CONFESSIONI DI UNA MASCHERA GIUGNO DUEMILAVENTUNO “ANIME SALVE”

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CONFESSIONI DI UNA MASCHERA GIUGNO DUEMILAVENTUNO “ANIME SALVE”

“ANIME SALVE”

Come spesso accade per le mie “confessioni” è la strettissima attualità il motore dei miei ragionamenti.

Tra le tante sollecitazioni di questo inizio di estate come restare silenziosi quando tutti si stanno dividendo sull’opportunità di aderire o meno alle proteste anti razziste all’interno dei campionati europei di calcio?

Senza dilungarmi inutilmente sul “take a knee”, che conoscete tutti fin troppo bene, arrivo direttamente al punto della questione. Come si sono permessi i nostri calciatori di aderire a questa indegna manifestazione di solidarietà alle minoranze nere statunitensi vittime delle brutalità gratuite della nobile polizia? Come si sono permessi di sporcare la sacralità del calcio con un’iniziativa come questa? Qualcuno intervenga immediatamente per porre rimedio ed evitare che si ripetano scene indecorose come quelle viste in televisione! Il calcio è una cosa seria, il razzismo è un’invenzione dei poteri forti, delle élite che ci vogliono uniformati al pensiero unico.

Se non fosse tutto drammaticamente vero, potremmo quasi riderci sopra. E invece da ridere c’è purtroppo ben poco. Per non dire nulla. La stupidità di chi contesta il senso del “take a knee” arriva addirittura a considerare un gesto come quello di inginocchiarsi come una sottomissione inaccettabile. Ma inaccettabile nei confronti di chi? Non ci si inginocchia davanti a qualcuno come segno di resa, ma come segno di protesta. Ma è così difficile da capire? È davvero difficile scindere il gesto in se stesso dal suo significato?

Se invece del “take a knee” ci fosse stato il “take a mouth” o il “take an eye” e il gesto fosse stato quello di mettersi la mano sulla bocca o sugli occhi non sarebbe cambiato nulla, il senso sarebbe stato lo stesso. La solidarietà verso gli oppressi, i più deboli, gli emarginati sarebbe identica. Spostare il ragionamento sul gesto è solo un becero e fallimentare tentativo di evitare di andare alla radice del problema. È tutto così semplice che non ci si spiega come si possa non capirlo. E invece ci si ritrova sempre in conversazioni in cui ci si ferma al gesto, e si sottolinea come l’inginocchiarsi sia umiliante e che un uomo non deve inginocchiarsi davanti a niente e a nessuno. È tutto drammaticamente vero, come detto ma è anche altrettanto drammaticamente chiaro che non abbiamo alcuna possibilità di evolvere con persone che ragionano in questo modo primitivo.
Restando sul pezzo che dire poi della della gestione tipicamente all’italiana della questione, secondo cui “i calciatori si inginocchieranno per solidarietà alla squadra avversaria solo se questa per prima si inginocchia”? La solidarietà non è nei confronti degli avversari, loro non hanno bisogno di solidarietà, sono altre le figure a cui dobbiamo portare sostegno. Come possiamo pensare di ragionare con questa gente, che tra le altre cose va in tv a parlare di nazismo scambiandolo per razzismo?

È chiaro che non potessimo aspettarci una presa di posizione eticamente corretta da una categoria sportiva che fa dell’inganno all’arbitro un vanto, ma pensavo che almeno stavolta, con evidenze come queste si potesse per una volta fare la cosa giusta. E invece… La veicolazione di un messaggio così importante tramite il calcio in quanto sport più popolare e più seguito avrebbe rappresentato un cambio di passo importante. Visibilità, era solo questo che si chiedeva. Ma come sempre abbiamo fallito. Si è spostato il dibattito su un piano degradante per chi cerca di affrontare problemi seri in qualunque ambito.

Ci sono due spiegazioni a questa ritrosia verso la diversità: o non si è in grado di capire o non si vuole capire. Delle due una, la prima, è molto comune, mentre l’altra è altrettanto diffusa ma ancora più grave. Perché presuppone e sottintende un pregiudizio. Esattamente quello che stiamo cercando di combattere.

