CONFESSIONI DI UNA MASCHERA – “THE BEAUTY IN DARKNESS”

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MARZO DUEMILAVENTI
“THE BEAUTY IN DARKNESS”

Lo ammetto. Sono ossessionato dalla ricerca della bellezza. È un mio limite enorme. Non riesco a superarlo e mettermi al passo con chi mi sta intorno. Sarebbe bellissimo un giorno svegliarsi e rendersi conto che sono riucito a contestualizzarmi nei tempi che stiamo vivendo. Sarebbe bellissimo. Ma non succederà. Probabilmente mai.

Nel momento in cui siamo precipitati sul fondo di questa società sempre più liquida, smarrendo la strada della reciprocità per seguire lo smodato individualismo, mi sono reso conto di essermi ancor di pià votato alla bellezza in ogni sua forma. E quindi anche musicale.

Ho rifiutato di rincorrere quel progresso che anzichè portare crescita ci spinge a tralasciare i contenuti in nome di una necessità di “apparire” sempre più veloce. Come in una compulsiva e bulimica corsa volta a bruciare quanti più contenuti nel minor tempo possibile. Un’effimera gara a chi è più liquido, in nome di una spinta consumista che ha coinvolto anche la musica. Facendoci atterrare su un pianeta dove tutto ruota intorno alla squallida spirale che ci costringe a vedere intorno a noi solo avversari da cui diffidare e con cui confrontarci.
Parte tutto da qui dunque. Dalla mia imperitura voglia di bellezza in ambito musicale.

Parte tutto dall’ascolto del disco dei Niemandsrose. Quello “Stalingrad” che solo oggi che è uscito il nuovo album dei My Dying Bride sono riuscito a togliere dal piatto, e che mi ha accompagnato in altissima rotazione per una settimana ininterrotta. Non si tratta però solo dell’eleganza del folk jazzato dei Niemandsrose. Sarebbe troppo facile, staremmo parlando solo di gusti personali. Il mio è un ragionamento che va oltre. E coinvolge l’album nella sua totalità. Quello che vi propongo oggi è infatti un viaggio di sola andata forte della convinzione che ci sia ancora bisogno di album come “Stalingrad” che uniscono all’eleganza e alla profondità della proposta sonora una confezione di livello assoluto come quella che ha realizzato il buon Giuseppe Argentiero [alias mr.Niemandsrose].

C’è quindi sottotraccia una voglia di creare musica e di affiancarla ad una componente grafica e di confezionamento che possano dare risalto a tutti gli aspetti di quell’idea di base da cui nasce l’esigenza di creare un album? Se dobbiamo guardare ai Niemandsrose la risposta è scontata.

Ma è qui che inizia il nostro preregrinare indomito. Che ne pensano gli altri? Che ne pensano tutti coloro che adattandosi alla liquidità della nostra società realizzano musica nella sola versione digitale?

Lasciamo un attimo da parte “Stalingrad”, album di cui magari parleremo in modo più approfondito in altra sede, e restiamo sulla liquidità del digitale, vero focus del nostro ragionamento. La storia della musica è fatta di album in vinile. Possiamo raccontarci quello che vogliamo, ma è così. Il disco [e quindi per estensione anche la musica] non può prescindere dal tatto. L’oggetto fisico da annusare, da toccare e maneggiare con cura ed attenzione ai limiti della religiosità resta il modo migliore per ascoltare la musica. La musica liquida [o digitale, chiamatela come volete] non può pensare di avere lo stesso [sex] appeal, lo stesso impatto, la stessa maniacale cura per i dettagli.

Per come la vedo io si tratta di un “assaggio” rispetto a quello che sarà l’album. Un antipasto che ci permette di farci un’idea di ciò che andremo ad ascoltare. Possiamo quindi [anche giustamente] scaricare gli mp3 dell’album come anteprima ma in seguito, prima o dopo, dovremmo per forza di cose arrivare al momento della scelta. Acquistarlo o non acquistarlo? Restare nell’ibrida situazione in cui si ferma al digitale e non si procede oltre equivale ad uccidere la musica. Che a mio modo di vedere è un delitto di portata incommensurabile, verso cui non esistono attenuanti generiche e da punire [sempre] con il massimo della pena.

Dal momento che abbiamo perso la capacità di socializzare, perdere anche la voglia di ascoltare la musica ma soprattutto fruirne nel suo formato più idoneo, significa alzare bandiera bianca. Anche perchè siamo davvero “sommersi da immondizie musicali”.

Con Toten Schwan ho cercato [e cerco tutt’ora ogni volta che mi è possibile] di lasciare gli album in free download, convinto dall’idea [giusta o sbagliata che sia] che alla fine chi vuole comprare un disco lo prende, indipendentemente dal fatto che gli si formiscano gratis i file in digitale. Diverso è però il discorso per chi realizza solo la versione digitale [che per me, concettualmente, dovrebbe comunque essere comunque gratuita]. Viene infatti a mancare tutta quella componente visiva [che è tutto tranne che secondaria] e quindi assolutamente “artistica” che rappresenta l’altro 50% del disco.

Siamo al giorno d’oggi portati a dare forse poca importanza a livello concettuale all’appoccio spontaneo e passionale di chi continua impeterrito a pubblicare album in vinile. Approccio che mi sento di condividere in toto e che spero possa proseguire, se non addirittura incrementare. Fermo restando il non secondario aspetto legato ai costi di produzione, decisamente poco esigui. Ma qui si entra in una logica che rischia di portarci altrove facendoci perdere il fulcro del nostro ragionamento iniziale. Potremmo anche qui un domani tornare sull’argomento, dal momento che di cose da dire ce ne sono davvero molte. Ma questa è un’altra storia. Torniamo a noi.

Non credo che siano i costi decisamente alti di chi sforna album in vinile a far decidere di spostare il tiro sulla versione digitale. È secondo me un discorso sostanzialmente concettuale [e perchè no culturale] e non di opportunità legate al fattore economico.

È come spogliare la musica del suo lato estetico come dicevamo poco sopra. Scarnificare all’estremo il lavoro, spesso lunghissimo, che ha portato alla realizzazione del disco. Non riconoscere, in altre parole, l’importanza di un processo produttivo che coinvolge una molteplicità di aspetti. E che fa di un album come quello dei Niemandsrose [ma anche di molti altri] un oggetto quasi da collezione, verso cui guardare con ammirazione e rispetto.

Ci tengo in chiusura a sottolineare una cosa, dal momento che voi lettori siete tutto tranne che smaliziati. Il disco dei Niemandsrose non l’ho prodotto io con Toten Schwan. Giusto per evitare equivoci e malelingue che gridino al conflitto di interessi. Oltretutto non conosco nemmeno di persona Giuseppe, ci siamo solo scritti online, non ci siamo nemmeno mai visti di persona nonostante ci siano poco più di una quindicina di chilometri tra casa sua e il quartier generale di Toten Schwan. Se sottolineo la validità della sua proposta è perché credo nell’onestà intellettuale e nel giusto riconoscimento di chi si mette in gioco e si autoproduce un album di questa qualità.

Non spegniamoci quindi nelle apparenze. Cerchiamo la bellezza delle cose, che, anche se ama nascondersi, molto spesso sa anche sorprenderci.
Alla prossima, adieu.

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