Dischi dell’anno 2018 di IYEZINE

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Questa classifica dei 15 migliori dischi pubblicati nel 2018 (nella playlist ce ne sono però altri dieci) esiste con l’obiettivo di essere uno sguardo sul mondo della musica pop di these important years, l’autore ha provato a tenere fuori il suo stato di salute psico-fisico dalla faccenda ma non ci è riuscito, perciò se ci sono esclusioni eccellenti o posizionamenti scandalosi se ne assume tutte le responsabilità e con ciò dichiara chiusa la polemica tra sè e il sottoscritto:

15. Sleep – The Sciences (Third Man Records)

Arrivato nel mio giradischi a sorpresa così come è apparso nei negozi (pubblicarlo senza averlo prima annunciato direttamente il 4/20 per ovvi motivi è stata una mossa geniale), il nuovo lavoro del trio, che non pubblicava qualcosa di inedito da vent’anni, è un’autentica bomba di droga che ci ricorda perchè sul fatto che i Black Sabbath siano ad oggi una delle band più influenti della storia si arrivi poche volte alle mani o a spiacevoli citazioni di parenti defunti.

14. Autechre – NTS Sessions (Warp Records)

8 ore di musica in quattro parti, che fanno più o meno così:

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13. Sarah Davachi – Let Night come on Bells end the day (Recital Program)

Primo dei due lavori della compositrice canadese usciti quest’anno, ma avrei potuto inserire tranquillamente il quasi gemello Gave in rest: qui la musica si muove tra lievi bordoni, minimalismo, elettronica, ambient e musica spirituale, meditativa, con fisso al centro il tema del sacro e soprattutto dei luoghi sacri. Consiglio l’ascolto all’inizio della giornata, ma pure alla fine, ma pure in mezzo perché no durante una skypecall importante.

  1. Idles – Joy as an act of Resistence (Partisan records)

    Esiste titolo più bello per un disco? No. Che siano il nuovo riferimento in musica della working class o meno, c’è bisogno degli IDLES, oggi più che mai.

Fear leads to panic, panic leads to pain

Pain leads to anger, anger leads to hate

Yeah, yeah, yeah, yeah

Yeah, yeah, yeah, yeah

Yeah, yeah, yeah, yeah

Yeah, yeah, Danny Nedelko



11. Sons of Kemet – Your Queen is a Reptile (Verve Label Group)

Il sassofonista londinese Shabaka Hutchings con questo lavoro ci conferma come l’afrobeat sia vivo e lotti insieme a noi, dato che unisce memoria culturale e ribaltamento della monarchia come concetto di sangue, in nove brani in cui il compositore rivendica il diritto di eleggere come sue regine sua nonna Ada Eastman, l’attivista Angela Davis e la psicologa Mamie Phipps Clark.



10. Szun Waves – New Hymn to freedom (The Leaf Label Ltd)

Andiamo in orbita pur restando sempre in UK, visto che il 200% del jazz rilevante ai giorni nostri viene da lì. Il trio inglese ci offre un viaggio spirituale assolutamente necessario per contrastare le magnifiche rotture di coglioni del quotidiano, e lo fa con composizioni orchestrate su di una perfetta armonia tra synth, sax e batteria.



9.  U.S. Girls – In a poem unlimited (4AD Ltd)

Se in Italia facessero canzoni pop come quelle di Meghan Remy su 4AD non dovrei fingere ogni santa volta di avere una bomba al supermercato per sbrigarmi subito in cassa. Due esempi? M.A.H. e Velvet 4 sale.


8. Skee Mask – Compro (Ilian Tape)

Ok l’elettronica sta migrando forse verso altre direzioni, e faccio riferimento quelle intraprese da Amnesia Scanner, Zuli, Lotic, Objekt e molti altri, ma tra quei fruscii di ambient glitchato che mi ricordano vagamente gli amati Boards of Canada e lampi di puro revival breakbeat già rivisitato da Aphex Twin, il disco del producer bavarese Bryan Muller è tornato costantemente nei miei ascolti durante l’anno e lo ha sempre fatto come una scoperta.

