ci sono i sigilli di una Hall. Li strappo via, il mio specchio ha Accesso Illimitato. Bevo tre caffè e mangio un hamburger. Poi mi siedo a gambe incrociate al centro della sala e mi pulisco i denti con il mio spazzolino. Ho il terrore del mal di denti, delle bocche tormentate e guastate dalle carie. Devo aggiungere una cicatrice al mio braccio sinistro, ma non sono il momento e il luogo adatti. Le possibilità sono uguali, entrerò nel Magazzino che ho di fronte ora. Mi alzo e raggiungo la porta. Apro, entro nel tunnel del Binario. La stazione d’arrivo è vuota, dovrò aspettare il vagone. Mi guardo attorno, la stazione è abbastanza pulita, tranne per i resti di un fuoco in un angolo, e ossa. Bestie. Vado alla grande piastra sui pali al lato del cancelletto d’accesso. La attivo con lo specchio. Mi dice che il prossimo vagone arriva fra diciassette minuti. Ho il tempo di evacuare. Vado ai WC. Entro guardingo, perché avverto l’odore delle Bestie. I pannelli luminosi non si accendono al mio ingresso. Solo uno, in un angolo. Gli orinatoi d’acciaio sono pieni di resti non identificabili, faccio i miei bisogni in uno degli stanzini, più o meno libero, per fortuna l’acqua ancora scorre.

Mi dà i brividi mettere i piedi su questo pavimento.

Torno sulla piattaforma ad aspettare il vagone.

Mi defilo dietro la piastra respingente, potrebbero esserci passeggeri. Sento una corrente d’aria, sta arrivando. Non c’è rumore, solo vento e pressione nelle orecchie. Quando sento vibrare la piastra, capisco che è arrivato. Le porte idrauliche si aprono, ma non sembra scendere nessuno. Dopo un po’ do un’occhiata veloce, la stazione è vuota.

Il vagone è vuoto e immacolato, come sempre, come i corridoi e i magazzini, lo sporco non attecchisce mai sulle loro superfici. Sembra stagliarsi nitido sul grigiore della stazione, perché è lucido, cromato, pulito.

Entro, vado all’estremità che diventerà il muso e aspetto. Quando parte, lo fa senza alcun rumore, senza vibrazioni. Il viaggio dura sette minuti, anche la stazione d’arrivo è vuota. Scendo vado alla porta e sono nel magazzino. Scaffali di dieci metri d’altezza, ripiani di altezza variabile, a seconda delle merci stivate. File infinite, in avanti e ai lati. Gli scaffali delle prime file sono vuoti, il pavimento scompare sotto strati di cartone, stoffe, tappeti e materiale da imballaggio. Mi incammino lungo il viale fra gli scaffali che ho di fronte. È ampio, il soffitto è alto almeno altri dieci metri oltre la sommità degli scaffali, dalle travature metalliche nell’oscurità scendono i pannelli luminosi.

Man mano che cammino, diminuisce lo strato che ricopre il pavimento e comincia ad apparire qualche scatolone sugli scaffali. Ogni dieci scaffali c’è un’apertura per il cambio di corsia. Mi sposto di otto corsie a destra e continuo in avanti. Devo fare in fretta, perché sta arrivando la notte e devo allontanarmi dagli ingressi, perché le bestie non si inoltrano mai nelle profondità. Sto mantenendo una corsa leggera, ogni tanto mi sposto di altre otto corsie a destra, otto è il numero che ho scelto per questa notte. Ad un certo punto trovo un transpallets, lo avvio e corro lungo gli scaffali senza più deviare a destra, cerco di affondare il più possibile nel magazzino. Quando mi sembra di essere abbastanza in profondità mi fermo e consulto lo specchio. Mi restano dodici minuti prima della notte. Do la scalata allo scaffale alla mia destra, salgo in cima e mi sistemo sugli scatoloni. Ne apro qualcuno, finché non trovo una stoffa. Gli altri contengono tubi di vetro di varie dimensioni affogati in trucioli grigi. Aspetto la notte rivolto verso le profondità del magazzino. Arriva come una linea nera che si allarga fra gli scaffali. La linea si allarga sempre più, finché mi è addosso e mi sorpassa, diretta verso gli ingressi. Sono i pannelli luminosi che si spengono in sequenza, tranne quello del mio scaffale, che rileva la presenza di qualcuno e rimane acceso.

Se io mi muovessi, l’isola di luce mi seguirebbe.

Resto per un po’ a fissare il buio del centro. Dietro, verso gli ingressi, ci sono altre isole di luce come la mia. Sono poche e sparse, la mia è l’unica così in profondità. Qualcuna più grossa si muove, qualche bestia a caccia. Domani andrò anche io a caccia. Nel silenzio, ascolto le profondità del magazzino, le voci del buio. Alle soglie dell’inaudibile c’è qualcosa, sempre, a volte mi convinco che è il rumore del mio sangue, a volte sembra avvicinarsi, e mi sudano i palmi delle mani.

È il momento di onorare il giovane guerriero che ho ucciso qualche ora fa. Mi faccio un taglio sul braccio sinistro, ci metto dentro un pizzico di terra della mia Hall che prendo dal sacchetto al collo, così che rimargini con una cicatrice in rilievo.

Cado in una specie di trance, interrotta un paio di volte da quelle che sembrano grida lontane.

