ELLI DE MON – COUNTIN’ THE BLUES

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ELLI DE MON – COUNTIN’ THE BLUES

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C’è chi incide un album di cover di canzoni blues (e rigorosamente suonate da bluesmen) perché, fondamentalmente, non ha più nulla da dire e allora torna a proporre cose già fatte in passato per raschiare il fondo del barile (chi ha detto Black Keys???) e poi c’è chi invece registra un disco di riproposizioni di blues songs, composte ed eseguite da donne, a ragion veduta e con un’idea ben precisa in testa. E’ il caso, quest’ultimo, di Elisa De Munari, in arte Elli De Mon, talentuosa ragazza veneta che, da un decennio a questa parte, ha realizzato diversi album e ama intrattenere il pubblico in giro per il nostro Stivale (ma anche in tour europei) mettendo in scena un viaggio lisergico in cui si delinea la sua interpretazione del blues elettrico: una one woman band che canta, regala suoni saturi di chitarra resofonica (ricca di slide selvaggi) sonagli e tiene il tempo con la grancassa, il tutto interpretato con spirito intenso e sanguigno, frutto delle sue ispirazioni blues primordiali mischiate con ascolti e attitudine garage punk delle sue passate collaborazioni (non a caso ha condiviso il palco con Jon Spencer e Reverend Beat-Man). Una voce che sa essere ricca di sfumature: ora grintosa, ora ammaliante, ora rabbiosa, ora sensuale, ora oscura, ora dolce.

La passione per il blues delle origini ha portato Elli a scrivere un libro sulle artiste del blues degli anni Venti del Novecento, “Countin’ The Blues: Donne Indomite“, uscito nel febbraio 2020, poco prima che la pandemia da covid-19 fermasse tutto. Come ulteriore omaggio verso queste donne afroamericane straordinarie e coraggiose (va ricordato che molte di queste musiciste hanno vissuto in un’epoca in cui la segregazione razziale negli Stati Uniti era ben presente e spietata, e il ruolo della donna era concepito dalla società del tempo solo in base alla sottomissione all’autorità maschile, alla riproduzione di prole e al lavoro duro nei campi di cotone e nelle fabbriche, in regime di semi-schiavitù e in condizioni di miseria economica) Elisa ha deciso di dare anche una veste sonora al libro, registrando dieci canzoni di cui aveva parlato nel suo volume. E così oggi vede la luce “Countin’ The Blues: Queens of the 1920’s“, un vero e proprio tribute album in ricordo di queste protagoniste della black music (la cui importanza avuta nello sviluppo della musica popolare di massa è stata spesso dimenticata) da cui traspare anche il legittimo intento “didattico” di far tornare a brillare la loro arte e far incuriosire chi ci si imbatte per la prima volta.

Il primo album della De Mon per la Area Pirata Records contiene dunque dieci rivisitazioni di blues songs rurali, filtrate però da un’ottica personale e non destinata a un pubblico di soli puristi del genere. Alcune sono considerate dei classici, come “Blue Spirit Blues” di Bessie Smith (autentica eroina ispiratrice di Elli, insieme ad altri incantatori sciamanici come “Mississippi” Fred McDowell e Eddie James “Son” House) e “Freight Train” di Elizabeth Cotten, autodidatta con una storia incredibile, che ha rivoluzionato il modo di suonare la chitarra con la sua tecnica di fingerpicking (ispirando gente come Bob Dylan e i gruppi skiffle inglesi, compresa una band chiamata The Quarrymen, in cui militava un certo John Lennon) oppure “When The Levee Breaks” (sì, proprio quella poi coverizzata anche dai Led Zeppelin) di Memphis Minnie, fonte di ispirazione per Muddy Waters, Little Walter e altri, o nell’opening track “Prove it on me Blues” di Ma Rainey (colei che coniò il termine “blues” per descrivere la sua musica) mentre le altre sono realmente delle gemme nascoste che Elli è riuscita a disseppellire dall’oblio del tempo e della storia, ridandogli nuova linfa. Come detto in precedenza, questo disco è una appassionata rielaborazione non calligrafica del blues arcaico, e quindi beccatevi una “Downearthed Blues” (di Alberta Hunter) e “Shave ‘Em Dry” (di Lucille Bogan)  suonate con piglio garage rock. Del resto, la contaminazione musicale arricchisce l’anima e apre la mente, e allora cosa c’è di più naturale (e consequenziale) che fondere e mischiare due mondi sonori (blues elettrico e rock ‘n’ roll) che, in fondo, sono padre e figlio tra loro? E poi c’è spazio anche per un secondo lato, in cui le chitarre si fanno acustiche (come nel caso di “Trouble in Mind” di Bertha “Chippie” Hill, nota per le sue registrazioni con Louis Armstrong, o in “Wayward Girl Blues” di Lottie Kimbrough, in cui Elli si fa aiutare dall’amica Giusi Pesenti ai cucchiai) e assistiamo all’entrata in scena di un sitar; in “Dope Head Blues” (di Victoria Spivey, tra le prime donne in assoluto a fondare una propria casa discografica, la Spivey Records, che ha ospitato le prime incisioni di Bob Dylan come session man)  e nella conclusiva “Last Kind Words” della misteriosa Geeshie Wiley, artista di cui non si hanno notizie certe.

