CONFESSIONI DI UNA MASCHERA – di Green Pass e di fascismo

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CONFESSIONI DI UNA MASCHERA – di Green Pass e di fascismo

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Dopo l’editoriale interamente dedicato alla musica dei nostri giorni, torniamo inevitabilmente a parlare dell’attualità. L’onda lunga della manifestazione romana del nove ottobre ultimo scorso si porta dietro tutta una serie di analisi che non possiamo fingere di ignorare. Le molteplici sollecitazioni su cui ci siamo soffermati rischiano di far deragliare il nostro ragionamento. Non vogliatecene quindi se non riusciremo ad approfondirle tutte come meriterebbero, e come magari vorreste. La difficoltà sta proprio nel riuscire a dare continuità ai ragionamenti, e realizzare un qualcosa di intelliggibile.

Parto dalla fine. Avete tutti parlato in tono scandalizzato dell’assalto alla sede della CGIL ma in pochi, in pochissimi avete avuto lo stesso sdegno per quanto accaduto la stessa notte al Pronto Soccorso dell’Umberto I, quando alcune decine di manifestanti (evito volutamente di chiamarli no vax, no green pass, no sto cazzo per chiarire da subito che detesto le classificazioni semplicistiche) a freddo, a distanza dai fatti del pomeriggio si sono presentati per “liberare” uno di loro “trattenuto” al PS, sfasciando tutto e alzando le mani su un’infermiera. Doppio schifo. Primo perché in venti aggrediscono una donna, secondo perché aggrediscono un operatore sanitario mentre svolge il suo lavoro. Avrei voluto la stessa levata di scudi per il danneggiamento di due scrivanie e quattro computer nella sede del sindacato. C’è un abisso tra i due avvenimenti. Proprio perchè verificatisi a distanza e in luoghi diversi. Mi devo correggere, triplo schifo perchè quasi nessuno, a qualunque livello, ha avuto la voglia e l’onestà intellettuale di analizzare le cose in modo critico. Evidentemente la CGIL fa più rumore del personale sanitario aggredito mente svolge il suo lavoro. O forse risponde alle logiche di si piega (o contribuisce) alla versione “ufficiale” da dare in pasto al paese.

Quello della “versione ufficiale” è un altro punto determinante della nostra valutazione. Trovo inaccettabile far passare il messaggio che quella di sabato a Roma sia stata una manifestazione fascista. Questa è una chiave di lettura che non accettiamo. È una lettura semplicistica che fa comodo a molti, ma che non cui appartiene. Occorre capire che siamo alle prese con un movimento eterogeneo che non risponde alle logiche cui siamo abituati. Un movimento che non va sottovalutato proprio perché ricco di realtà sociali diverse, disomogenee. Abbiamo fatto molta fatica a cambiare il nostro approccio e a guardare a questa “cosa nuova” che, come detto, mancando di una connotazione precisa è di difficile interpretazione. Ma ciò non deve farci cadere nel tranello di liquidare tutto dicendo che abbiamo assistito ad una manifestazone fascista. Faremmo solo un favore a chi ha interesse a divulgare un pensiero unico cui rifarsi, dividendo il mondo in buoni e cattivi, mentre sappiamo perfettamente, anche aiutati dai nostri 50 anni che ci portiamo sempre peggio, che sono le zone grigie quelle più pericolose.

Restando sul tema, il fatto che la mobilitazione sia un meltin pot, non giova assolutamente alla nostra voglia di scendere in strada. È una manifestazione della “gente qualunque” è stato detto e scritto da tutte le parti. È proprio questo suo carattere di eterogeneità che ci tiene lontano. Non possiamo ritrovarci gomito a gomito con chi non ha capito perché si trova lì, o perché il green pass sia uno strumento inutile e pericoloso. Perché la manifestazione, è bene chiarirlo ancora una volta, è contro il Green Pass e non contro i vaccini, le due cose sono nettamente distinte, anche se si tende a farle coincidere. Se in piazza la maggioranza delle persone è lì per ribadire una posizione antivaccinista (per me inaccettabile), e per tutti quei motivi che nulla hanno a che fare con la discriminazione del Green Pass e che originano da complottismi di cui non voglio nemmeno parlare per noi è un discorso chiuso in partenza. È un qualunquismo che non accettiamo. “Less is more” è da sempre uno dei punti cardine del nostro pensiero, a tutti i livelli. Non si può pensare che il numero faccia la differenza. Non è allargando il novero dei partecipanti che legittimiamo la protesta. La legittimazione avviene, e arriva, attraverso un percorso di crescita, di preparazione e di analisi che portino ad una dimostrazione che abbia una valenza di rottura rispetto a problemi reali e che vada nella direzione di un cambiamento concreto e attuabile.

