GIGANTO – Latigo, canta

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L’anima gigante di InYourEyes ezine continua a stupirmi per la freschezza e la ricchezza delle proposte che affigge continuamente sul suo muro, sarà la primavera alle porte, sarà il penetrante disco dei GIGANTO che mi trovo a recensire, “sarà quel che sarà”, ma sento che il futuro è un momento da cogliere al volo, soprattutto dopo l’esperienza conturbante derivata dall’ascolto di “Latigo, canta”, ultimo e secondo lavoro full-lenght dei GIGANTO, band di Madrid, per i tipi della BCore Disc, siti nel quartiere Gràcia di Barcellona.

La BCore è capitanata da Santi Garcia, il valorosissimo produttore del disco in questione che è una eclatante bomba sonora, infatti deflagra da tutti i pori potenza, perizia e stile. I Giganto suonano pulito ed è giusto la produzione ad implementare il potenziale sonoro del trio.
La bellezza è conficcata tutta nel sound e i ragazzi ci danno dentro magnificamente duro e tosto, capacissimi di tenere unite deliziosamente le linee, sconfinanti ed eccitanti, nervose e martellanti, ma soprattutto avventurose dei pezzi, i quali scivolando via con robustezza e velocità grazie al vigoroso drumming e all’autorevole basso, senza escludere la diabolica fantasia della chitarra, orientano la musica verso un personalissimo protometal math rock stuzzicato da una certa attitudine alla psichedelia, secondaria rispetto alla principale surf music espressa; così diventa facile accostare detta esperienza in odor di enormità a quella di altre band tirate e vorticose: Breach, NomeansNo, Queens of The Stone Age, Hammerhead, Melvins o Man…Or Astroman?, di cui si riconoscono invitanti comunanze, facendo la gioia degli appassionati.

Ciò che si estrae dalle tracce dell’album è una presenza diabolica e misterica che scruta di nascosto l’essere umano; l’aria è quella di stare in un film horror ambientalista, tipo “Long weekend” (una giovane coppietta di sposi si concede una vacanza in tenda in un isola deserta, o quasi… saranno condotti obbligatoriamente ad un orrendo epilogo); invece, per noi umili ascoltatori, vacanza o meno, si sta con fervida immaginazione su questa fantomatica isola: prendiamo il sole in spiaggia, si fa del surf, banchettiamo con abbondanti spiedini di frutta, svolgendo tutte le abituali mansioni che la vita ci riserva, baciati però dal clima e dalla letizia locale, più o meno come fa Elvis nel film “Paradiso hawaiano”, lavoro, grinta e musica; e mentre tiriamo avanti, ognuno preso dentro i casi suoi, risulta inutile servirsi di facoltà veggenti per rendersi conto che un orribile e non curante occhio sinistro ci osserva ignari dall’oscura penombra della giungla selvaggia, ben nascosto tra la fitta vegetazione lussureggiante e, nel suo profondo, lugubre.

Avvicinandoci meglio al contesto, ce lo suggeriscono i GIGANTO, stringiamo lo sguardo di questo temibile, scopriremo poi anche implacabile, terribile occhio lungo la quotidianità appena descritta e ci accorgiamo nientedimeno di essere sull’isola di Sumbawa, geograficamente situata nell’arcipelago indonesiano della Sonda. Cosa c’è in questa isola di tanto speciale oltre a ragazze, frutti e palme?
Dorme il vulcano Tambora, il secondo vulcano per indice di esplosività più pericoloso al mondo, di cui si ricorda la catastrofica esplosione avvenuta circa duecento anni fa che produsse morti, carestie, epidemie e sconvolgimenti ambientali; infatti, l’indicibile quantità di polveri depositate nella stratosfera impedirono al sole di riscaldare il pianeta arrecando enorme danno alle colture ed inoltre per un pugno di anni il globo visse una piccola era glaciale, mandando le estati e le primavere a farsi benedire. Che forza!

Essendo questo un albo strumentale, i nostri sensi si applicano tutti alle ricezioni delle varie articolazioni sonore; di puramente letterario solo i titoli dei brani, giusto per costruirsi un’idea generale, ecco il tensivo “Tambora”, opening denso di alterata suspense che introduce il terrifico “Valle inquietante”: e siamo presi nella morsa delirante dei riffs della chitarra che montano e stridono urlando liberazione, accompagnati dal tam tam tribale delle pelli, il basso ingrossa impetuoso il suono; “Los Helicópteros Estan Ardiendo”, sferzate di basso a cui si unisce immediatamente la panottica chitarra ed un carnet di suoni wide open operano scardinamenti durante la marcia inarrestabile, sgorga energia chiassosa ai confini del rumore, è totale arrostimento dei moscerini elicoidali colpiti dalle bombe vulcaniche: atmosfera da impazzimento generale!

