Cosmocopia, di Paul Di Filippo (Urania, 2018)


Il libro è stato pubblicato per la prima volta una decina d’anni fa. È uno dei più rappresentativi della verve creativa e della poliedricità di uno degli scrittori più innovativi del panorama contemporaneo. Ho letto commenti assurdi sulla banalità della trama, sulla debolezza dei personaggi o sulla struttura di questo suo Cosmocopia. A queste critiche rispondo dicendo che dal novecento in su ogni grande artista richiede una cultura particolare dedicata solo a lui. Conoscere Picasso non ti mette in condizioni di apprezzare Rothko. Figurarsi voler comprendere un testo come questo con le normali chiavi del romanzo di fantascienza (senza offendere la fantascienza che è uno dei miei generi preferiti da sempre). Ma qui, invece, si rientra in discussioni sul Postmoderno, sulle contaminazioni, sul New Weird e lo Steampunk. De Filippo non è facilmente inquadrabile nemmeno per chi, come me, padroneggia queste categorie da vent’anni. Il suo eclettismo è talmente al di fuori delle convenzioni che, ad ogni lettura, bisogna resettarsi quasi completamente come critici. Siamo noi che dobbiamo reinventarci delle categorie per estrapolare delle idee dai suoi testi. Le suo opere sono come dei quadri astratti in continua mutazione, senza uno stile fisso. La sua padronanza di moltissimi stilemi, sia di cultura alta che bassa, gli dà la possibilità di ricrearsi in continuazione.

Quindi la mia critica deve seguire per forza il suo modello. Innanzitutto riduciamo la trama a quello che è: cioè quasi nulla. Un artista vecchio e malandato viene catapultato in un’altra dimensione. Lì la sua vena creativa troverà nuova linfa fino ad arrivare ad un finale che chiamare imprevedibile è dir poco. Come si vede tutto già visto. E giustamente, non perché ci siano mancanze. Non è certo narrare in senso convenzionale l’intento dell’autore. Qui, come in altri maestri inclassificabili, come ad esempio Delany, le ambizioni sono fortemente intellettuali. Dovete pensare a questi testi come ad un insieme di strati uno incastrato dentro l’altro. Al lettore spetta il compito arduo di non pensare ai livelli di base, cioè la storia e i personaggi, dichiaratamente ridotti all’osso, ma di dedicarsi agli altri livelli di lettura. E la concezione di distacco Brechtiano: provocava lo straniamento dello spettatore facendo passare ad inizio rappresentazione dei cartelli con sopra scritta tutta la trama. Per dare così spazio ad altri elementi interessanti da interpretare.

Nel nostro caso, il primo fra tutti è il fuoco d’artificio di invenzioni linguistiche, che si susseguono a ritmo sfrenato. Dall’invenzione dei nomi di città, quartieri, nomi propri e comuni, cibo sino alla creazione ex novo di nomi che rappresentano concetti molto complessi, che possono toccare la filosofia come la fisica quantistica. Lo scopo è astrarre il più possibile il lettore dalla materia Narrativa. Nel primo caso con la fascinazione musicale delle assonanze nuove che le parole astruse e bizzarre inventate producono in noi. Nel caso dei termini-contenitore invece, veniamo invitati a confrontarci con sintesi estremamente compatte di enciclopedie vastissime. Non inganni la non spiegazione continua dei concetti come vorrebbero gli amanti di una certa hard fiction. Le filippiche tecnico scientifiche non hanno mai creato grandi capolavori (tranne ovviamente rare eccezioni). All’arte non interessano le spiegazioni ma la verosimiglianza. Lo aveva già capito il grandissimo Jack Vance che dedicava una cura maniacale nell’invenzione dei nomi dei nuovi mondi da lui creati. Cura che nel nostro diventa esuberanza barocca per ovvi motivi di differente età storica. Ecco alcuni esempi della verve inesauribile di Paul Di Filippo in rapida successione:

Wurzel, fanfanghi, soutine, Quorn, noetico, scartabrume, piefelpati, introcettore, faufau, Conceptus, volvox, minouskine, cave di Boumalik, Arbogast, torre di Belkys, pasticcio al cubebe, Serrapane, formiche candite, tarbix, ideazione, vinghiastro, Lazorg, acqualatte, huarache, Grucciasentina, gorgit.