Low – Double Negative (Sub Pop Records)

Questa la lascio scrivere a Brezsny:

nel 1970 il land artist Michael Heizer realizzò nel deserto del Nevada un’opera mastodontica, scavando due imponenti cavità rettangolari. Fotografata dall’alto quella porzione di deserto sembrava simile a un dipinto astratto, ma in realtà si tratta di una mega-scultura modellata in negativo, ovvero negando concretezza alla materia. Il nome dell’opera è “Double Negative” e come spiega l’artista “allude a un oggetto o una forma assenti. Per crearla non si è accumulato ma rimosso. Il titolo descrive letteralmente i due tagli ma ha implicazioni metafisiche: un doppio negativo è impossibile. Davanti a noi non c’è nulla, eppure c’è una scultura grande come un edificio e lunga quanto l’Empire State Building”.



6. Amen Dunes – Freedom (Sacred Bones Records)

Con quello che forse è il suo capolavoro Damon McMahon perfeziona la via intrapresa dal precedente Love e definisce il suo psych-folk dentro precise coordinate di forma-canzone, dicendoci qualcosa di sè ma senza esagerare. Brani come Skipping school, Believe e la title track credo che continueranno a piacermi anche tra venti o trent’anni.



5. Playboi Carti – Die Lit (AWGE/Interscope Records)

A un anno di distanza dal già ottimo lavoro omonimo il rapper di Atlanta oltre a non morire e non farsi arrestare compie un’altra buona azione tornando con un album ancor più convincente, che anche grazie ai beat scarni e minimali di Pi’erre Bourne non suona come qualsiasi altro disco trap tirato fuori a caso per fare cassa, di cui sono zeppe le playlist spotify oltre che le gonadi di molti.




4. Kali Uchis – Isolation (Universal)

“Anna’ co Kali Uchis ar festivalbar”, no vabbè, tra collaborazioni eccellenti (Steve Lacy, Tyler The Creator, Jorja Smith) l’artista di origine colombiana riesce a uscirne da padrona di casa. Tutti i suoni sono al posto giusto per lasciare tempi e modi alla sua voce e alla sua presenza di esprimersi, per me disco pop dell’anno, che riesce ad essere elegante, frizzante e cafone al tempo stesso, un mix che raramente non trovo letale: ti seduce, ti fa muovere, ti ammalia, ti piace.


  • 3. Oneida – Romance (Joyful Noise)

La migliore rock band degli ultimi vent’anni: è un disco con le chitarre, ma non suona scopiazzato in controluce da qualcos’altro, si intitola Romance, ma è di poche parole. Basta cliccare play per essere catturati e finire chissà dove: una costellazione, un pianeta desertificato, un limbo sonoro.



2. Earl Sweatshirt – Some Rap Songs (Tan Cressida)

Al di là del blu oltre la soglia verso il nero: sulle orme di Madlib, J Dilla, MF Doom e Ghostface Killah il  ̶c̶h̶i̶c̶o̶ ̶p̶r̶e̶s̶o̶ ̶m̶a̶l̶e̶ fu Odd Future torna con un lavoro che è un selfie mosso sulle vicende recenti legate alla vita di Thebe Neruda Kgositsile, tra morte del padre, attivista e poeta sudafricano e alcuni mai celati stati depressivi, un correlativo oggettivo che porta dritti alla sua idea e al tempo stesso negazione di artista con tutte le pressioni che ne conseguono: tutto quello che Earl ha da offrirci sono appena Some Rap Songs, bellissime.



1. Yves Tumor – Safe in the Hands of Love (Warp)

Abbandonati i panni di performer sui generis e indossati quelli di Gheddafi (chi c’era al C2C quest’anno sa) il misterioso Sean Bowie al suo esordio su Warp tira fuori un disco grazie a cui tutto il chiacchiericcio sulla sua vera identità passano finalmente in secondo piano: le divagazioni noise del precedente Serpent Music confluiscono tra pop dei tardi ‘90 (l’irresistibile Noid), echi di trance clubbing (Honesty), momenti di puro avant-post industrial (Economy of Freedom, Recognizing the enemy) e decostruzione su scheletri del trip-hop (Licking an Orchid).

They call it a sickness

PTSD, depression

Safe in the hands of love

That’s where I feel the pressure from

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