Ma non è tutto. Se come detto non è ammissibile l’assenza di una coscienza critica che stia a monte della mobilitazione, è altrettanto inaccettabile il fatto di partecipare ad una iniziativa se dal palco parlano Fiore, Castellino e tutta la feccia di una destra disgustosa che si batte per la “libertà” dal Green Pass mentre al tempo stesso nega ogni libertà a chi la pensa in modo diverso, a chi arriva da un paese straniero, a chi ha una sessualità che a “loro” non piace, e via dicendo. Noi con questa gente non abbiamo e non vogliamo avere nulla a che fare. Se in piazza ci sono loro noi non ci andiamo.

La protesta ha una sua legittimità che nasce anche dal doversi confrontare con il fatto di avere il peggior governo possibile per la gestione di una situazione come questa. “L’uomo della provvidenza” che tutti hanno voluto, il banchiere invocato da tutti per togliere di mezzo il nulla che lo ha preceduto, è la figura meno adatta a gestire da un punto di vista SOCIALE una situazione così problematica. Draghi è la guida ideale per un governo che che pensa a tenere aperte le aziende, individuando in questo l’unica problematica cui guardare, e ignora il fatto che il Green Pass, oltre a discriminare i cittadini, incide sul reddito e quindi sulla qualità di vita, di chi ha scelto di non vaccinarsi. Per arrivare poi all’assurdo, con l’inaccettabile prospettiva che i lavoratori debbano pagare (i tamponi) per poter lavorare. Basterebbe solo questo per trascinare in piazza migliaia di persone. Ma così non è. E il governo continua con la sua azione distruttiva. Anzichè aumentare i salari e diminuire le ore di lavoro, soprattutto a carico dei lavori più usuranti, l’uomo della provvidenza stringe ulteriormente la cinghia restringendo i diritti dei salariati. Senza che nessuno o quasi dica nulla.

Questi sono i motivi per cui scenderemmo in piazza anche domani, se non dovessimo però purtroppo rivedere il nostro slancio nel momento in cui farlo significherebbe trovarsi a condividere una protesta legittima con figure impresentabili da un lato [FN] e totalmente acritiche e impreparate da un punto di vista sociopolitico dall’altro, come i qualunquisti dei vaccini [grafite, dna modificato e tutto il resto del bestiario] o ancora peggio gli idioti dei “giù le mani dai bambini”. Frequentiamo da troppo tempo i canali telegram di questa gente [No Green Pass, Basta Dittatura, ecc] per non avere le idee sufficientemente chiare su chi siano gli interlocutori con cui dovremmo ritrovarmi gomito a gomito. Sarà un discorso elitaristico, spocchioso e arrogante, ma non possiamo scendere ad un livello così scadente di ragionamento. Avere un nemico comune non ci rende complici. Si può arrivare alla stessa conclusione passando da analisi, ragionamenti e azioni totalmente differenti. Non ci interessa fare numero se dobbiamo schierarci con il nulla cosmico di chi crede alle scie chimiche. Anche perché emerge in modo chiaro che buona parte, se non la maggioranza di quelli che manifestano contro il Green Pass, come detto poco sopra, lo fanno soltanteo perché sono contro il vaccino. La loro incapacità di scindere il lato sanitario [vaccino] da quello politico [Green Pass] è avvilente.

In sostanza non abbiamo problemi a riconoscere la legittimità della protesta, e della scelta, per non dire necessità, di andare in piazza a manifestare. Non esiste la negazione del diritto alla protesta e al dissenso. Questa è la base del pensiero critico a cui ci rifacciamo. Questo deve essere chiaro. Ma deve essere altrettanto chiaro che l’analisi è molto più ampia. La protesta nasce da lontano, da quel 2020 in cui era obbligatoria l’applicazione del dogma secondo cui “il paese doveva andare avanti”, indipendemente da tutto. Per cui nessuna interruzione per i distretti industriali, per le imprese più o meno grandi. Produrre era la parola d’ordine. Il tutto senza tenere minimamente conto del fatto che la maggior parte dei lavoratori non avessero i DPI idonei e che venissero mandati allo sbaraglio (e lasciati alla sorte per quello che riguarda la loro salute) in nome del Dio Capitale. Già da lì avrebbe dovuto partire la protesta, indipendentemente dal lockdown o meno. Anche lì erano venuti meno i diritti fondamentali dei lavoratori. È normale che oggi, un anno e mezzo dopo la tensione sia maggiore, oggi che si rischia il posto di lavoro, che si viene ghettizzati. Nel momento in cui i quattro sfigati di Fava Nuova hanno assaltato la CGIL,  il movimento, quello della stragrande maggioranza dei presenti avrebbe dovuto recarsi sotto la sede di Confindustria. A casa del vero nemico. La CGIL è solo il braccio armato del male, non la mente. Occorre ricordarlo.

