Cantona – Il ribelle che volle diventare re

Cantona – Il ribelle che volle diventare re 1 - fanzine

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Autore: Philippe Auclair
Editore: Milieu Edizioni

Di Cantona tutti hanno vivida in mente l’immagine del calcio che sferrò in pieno petto a un tifoso il 25 gennaio del 1995.
Il Manchester United sta giocando col Crystal Palace al Selhurst Park, quando Cantona viene espulso per un fallo di reazione.

Dirigendosi a bordo campo e sentendosi insultato da un tifoso del Crystal a ridosso degli spalti il giocatore natio di Marsiglia sfoga tutta la sua rabbia con un mirabolante calcio volante, questa furiosa acrobazia in cui il corpo sospeso sembra cristallizzato in un fermo immagine da kung-fu, immortalata poi dalle tv di tutto il mondo sembra simboleggiare il temperamento e l’istinto ribelle, pazzo, fuori dalle righe del giocatore. Lo simboleggia forse in una veloce e superficiale rappresentazione, ma Cantona non è stato solo questo, per niente. La sua classe travolgente e innata è imprescindibile alla sua storia, senza di essa non avremmo avuto a che fare con tutti i suoi colpi di testa, le interviste assurde, il suo atteggiamento così diverso dal tipico giocatore indottrinato con frasi fatte e gesti calcistici nella norma.

Philippe Auclaire scrivendo questo bel tomo di 360 pagine, uscito in Inghilterra nel 2009 e da noi solo nel 2016 grazie ai tipi di Milieu Edizioni, ci disvela la carriera calcistica e umana di Eric Cantona in tutto quel periodo in cui il giocatore ha corso per i campi di calcio, prima in Francia e poi in Inghilterra.

L’autore fa un lavoro sopraffino di ricerche e interviste per dar forma a “Cantona – il ribelle che volle diventare re” esaudendo ogni desiderio di conoscenza delle vicissitudini del sempre controcorrente Cantona, giocatore atipico, proprio perché univa a una classe eccelsa e prorompente di gioco una sua propensione umana differente dalla maggior parte dei calciatori. Appassionato di arte, pittore, lettore avido di poesia, uomo di cuore e ipersensibile, irriverente e fumantino, dalle reazioni eccessive, a volte surreali, giocatore che ricercava sempre il bello e il colpo d’effetto ma nello stesso tempo altruista, insomma tutto ciò che un appassionato di calcio può anelare in un solo uomo. Bello e dannato, insomma.

Vagabondo per club sportivi, ne gira parecchi in Francia, passando inevitabilmente dalla sua Marsiglia, all’Olympique dove si incontra e si scontra col burrascoso presidente dell’epoca, Bernard Tapie, patron condannato poi per corruzione nel 1994, scoraggiato da un ambiente che sembra rigettarlo riesce a trovare la sua terra ideale in Albione. Approda prima nei Leeds e poi a Manchester. Al Manchester United finalmente trova la sua squadra ideale, la gente che lo ama, il clima perfetto.

In Nazionale vive un clima altalenante, con il CT Platini che lo appoggia spassionatamente ma sospeso definitivamente dopo l’aggressione del ’95, è col club di Manchester che dà il meglio di sé, diventando un mito dei tifosi, un idolo a tutti gli effetti, la maglia numero 7 che diventerà simbolo iconico, dopo che l’ebbe indossata Best e prima che la vestisse Cristiano Ronaldo. Questo suo appeal francofono da macho, questa sua surreale schiettezza, il suo codice d’onore, la sua esuberante classe ammalierà il popolo inglese e ancora adesso Cantona è venerato e indimenticato.

Il libro di Auclair, esperto giornalista francese che lavora per France Football in Inghilterra e autore di un’altra biografia calcistica su Thierry Henry, ci regala un ottimo ed esauriente resoconto dei numeri e delle malefatte di Cantona. E’ un libro che ci fa amare il calcio, o ri-amare vista l’attuale disaffezione generale per il Football in cui i caratteri segnanti sono rarissimi e in cui il dio-denaro surclassa l’Eupalla di Breriana memoria, ridisegnando un personaggio che può essere odiato o amato ma che sicuramente non riesce a lasciare indifferente.

Voglio solo citare la frase, riportata fedelmente nel libro, che disse alla conferenza stampa che Cantona diede giocoforza dopo il fattaccio col tifoso del Crystal. Tutti si aspettavano delle scuse, un rientrare nelle logiche del bon ton codificato di un atleta che aveva commesso un atto riprovevole. Cantona si presentò invece davanti a una schiera di giornalisti affamati e in maniera sibillina proferì con lentezza, mentre beveva lentamente da un bicchiere d’acqua che si portava con attenzione scenica alla bocca, queste parole, assurde e di una poetica dadaista, lasciando tutti stupefatti, poi alzandosi e defilandosi seguito dalla miriade dei flash dei fotografi:

“Quando i gabbiani seguono un peschereccio è perché pensano che delle sardine stiano per essere gettate in mare. Grazie davvero.”
Questo era Cantona: imprevedibile e controcorrente, sempre.

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