Quando torna il giorno con una linea di luce, scendo dallo scaffale e parto con il transpallets alla ricerca di una piastra per lo specchio. La trovo ventiquattro isole più avanti, insieme ad una batteria di distributori. Questa è una porzione dei Magazzini ricca e abbastanza vergine, sono stati sfruttati solo gli scaffali più esterni. Faccio colazione, caffè e barrette, prendo una scorta d’acqua. Poi poggio il mio specchio sulla piastra e memorizzo le coordinate di permanenza di questa porzione dei magazzini. Faranno parte del database della mia Hall. Sono parecchio dentro, gli scaffali sono tutti pieni. C’è un silenzio perfetto, neanche un scricchiolio di assestamento; guardo la prospettiva di scaffali che converge verso un centro che non ho mai trovato. Sono a posto, non ho bisogno di nulla, ho una buona scorta di cartucce per le mie Beretta. Il mio neoprene è integro, durerà ancora parecchio.

Salgo sul transpallets e dirigo verso gli ingressi.

Per il ritorno scelgo di seguire sempre una direttrice, accosterò all’ingresso solo all’ultimo passaggio. Sento l’odore delle bestie. Rallento, sento uno scampanellare lontano. Continuo. Ora vedo i segni delle bestie. Escrementi. Balle e cartoni aperti e lasciati in mezzo ai passaggi. Le campanelle. Sembrano le campanelle dei paramenti di una Jennifer. Una Jennifer, nei Magazzini. Fermo il mio mezzo e proseguo a piedi.

Sono cauto, ora. Molto. Arrivo ad uno sbarramento di imballi, passo sotto una mensola vuota. È una Grotta. Un insediamento di bestie, un gruppo numeroso che ha stabilito residenza fra gli scaffali. Le campanelle della Jennifer sono cristalline, fanno affiorare ricordi inopportuni. Arrivo al nido centrale, seguo un cunicolo fra balle e pezze puzzolenti, sbircio attraverso un’apertura fra i cartoni. Lo spiazzo al centro è libero. Tutti gli involucri sono stati rimossi dagli scaffali. Fra le nude travature metalliche razzola un branco di bestie. Un’asta tesa fra due scaffali regge un uncino. Nell’uncino, infilato nei garretti, sta appesa una Jennifer. La sua gonna e i veli con le campanelle le ricadono oltre la vita. La sua nudità è una bianca bestemmia venata di sangue. Il corpo si scuote, facendo tintinnare le campanelle.

Dal cono dei suoi paramenti cade un cucciolo di bestia. Ha la bocca sporca di sangue. Devono essercene almeno un altro paio, sotto.

L’ultimo pensiero coerente che ho è un ricordo.

È il mio maestro d’armi, che mi insegnava una canzone, quand’ero piccolo.

È un verso: “Je passerais bien du temps là-bas, mon amì”.

Il mondo diventa una cosa come mille giocattoli pelosi. Esco dal nascondiglio. Ho in mano la Wakizashi, la spada corta. Cammino fra le bestie, ottuse, mi guardano, hanno i tempi di reazione rallentati. O forse sono io in modalità berserker. Infilo la spada nello sterno di una Scrofa. La giro, sento l’osso che si separa. La estraggo, piroetto e taglio e corro e salto. Nella frenesia, ricordo gli insegnamenti. Frenare i colpi, non lasciare che la lama si incastri fra le vertebre o nella scatola cranica. Solo a un cucciolo spicco la testa, di netto, un fendente fortunato, la lama deve aver preso l’interstizio fra due vertebre.

Un paio di bestie hanno mitragliatori. Loro amano i mitra. Sparano raffiche che abbattono altre bestie. Svuotano i caricatori e gli sono addosso. Il primo fa una specie di squittio mentre lo apro dal basso verso l’alto. Il secondo cerca di scappare, poi si ferma a guardare la punta d’acciaio che gli sbuca dal petto. Cuccioli e femmine si arrampicano sui montanti, così rinfodero la Wakizashi e faccio un po’ di tiro comodo con le Beretta. Non molto, sono solo sei. Sono coperto dal sangue. Anche la mia spada è sporca, la ho rinfoderata senza pulire la lama. Dovrò lavarmi e fare i riti di purificazione. Estraggo i caricatori delle Beretta, li cambio con due pieni. Vado via senza guardarmi indietro, senza guardare la Jennifer. Torno al transpaletts, lo porto al centro della Grotta. Con il mio specchio apro la sua piastra e accedo al groviglio di tubi colorati. Ne strappo via un paio e spacco un cubo rossastro con il calcio di una Beretta. È un trucco che mi ha insegnato il mio maestro. Scappo via. Corro per un po’, poi l’onda di pressione mi dà una manata fra le scapole e mi butta per terra. Mi giro e vedo un globo bianco che si agita dove era la grotta. So che fra qualche ciclo notte/giorno il posto tornerà pulito vergine e nuovo. I magazzini si rinnovano.

Mi avvio verso l’ingresso. Tornerò nei corridoi, cercherò la Hall della Jennifer morta, idioti, branco di viziati figli dei Giardini. Conoscerò una altra Hall. Ricorderò la mia e continuerò a cercare. Sono il padrone del mio tempo. Sono io, sono un guerriero dei corridoi, mi appoggio a un montante e vomito la mia colazione, poi continuo lungo la corsia di scaffali.

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