La diversità è un valore aggiunto, non si può non capirlo. A meno che, come detto, si voglia fingere, per comodità ideologica, trincerandosi dietro una serie di luoghi comuni beceri che si rifanno ad un passato sepolto sotto la polvere della storia. Stiamo parlando di quello che succede oggi, qui, in questo momento. Spostare il ragionamento a quello che è stato non vi assolve e non vi giustifica. Che poi alcune prese di posizione arrivino da chi si orienta verso una precisa area politica non è un dettaglio secondario, anzi. È l’ennesima conferma che quella storia a cui vi rifate così spesso è la stessa che vi ha condannato all’oblio.

Non sarà un’alzata di scudi contro il “take a knee” a rendervi presentabili e meritevoli. Ci vuole ben altro per quello. Negare che ci sia un problema a carico delle minoranze, degli immigrati, dei più poveri, di chi manifesta orientamenti sessuali diversi dai vostri è impossibile. Non ci credete nemmeno voi. Siate seri, per una volta.

La paura del diverso, della fantomatica invasione da cui a suo tempo ci difese l’ex ministro dell’interno pattugliando le coste, quello stesso che diceva di agire con il compito istituzionale di “difendere i nostri confini” è un mantra che non può e non deve fare presa. Ma poi, difendere da che cosa? Da chi? La guerra è finita nel 1945, qualcuno glielo ha detto? Come se i disgraziati che arrivano sulle nostre coste potessero toglierci qualcosa. Questo è un altro argomento che non riesco a capire. Di che cosa abbiamo paura? Di una sostituzione etnica come dice qualcuno? Dai, non possiamo essere seri.

Discorso che vale anche per il DDL Zan.

Come si possa non capire che occorre andare oltre le discriminazioni è una cosa di cui non mi capacito. Se aumento i diritti di chi li chiede per motivi che sono oltremodo evidenti cosa ci perdo? Perchè secondo me il problema sta li, nella minaccia che qualcuno possa toglierci qualcosa, altrimenti non si spiega come non si riesca a capire che una società più equa sia l’unica strada percorribile. E invece no. Anche gli omosessuali (e tutte le altre categorie che chiedono dignità e uguali diritti) ci fanno paura. Ancora una volta. Non sarà che alla fine abbiamo solo paura di noi stessi e il fatto di spostare l’attenzione sugli altri sia il modo per non accettare le nostre paure e le nostre difficoltà a formulare un pensiero critico? Se concedo le giuste rivendicazioni a favore di un soggetto discriminato non ci perdo nulla, anzi ci guadagniamo tutti. Ma vaglielo a spiegare.

Perché la diversità faccia ancora così tanta paura è tutt’ora un mistero a cui non siamo in grado di dare una spiegazione. O meglio una spiegazione ci sarebbe ma è talmente facile che non voglio prenderla in considerazione. Non è possibile portare il ragionamento laddove non ci sono capacità di elaborazione. Mi vedo costretto a questa amena conclusione.

Non si possono affrontare argomenti di portata storica e sociale con tutti. C’è una fetta della popolazione che non è in grado di ragionare su questi argomenti. Perché anziché ragionare sulle idee continua a ragionare sui fatti o ancora peggio sulle singole persone. Non ha la capacità di astrarre il pensiero e di andare oltre il lato “materiale” dei problemi.

Tra i tanti danni che internet ha portato, c’è però un lato decisamente positivo. Ognuno si espone in prima persona e, prima o dopo, basta saper attendere, dimostra di che pasta siano fatti i suoi ragionamenti. L’inciampo è dietro ogni angolo, non occorre fare altro che aspettare il momento giusto e tutti gli stupidi finiranno per palesarsi in prima persona.

Questa l’unica triste considerazione che possiamo elevare a soddisfazione, a margine di quanto detto finora, per questa prima “confessione” estiva.

Tutte le Confessioni della maschera

Marco Valenti
toten.info@gmail.com

Marco Valenti [La Spezia 1971] megadirettore galattico di Toten Schwan Records racconta i suoi deliri sul magazine aperiodico Tritacarne parla di musica nella sua rubrica "L'ora del lupo" su Fango Radio perde il suo tempo guardando vecchi incontri di wrestling

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