Flower Girl - Tuck In Your Tie-Dye! 1 - fanzine

Flower Girl – Tuck In Your Tie-Dye!

Lou Barlow vendeva i suoi dischi alla fine del concerto, quando lo vidi al Bloom, ma ciò che più mi rimpingua le vene è il ripensare a lui e Lowenstein che s’arrabattano e s’incasinano con gli strumenti da massimo trecentocinquanta dollari a pezzo, eseguendo comunque un gran set.

Erano più sghembi, storti e intonati rispetto alle registrazioni studio, suonavano come un gruppo di rockers dei primi ’60 fumati e impantanati nel fango in una giornata rovente mentre due cavi scoperti frizzavano lì accanto.
Pensare all’alternativa rock americana è alla fin fine pensare a Costantinopoli: è durata una riga prima di cadere e comunque s’è sempre difesa bene, nel suo senso ampio di ripensare la musica in un preciso momento/contesto Storico.
La S la spiego: i turchi non sopraggiungevano sconosciuti perché comunque “endemici”, è la natura caduca propria della musica come di altre cose l’avvicendarsi dei movimenti e delle correnti, popolari o meno. Ciò che viene definito “classico” è ciò che viene necessariamente superato. Poi ci sono quelli che biecamente perseverano; pratica che, nonostante ridondando possa far pensare ad una generale carenza d’idee, ha dalla sua, nel bene o nel male, la naturale caratteristica di porre delle tesi che si presume debbano condurre a debite riformulazioni da parte di coloro che le assimilano: quindi, come una batteria suonata picchiando la bacchetta su una tazzina da caffè, sarebbe buona cosa gustarsi i Flower Girl eseguire Hi5s: pigiano e pisciano sollazzati e storpi in un approccio con forme appena riciclate dal punk e dal country. Voglio dire, nel loro disco puoi sentire ogni tanto Pete Yorn e il chitarrista dei Winkies che invece di un giorno in prigione han beccato dieci anni in manicomio finendo a strimpellare con Barrett.
Ciò è già abbastanza per farvi intendere quanto mi è piaciuto questo disco stronzo. Metto questa scoperta nella mia sporta aggiungendo che scrivono giri tanto sentiti quanto nuovi, e poco importa se non esce troppo il Bigmuff, o la struttura melodica non abbia mai un vero orgasmo, o tutto quello che vi pare: la deflagrazione ritmica del pezzo contribuisce a fugare ogni accusa di intellettualismo neo post punk-garage -lo-fi-noise-eccetera eccetera eccetera.
Questo è ciò che vorrei far capire quando parlo a chiunque della povertà dell’”indie” (sic!) italiano; è sorprendente quanto possa essere semplice il pensare di chiudere un pezzo in maniera del tutto estemporanea od accelerarne improvvisamente il tempo per poi notare che in nessuna realtà proposta come convincente da diversi ambienti musicali vi è una pur minima ricerca di spigolatura, di distacco o sagace rivisitazione. Tanto il jingle-jangle dei Nerves quanto la lucida comicità montyphytoniana di Robyn Hitchcock carburano i leitmotiv di un lavoro brillante, ricco di spunti melodici piegati ad ogni loro culmine. Un gioco di cori sguaiati e chitarre depresse a rappresentare un quartetto di guitti con le pezze al culo che fanno il dito medio ai machismi del rock di scuola Queen/Kiss: Let’s Built A Fort sarebbe degnissima side A di un qualunque 45 giri power pop uscito nell’arco ’60/’80, dall’attacco claudicante al bridge distorto incredibilmente efficiente nella sua povertà, fino alla chiusura a coito interrotto; Odysseus Is Dead spiazza come dei Violent Femmes imberbi, ciucchi, e si potrebbe continuare all’infinito coi paragoni perché, come ho scritto all’inizio, funziona così, quindi cuccatevi Tuck In Your Tie-Dye! e fatevi del sano male. Sarà solo quando troverete quello che stavate cercando per archiviare il gruppo come scassaballe che vi renderete conto del numero delle volte in cui ci avete provato e quindi del senso del disco.
E’ sempre la stessa roba, ma è alternativa.

TRACKLIST
A.
Tuck In Your Tie Die
Lets Build a Fort
Hi5s
Waiting on the Line
Dorothy Says
2Late 2be a Cowboy
B.
I Saw a Mouse
Breathmint
Business Plant
You Can’t Always Get What You Are
Tucked Out
Scary Drive II

LINE-UP
Snoot – Chitarra
Dvd (?) – chitarra
Hvd (?) – batteria
Uncle Sal – Basso
Nacho – voce

Michael Olivo – album arts

FLOWER GIRL – Facebook

http://flopflopflop.bandcamp.com/

Alessio Zunino
bisma00@outlook.it

Sono Alessio, nasco punk ma nella mia maturazione ho assimilato blues, new wave, garage, noise; se la musica è spigolosa, se il riverbero nella registrazione è sufficientemente calcato, o se la chitarra pare un Fokker in decollo, gli elementi base sono definiti. Poi, in generale, sono onnivoro. I miei padrini sono stati Nick Cave, Syd Barrett, Lou Reed, Robyn Hitchcock, Johnny Thunders, Kim Salmon; recentemente è entrato in famiglia Jon Spencer. Non mi precludo nulla sulle recensioni, fuorché la musica leggera: i negozi di abbigliamento hanno di che diffondere mentre ci si sceglie i calzoni senza necessità di miei consigli, e ho sempre maldigerito quasi tutto il rap e l'hip hop, salvo casi di contaminazione/crossover. Scrivo per indirizzare o aiutare negli ascolti, e per svuotarmi, e chi non conosce Lester Bangs beh, lo conosca. Leggo tanto, troppo, in modo dispersivo, e credo che le bio sugli artisti siano spesso lavori estemporanei di fan infatuati: difficile trovare cose memorabili, ma è pur vero che all’avanzare dell’età il giudizio di pari passo s’addolcisce!