Stand out x “Kaiser Cúpula”, incalza a tempo convulso: domina incontenibile il post-rock martellante, attacchi lancinanti della chitarra con inserzioni di surf sound, si riprende la fatidica superlativa cavalcata in terra degli isolani sfrecciando fulminei verso il mare; in “Esqueleto Horizontal” si subodora l’eco di sonorità risalenti al grunge, sebbene la batteria faccia la differenza sulle battute, di fatti è un tritatutto! La fuga è bestiale, disperata, da cardiopalma, impossibile evadere dalla durezza stupefacente del magmatico scenario: si dribbla tra lava, ceneri, enormi lapilli incandescenti, bagliori cadenti, vapori schizzanti, fumarole; ci sarà un momento ultimo per un tartassato respiro prima di essere annientati? Splendido brano!

“Fuerzas que no comprendes”, l’allucinatorio devastante apocalittico ha obnubilato le menti stracciate a brandelli, il caos drammatico reca l’ultimo anelito di scampo nella speranza a tutta follia, è la fine della corsa verso il mare aperto, mitragliati da pioggia di rocce roventi.

La terminale utopia di “El nadador” inaugura il lato B del disco: sicuro ed evocatorio astro nascente, appannaggio della chitarra solo, che per bellezza incredibile di toni e d’espressione, nella sua brevità, sfiora i 2 minuti, fa accapponare la pelle ed eleva la suggestione sonora, in punta di pedale tremolo, ad una meravigliosa vena creativa e compositiva. Per me risuona come un anthem regalato alle nuove generazioni, (approfittando appunto di questo clima di rigenerazione, di cambiamento di stato, seppur macabro, relativo all’eruzione in questione) per raccontare un nuovo corso che nasce dalle ceneri del vecchio; suona come inedito star-spangled banner della nuova cultura portata avanti dalle “eroiche” etichette underground, dai motivatori del circuito off, che generosamente e senza risparmiarsi combattono il fascismo della chiusura mentale odierna mettendo a disposizione passione, tempo ed energie. E’ la bandiera piantata sulla Luna (alla faccia della Jefferson Starship…) che non crea solo lucro ma vera arte aggregante, sostenuta con vigore e dedizione dai fruitori ultimi che la portano nel cuore, i fieri alfieri di un mondo che è alle porte: il tramonto di un’era è transitato, si risorgerà altrove, “El nadador” cede col suo ultimo sforzo salvifico il testimone al prossimo venturo.

“Miel De La Boca Del Oso”. Resta questa fotografia impressa, marchiata incandescente sull’anima, quale concentrato in atto della dipartita, della disfatta; tuttavia si rimane abbacinati dalla bellezza tremenda di madre natura che governa trionfante sull’uomo, ridotto in polvere. Si contempla attoniti l’incanto della potenza devastante vomitata brutalmente sul mondo. Pezzone di grande intensità.

“Un Ataúd Tallado A Mano”, una tomba intagliata a mano: mid tempo scandito dal tellurico basso incessante, infuoca il certosino furente, mentre l’ossesso lavoro della colata lavica sigilla le anime degli isolani esalando in un cimitero primordiale a cielo aperto, imbalsamati per l’eterno dai GIGANTO in vena di meraviglie.
“Una tecnica para el lider”, la consacrazione definitiva di Madre Natura (el lider) che svuotata la bocca dal magma si gode silente il panorama mortuario lasciato dopo il suo passaggio, ribadendo d’essere regina indiscussa in terra. Il colpo d’occhio tra le rocce fumanti è un inferno: la danza di Belzebù si snoda ipnotica, è il pezzo più lungo del disco, quasi 9 minuti altamente condizionati dal pulsare del basso che scende maniacale tra le maglie del jazz, è anche l’omaggio della band alla “3rd stone from the sun” di Hendrix, reinventato cavallo di battaglia che mantiene il tono su riferimenti surf, accarezzando una girandola esotica psichedelica e ponendosi all’estremo opposto del testo hendrixiano, a cui vi rimando.
“Regreso a Tambora”, ritorno a Tambora, chiude i giochi e accoglie un innesto di chitarra che non lascia scampo, sembra riesumare turbanti distorsioni rintracciate in “Larks’ tongues in aspic” dei mitici King Crimson.

Il minaccioso è sempre dietro l’angolo… per cui godiamocela a tempo di mathsurf!

TRACKLIST
1. Tambora
2. Valle Inquietante
3. Los Helicópteros Estan Ardiendo
4. Kaiser Cúpula
5. Esqueleto Horizontal
6. Fuerzas Que No Comprendes
7. El Nadador
8. Miel De La Boca Del Oso
9. Un Ataúd Tallado A Mano
10. Una Túnica Para El Líder
11. Regreso A Tambora

LINE-UP
Jaime García – drummer
Víctor Teixera – guitars
José Torre – basso

VOTO
9

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Látigo Canta by GIGANTO

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