Dario Morgante – La Compagna P38: Ascesa e Caduta della Brigata Primavalle

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SCRIVEREMO IL TUO NOME
SUI MURI DELLA STORIA
A COLPI DI MITRA
FINO ALLA VITTORIA

C’è Macello, a cui non interessano tanto le donne, ma intona i motivi di Battisti con una voce che le incanta.
C’è Morvo, che ha perso Ondina per un ago piantato nel braccio, la schiena appoggiata alla corteccia umida di un albero alla periferia di Roma. Lui, che infila la pallottola nel cranio di un infame, ma rosso. Politica di merda.
C’è Breda, il passamontagna calato, si butta testa bassa nella lotta, e con lo stesso entusiasmo fra le braccia della bella Luce. Poi però incomincia a preoccuparsi dell’intonaco di casa, che è da sistemare, delle bollette, tutte da pagare.
Infine c’è Ermes, il nostro narratore, il fratello di Breda, che si immagina la rivoluzione “come un sogno… Un giorno non diverso da questi che stiamo vivendo, ci ritroveremo in piazza a migliaia. E quel giorno, a differenza di oggi, saremo tutti uniti. Tutti determinati”.
È sarà un giorno di marzo, perché a marzo c’è il sole. Quattro amici, quattro brigatisti. Il braccio e l’anima della Brigata Primavalle. Non hanno studiato, non valutano le condizioni storiche e politiche con lo sguardo di Mario Moretti (“ma io qua non ci sto bene, qui sono tutti istruiti, e più sono istruiti meno li capisco”), non hanno strategia (“La Brigata Primavalle è un animale, inquieto, senza testa né cervello, dei duri e puri senza strategia”).
Loro vengono dalla strada, dove c’è il bar del Pardo, con la sua bandiera rossa appesa dietro il bancone e un murale che sembra il Quarto Stato sulla saracinesca. Bevono chinotto, birra, si mangiano la granatina che si scioglie per il caldo estivo, partecipano alle occupazioni delle case, resistono con gli immigrati meridionali agli sgomberi.
Scrivono sui muri “servi delle guardie”, sfottono i poliziotti e fumano un po’ d’erba. Intorno a loro il quartiere soffre, l’eroina incomincia a girare e a stendere sui marciapiedi i ragazzi che incontra sul suo cammino.
Poi, un giorno di marzo del 1978 passano per il centro, superano il cordone della polizia e si infilano in via Stresa. A terra i corpi di cinque uomini, quelli della scorta di Moro. Senza vita. Il sangue è nero, non rosso come pensava che fosse Macello.
Quello che fanno non basta più. Le manifestazioni, i sit-in in memoria di Giorgiana Masi, le proteste. Adesso bisogna “fare i fatti”. Con quella P38 rubata da un armaiolo in pieno giorno. Pesante, non bilanciata, vecchia, si fa fatica a trovare i proiettili. Ma fedele. La compagna P38. “Attento poliziotto, è arrivata la compagna P38”.
Sarà un ragazzo incontrato per caso a far entrare Ermes nelle Brigate Rosse, e lui si tirerà dietro tutto il gruppo.
È suo il racconto snocciolato nelle cinque parti di questo romanzo, cinque come gli anni narrati: dal 1978 al 1982.
Una parentesi di Italia che non può essere risparmiata dalla Storia. Quanto sappiamo di quel periodo? Quanto, dei sentimenti, delle ideologie, dell’insofferenza? Tutto quello che ci hanno insegnato a scuola? Allora non sappiamo proprio niente.
Dario Morgante ha scritto un romanzo storico di formazione. Storico, perché ha il coraggio di parlare di un lasso di tempo che è stato fondamentale per definire l’Italia di adesso e che non viene mai discusso. Di formazione, perché il lettore assiste all’evoluzione del protagonista verso la maturazione e l’età adulta.
Infatti Ermes raggiunge, capitolo dopo capitolo, una consapevolezza sconcertante, riesce a raccontare un senso di appartenenza, il desiderio cieco di veder realizzato un ideale, le delusioni e l’amaro di questa lotta senza pietà.
Passa attraverso rapine, gambizzazioni, omicidi. “Il tribunale del popolo ti ha processato per aver sfruttato i proletari per anni, per esserti arricchito sulla loro pelle, per aver militato nella Democrazia Cristiana, al soldo della NATO e dello Stato Imperialista delle Multinazionali”.
Forte di queste parole preme il grilletto, mirando alle ginocchia dell’uomo che è steso di fronte a lui. Ma Ermes chiude gli occhi. Non ce la fa a guardare. Non è sicuro di averlo preso. E allora spara di nuovo.
La violenza è sconcertante. La facilità con la quale alcuni vi ricorrono, disarmante. È una violenza che diventa spirale, non lascia fuori nessuno. Poliziotti, brigatisti. Il sangue di professionisti, intellettuali, spacciatori, “guardie”, gente che parla troppo, infami, si riversa per le strade. Il sangue degli arrestati imbratta le mura delle celle dei braccetti speciali.
In breve, il senso della misura scompare (se mai vi era stato), e l’evoluzione del nostro protagonista diventa l’involuzione di una società che soffoca per il desiderio di riflusso nel privato, quel disimpegno politico e sociale che ha stravolto gli italiani dagli inizi degli anni Ottanta. Il silenzio.
Fra i banchi ci abituano a una Storia fatta di vinti e vincitori, ma qui ne esce solo un’Italia smantellata. Dal terrorismo, dall’indifferenza, da una politica violenta. Dalle mazzette, dalle ritorsioni, dalle alleanze con la mafia, da una parte e dall’altra.
Ermes è spettatore e artefice di una distruzione lenta e inesorabile, che coincide con la sua crescita, con l’arrivo all’età adulta, e con la fine di tutto. Perde l’innocenza nel peggiori dei modi, con l’odore di ruggine e piombo che esplode subito dopo un’esecuzione.
La compagna P38 è un romanzo che fa venire voglia di ricordare, di studiare e di ritrovare un senso in tutto quello che è stato.

 

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