Di conseguenza individuiamo il vero grande problema nel fatto che ci siamo fatti sottrarre una protesta tanto legittima quanto doverosa, da una manica di scappati di casa che si rifà ad un passato fallimentare, da cui copia slogan e pose da operetta. È impensabile e inaccettabile lasciare che a condurre la protesta siano questi quattro mentecatti che si rifanno al ventennio più triste della storia dell’Italia. Sono altre le forze, sociali e politiche, che avrebbero dovuto prendere in mano la situazione e dimostrare la propria avversione verso uno strumento tanto inutile quanto dannoso come il Green Pass. E invece, ancora una volta, ci siamo fatti male da soli. Sottovalutando sia il problema che la sua portata. Se è vero, come pensiamo, che non ci troviamo di fronte ad un movimento “sociale” inteso come un qualcosa che esprima un’identità collettiva precisa, figlia di riferimenti culturali aggreganti, e di un pensiero condiviso, dobbiamo per forza di cose modificare il nostro approccio al problema. Si tratta di una galassia del tutto nuova, che anziché proporsi per guidare la protesta, resta in secondo piano, forse perché realmente impreparata a gestire questo tipo di dinamiche rispetto ai professionisti della politica, dello scontro, della comunicazione. Di certo il loro punto di partenza non può però che essere quello di alienarsi prima possibile dalla feccia [neo]fascista. CI piace pensare che la manifestazione di sabato scorso possa essere il primo passo in questa direzione. L’esperienza del 2001 a Genova deve per forza di cose averci insegnato qualcosa. Evitiamo di farci incanalare in una deriva che porta all’etichettatura di un movimento spontaneo che probabilmente viene davvero dal basso. Occorre però fare pulizia non solo dei fascisti ma anche del nulla rappresentato dall’universo anticaccinista che si nutre di scie chimiche e di complotti orditi dal signor Microsoft. Questo è per noi il punto di partenza, l’unico e il solo. È la condizione da cui partire per cercare un dialogo. L’unica per quello che ci riguarda.

Il vero grande problema che ha sancito quello che individuiamo come il reale fallimento della manifestazione è da ricercare nel fatto che sul palco ci fossero dei delinquenti come i due di Fava Nuova. Nel momento in cui sono saliti sul palco loro la manifestazione è finita. Tutto quello che c’è stato dopo non ha alcun valore. Diciamola tutta, un Ministro dell’Interno che permette a personaggi tristemente noti come questi di fare il cazzo che vogliono è totalmente deliggitimato e complice di tutto quello che accade. Prima durante e dopo. Noi non attacchiamo la gestione dell’ordine pubblico per gli idranti, i lacrimogeni e le cariche. Quelle ci sono sempre state, da quando abbiamo iniziato a manifestare oltre 30 anni fa. Ci sta, fa parte del gioco delle parti. Quello che non ci sta è la feccia rappresentata da Gianni e Pinotto sul palco. Una battaglia di civiltà che avrebbe dovuto essere il manifesto della sinistra proprio perché riguarda da vicino i lavoratori è finita in mano alla peggio destra, non a quella Meloni, che da personaggio folkloristico qual è, va in Spagna e dal palco grida “Yo soy Giorgia” in attesa che i social network riprendano la notizia amplificandola. Ma quella peggiore, quella di quattro stronzi che fanno della discriminazione il loro cavallo di battaglia e poi vanno a parlare di libertà.

Chiudiamo con una domanda. Quello che non riusciamo a capire è il perché della scelta del sindacato da parte dei neofascisti. Come se la CGIL non schierandosi apertamente contro il Green Pass avesse fatto un torto ai camerati capitanati da Gianni e Pinotto. L’errore della CGIL è quello di non aver fatto propria una battaglia di civiltà democratica e del lavoro, e non limitarsi a chiedere tamponi gratuiti. Ma non è questo il punto. I tamponi non devono esistere, non servono a nulla. E ancor meno serve il Green Pass. Questo è quello che avrebbe dovuto dire il compagno Landini. Per cui la vedere una contestazione al sindacato da parte dei  nipotini del Duce anzichè dai tesserati  della CGIL è un mistero non meno affascinante di quello che ci racconta Paolo Brosio ogni volta che la Madonna gli appare per fare merenda insieme.

Tutte le Confessioni della maschera

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Marco Valenti
toten.info@gmail.com

Marco Valenti [La Spezia 1971] megadirettore galattico di Toten Schwan Records racconta i suoi deliri sul magazine aperiodico Tritacarne parla di musica nella sua rubrica "L'ora del lupo" su Fango Radio perde il suo tempo guardando vecchi incontri di wrestling

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