Cantanti e musiciste anche bravissime a livello tecnico, che usavano la musica come un mezzo per arrivare a più persone (e donne) possibili, e che nei testi non si limitavano a trattare dei classici temi amorosi, ma parlavano anche dei problemi delle donne afroamericane nella società bianca segregazionista e razzista, hanno avuto il fegato di essere voci fuori dal coro, in un mondo musicale segnato dal monopolio maschile (e maschilista) cantavano testi di denuncia contro il patriarcato e invocavano il riscatto sociale, l’indipendenza e l’autodeterminazione delle donne: di fatto, hanno teorizzato il femminismo delle riot grrrls molto tempo prima che le musiciste bianche statunitensi si impossessassero di queste battaglie. Il destino di molte di queste leonesse, purtroppo, fu segnato dalla catastrofe finanziaria della Wall Street della crisi del 1929, che spazzò via tante attività, sogni artistici e speranze di riuscire a vivere grazie alla musica, mettendo in ginocchio il mercato dei race records, sparì un mondo (caratterizzato dal traditional folk, dal primo jazz e dal blues) e ne iniziò un altro, dominato dall’appropriazione (in tanti casi, più un furto che una “ispirazione”) della musica nera da parte del mondo bianco, che si concretizzerà, poi, soprattutto alla fine del secondo conflitto mondiale, con l’arrivo del rock ‘n’ roll “bianco” e i gruppi della “British Invasion”, che ripresero il blues degli afroamericani e ne divulgarono una versione “riveduta e corretta” di esso che raggiunse un successo commerciale su scala mondiale senza precedenti.

“Countin’ The Blues” è un’operazione intelligente di recupero di un mondo che non c’è più, ma allo stesso tempo più attuale che mai, viste le tematiche affrontate da queste pionieristiche blueswomen. Il blues è attitudine, sentimento, identità, è una categoria dello spirito, bisogna viverlo sulla propria pelle, sentirlo dentro, prima di cantarlo e suonarlo, e possiamo dire che, da questo punto di vista, Elli abbia fatto un buon lavoro, facendo suoi questi “classici minori” e rivestendoli di un’anima moderna, pur restando sostanzialmente fedele alle interpretazioni originali, che in ogni caso vi invitiamo a scovare e ascoltare (oltre ad acquistare il libro, per avere una visione a 360 gradi di questo fenomeno storico-musicale). Che provenga dalla Louisiana, dal Mississippi o da Vicenza, l’unica “variante Delta” di cui vogliamo infettarci oggi è quella del blues!

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TRACKLIST

1. Prove It On Me Blues (Ma Rainey, 1928)
2. Blue Spirit Blues (Bessie Smith, 1929)
3. Downhearted Blues (Alberta Hunter, 1922)
4. Shave ‘Em Dry (Lucille Bogan, 1935)
5. Dope Head Blues (Victoria Spivey, 1927)
6. Freight Train (Elizabeth Cotten, 1906-1912)
7. When The Leeve Breaks (Memphis Minnie, 1929)
8. Wayward Girl Blues (Lottie Kimbrough, 1928)
9. Trouble In Mind (Bertha “Chippie” Hill, 1926)
10. Last Kind Words Blues (Geeshie Wiley, 1930)

CREDITS

Recorded, mixed and mastered by Tommaso Mantelli at Lesder Studio in Treviso, Italy.
Bonus track “Last Kind Words” recorded and mixed by Bruno Barcella and Alessio Lonati at Tup Studio, Brescia, Italy.

Elli de Mon: guitars, lapsteel guitar, organ, sitar, dilruba, drums, vox.
Guest: Giusi Pesenti: spoons on “Wayward Girl Blues”

Cover Photo: Denis Ulliana
Design: Riccardo Bucchioni

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Reverend Shit-Man
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" Io sono un vuoto a perdere, uno sporco impossibile, un marchio registrato, un prodotto di mercato. Io sono un punto fermo, una realtà di base, un dato di fatto, un dato per perso. Non ho codici segreti né codici cifrati, non cerco centri di gravità permanenti. Io sono una pratica evasa, io sono una vertenza chiusa, un vicolo cieco, un pozzo senza fondo. Non sono come tu mi vuoi. "

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