Uno dei temi attorno al quale si attorciglia e avvita continuamente il romanzo è quello della diversità. Essa è sviscerata in varie sottotrame.

La storia d’amore tra il protagonista, Lazorg e la ragazza aliena, Grucciasentina, fa pensare in varie parti ad una possibile integrazione tra due esseri diversi. Qui l’amore sembra in grado di superare anche le differenze più incredibili, come quelle biologiche e sessuali. Senza addentrarci troppo nei dettagli basti sapere che la razza della ragazza ha gli organi sessuali sulla fronte! In più non c’è una distinzione di Genere maschio/femmina. L’organo reagisce ogni volta in maniera diversa conformandosi a volte da ricettore femminile a volte da apparato maschile. La bellezza di queste pagine è veramente una spanna sopra quasi tutto quello che circola in giro adesso. Qui non si “parla” dell’alienità, ma la si mette in scena. Di Filippo crea alterita’ con una naturalezza sconvolgente. In più focalizzando la prospettiva dentro Grucciasentina ci fa sentire con una vividezza senza precedenti quanto sia Larzog ad essere percepito come un alieno.

Dicevamo dell’amore. Senza svelare nulla grazie al motore eterno vediamo quanti ostacoli si possano superare. Ma l’autore, non volendo imporre nessuna visione preconfezionata e assoluta, si contraddice fortemente quando seguiamo l’esito della vicenda di Lazorg, riguardanti l’altro tema cardine, che si intreccia con quello detto finora: le varie riflessioni sulla creazione artistica. Anche qui De Filippo dimostra una padronanza assoluta dell’argomento. E in questa tranche che vediamo quanto le differenze siano impossibili da superare. Lazorg sulla terra era un artista rinomato. Ma sul nuovo mondo semplicemente tutto quello che ha imparato, sia in teoria che in pratica, non gli serve a nulla. Le leggi fisiche e matematiche completamente diverse gli impediscono qualsiasi adattamento. Di nuovo qui l’autore mette in scena un sistema complesso così ben costruito da allontanare molti profani. Possiamo sintetizzare così: esistendo il Multiverso e le realtà parallele, derivanti tutte da un grande centro, il Conceptus, alcuni eletti possono attraversare le varie dimensioni. Lazorg dovrà assurgere a due nuove concezioni per farlo. Dal suo maestro d’arte, Arbogast , dovrà imparare una tecnica incredibile: attraverso una particolare asticella è possibile fare breccia tra le dimensioni tramite varchi e assorbire/manipolare materia energetica per produrre oggetti solidi. Dal Noetico Palisander invece apprenderà tutto il necessario sui mondi paralleli.

Lazorg dovrà compiere un percorso di maturazione individuale eccezionale che lo porterà, attraverso due parti distinte del libro, a ricredersi su quasi tutte le sue e le nostre certezze acquisite. Come nel Faust goethiano, per ben due volte, Lazorg assurge alla fama artistica. All’inizio, quando lo vediamo vecchio, per tornare giovane e creativo prende una droga. L’esito è fatale: in preda ad un raptus uccide la sua ex modella. In un percorso circolare, alla fine anche la gloria acquisita con la nuova Arte, e l’egoismo ad essa sotteso, provoca in Grucciasentina tristezza e solitudine. L’amata moglie compie un gesto disperato. Invoca da una specie di demoni una gravidanza altrimenti impossibile. Ma questa anomalia la devasta, prima mutandola, poi uccidendola. Per Lazorg è la fine di tutto quello che importava per lui, compresa l’arte.

Anche se erano state superate le diversità biologiche, fisiche, e persino quelle artistiche (con sforzi estremi), alla fine l’ostacolo più grande alla felicità per Larzog resta Larzog stesso. Sembra prospettarsi la vacuità del tutto. Tesi confermata dall’accellerare degli eventi. La storia diventa più avvincente, meno filosofica.

Si innesta il grande tema della vendetta assoluta, verso il creatore del multiverso.

È un filone che verrà ripreso da Garth Ennis nel suo stupendo The Preacher.

Lazorg vive, anche qui oramai vecchio, col figlio grande e una nuova moglie. Ha lasciato indietro il passato. Sembra essere arrivato alla felicità. Eppure un nuovo raptus gli impone di tornare alla vendetta assurda. Ma il breve colloquio col creatore gli lascia solo tristezza e senso di vuoto. Il finale, circolare e incredibile, lo lascio scoprire al lettore.

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