Check Sound di Daniele Galassi

Check Sound di Daniele Galassi

Check Sound di Daniele Galassi

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Check Sound di Daniele Galassi

Un giorno vengo contattato da Daniele tramite email, se ero interessato alla lettura del suo libro, risposi in tutta confidenza di si ma con poco entusiasmo. Un bel modo per cambiare opinione.

Daniele Galassi ha pubblicato il romanzo Dream on/Dream off (Prospettiva editrice, 2005) e la dissertazione satirica indipendente 10 ragioni per iniziare a suonare e 1000 per smettere (Puzzle, 2006-2008).

Il libro parla del vissuto di un coetaneo, o quasi,  che per vent’anni porta avanti la sua passione (mi ricorda qualcuno 🙂)  musicale dai demotape a Spotify. Una cavalcata che si legge molto bene grazie ad un ‘ ironia di fondo sempre molto ficcante e veritiera.

Abbiamo fatto una piccola chiaccherata con Daniele.

Nel libro parli della diseducazione alla complessità, potresti spiegarci meglio?

Mi riferisco al fatto che quella che stiamo vivendo è un’epoca dove tutto viene sacrificato sull’altare dell’immediatezza e della fruibilità. Tutto deve essere comprensibile entro pochi secondi, il cervello lo deve etichettare come qualcosa di valore entro un lasso di tempo brevissimo altrimenti passa oltre.

Questo perché siamo bombardati di stimoli su scala di grandezza inimmaginabile fino a pochi anni fa. Il nostro cervello non è fatto per stare dietro a cambiamenti di questa portata che si consumano in finestre temporali così brevi. Quindi tutto deve essere immediato, semplice, subito assorbile. Tutti attributi poco accostabili a un contenuto complesso. Una canzone deve avere uno streaming di 30 secondi per essere monetizzata su Spotify, indovina dove entrerà il ritornello? Sì, entro 30 secondi. Ci siamo diseducati alla capacità di affrontare e sviscerare contenuti complessi perché andiamo troppo di fretta, il mercato dell’intrattenimento lo sa, e si è darwinianamente adattato rafforzando il meccanismo in maniera perversa.

Il valore della musica è decisamente cambiato negli ultimi 15 20 anni passando da ascolto e riflessione in mero sottofondo. Pensi che sia un processo irrimediabile?

Anche questa è una domanda che mi sono posto nella terza parte del libro, arrivando alla conclusione che forse saranno le nicchie a salvarci. Credo che il mercato si dividerà verosimilmente in due: da una parte una enorme massa di fruitori mordi e fuggi dove la musica è relegata a mero sottofondo, dall’altra una ristretta cerchia di cultori e appassionati ancora disposti a tributare la giusta attenzione a un prodotto dell’intelletto come la musica. A quel punto, rintanati nella propria nicchia, i musicisti potranno continuare a produrre musica svincolata dai dettami nel nuovo mainstream che vuole tutto, subito, semplice e il più delle volte giocoforza effimero. La rinascita del vinile, in questo senso, è sicuramente un punto a favore di questa tesi.

Quindi forse forse chi si occupa di vero indie avranno una vera audience, anche se nicchia…. Mi ricorda qualcosa cmq che è successo negli anni 90.. vedi Nirvana, e molti altri gruppi presi dalle major spesso e volentieri ad cazzum

Sì forse avranno un audience, ma di lì a camparci sarà tutto un altro paio di maniche.

Il problema sarà comunque riuscire a imporsi ai livelli alti di una nicchia, sperando che la nicchia oltre che attenta sia sufficientemente remunerativa tra vendite, concerti e merchandise. E non è ma facile. Negli anni ‘90 sulla scia di Nervermind le label rastrellarono roba a volte inascoltabile pungolate però dalla possibilità di sfruttare economicamente un nuovo filone. Perché all’epoca i cd si vendevano, si vendevano eccome. Oggi parliamo sempre e comunque di briciole: nessuno può aspettarsi di campare con le vendite nude e crude, fisiche o liquide che siano.

Nemmeno i big, che infatti hanno spostato il core business all’evento live: oggi circa l’80% del fatturato delle grandi star arriva dai concerti. Non è un caso se i prezzi dei biglietti per gli eventi di artisti professionisti di fascia alta siano raddoppiati se non triplicati negli ultimi 10/15 anni. Purtroppo i piccoli e i medi devono andarci cauto col giochetto dell’aumento del prezzo o rischiano serate deserte. Credo davvero che saranno tempi sempre più spietati per gli artisti che non si riusciranno a imporre in una nicchia sufficientemente remunerativa. Certo, potranno avere un pubblico più attento con costruire una fan base più solida, ma questo non garantirà la loro sopravvivenza da un punto di vista economico come poteva avvenire più verosimilmente in era pre-internet.

Beh sai alla fine quante band indie al giorno d’oggi hanno una soppravivenza eocnmica?

Immagino pochissime o nessuna, anche se c’è da capirsi sia su cosa vuole dire ‘sopravvivenza economica’ che ‘indie. Ad ogni modo forse la domanda più corretta potrebbe suonare così: quanti artisti campano oggi con loro musica?

Pochissimi, perché la digitalizzazione della musica ha fatto quello che ha fatto la globalizzazione: ha spazzato via la ‘classe media’ e ha lasciato una voragine ai cui estremi ci sono da una parte una manciata di super star che monetizzano milioni di streaming e fanno concerti faraonici a prezzi stratosferici, e dall’altra una marea di band che non sanno dove sbattere la testa, stretti tra vendite a zero, streaming sotto la soglia di monetizzazione e concerti a condizioni capestro dove ti ripaghi sì e no le spese.

Internet e la tecnologia hanno abbattuto barriere all’entrata e alleggerito il problema distribuzione, ma hanno schiacciato gli artisti intermedi verso il basso perché non hanno potuto in nessun modo infrangere la terza grande barriera del mercato discografico: la promozione, quella vera, quella che costa milioni di dollari/euro e che ha connaturato un altissimo rischio di impresa. Anche questi sono temi che ho sviluppato sempre nella terza parte del libro, e credimi: avrei davvero voluto fornire un quadro più confortante.

Se fossi un dicannovenne che volesse iniziare ad incidere il primo singolo, quali tre parole gli diresti di stampargli nella testa, e perché?
Prima una premessa: se vuoi fare musica perché ti piace e non hai velleità a livello di mercato discografico, fai quello che ti senti. Andrà benissimo, ti divertirai. Se invece vuoi avere una minima chance di saltare fuori dal mucchio direi che le tre parole che potrei suggerire sono: nicchia, narrazione, hater.

Trovati una nicchia, non puoi e non devi parlare a tutti: parla al tuo pubblico. Raccontagli una storia, raccontagliela bene. Alla gente e ai media non interessa la musica, ce ne è troppa ed è gratis: interessa la storia dietro alla musica, perché le emozioni sono sempre poche e non bastano mai. Devi diventare un’eminenza nella tua nicchia tramite una narrazione vincente. E poi gioca bene il rapporto consenso/dissenso: non avere paura degli hater, anzi cercali e devi essere abbastanza spregiudicato da alimentarli. Un bravo hater che fa casino sui social vale più di mille follower che ti mettono like e scappano via.

Ricordati sempre di come e perché hai saputo che esiste uno chiamato Young Signorino.

Per contatti: [email protected]

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