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Il nostro modo di dire la nostra: pensieri spesso sconclusionati, ma veri che emozionano.

le migliori canzoni degli iron maiden

Iron Maiden Canzoni: Le 10 Più Belle Secondo iYeZine

Gli Iron Maiden vanno oltre l’essere un semplice gruppo; sono un’enorme forza culturale che ha cambiato il tessuto stesso del genere metal. Attraverso melodie complesse e testi descrittivi, si è creata un’eredità musicale che è servita da ispirazione per musicisti e fan del futuro. Prendete “Run to the Hills” o “Fear of the Dark” degli Iron Maiden; comunicano molto più del semplice suono, poiché pongono l’ascoltatore al centro di viaggi emozionali, raccontando storie di battaglie epiche, tormenti interiori e riflessioni sulla vita. Tra i loro brani più belli, “The Trooper” è il più importante perché trasmette molta energia e un forte messaggio pacifista. “Hallowed Be Thy Name” è un capolavoro che suscita profondi pensieri e sentimenti. “Wasted Years” ci offre l’opportunità di riflettere di più sul tempo e sulle scelte, aggiungendo un tocco più personale a ciò che la band ha fatto in passato. Questo articolo cerca di approfondire queste gemme musicali per evidenziare non solo la loro importanza per l’intero sound degli Iron Maiden, ma anche il modo in cui mantengono un significato per le persone ancora oggi. Le origini del mito Formatisi nei primi anni ’70, gli Iron Maiden divennero parte delle forze principali della New Wave of British Heavy Metal (NWOBHM), un movimento che ridefinì ancora una volta il panorama musicale britannico. Guidati dal carismatico Bruce Dickinson, questo gruppo unì una forte melodia a testi ancora più incisivi e temi storici: è così che nascono inni come “Hallowed Be Thy Name” e “The Trooper”. Ma, cosa ancora più importante, è questo che rende gli Iron Maiden così superiori alla maggior parte delle altre band: la loro capacità di creare musica che costruisce una storia, diretta ed emozionante allo stesso tempo. Il contesto socio-culturale degli anni ’70 e ’80 è stato determinante nel plasmare la loro identità musicale. In tempi di disillusione politica e disperazione economica, gli Iron Maiden divennero il simbolo di ribellione e libertà, attraendo fan di tutte le età. Ciò che facevano sul palco, con un’energia travolgente e la spettacolarità delle scenografie artistiche, elevava il concetto stesso di concerto metal a un livello quasi mitologico; quindi, erano più che musicisti, ma veri e propri simboli di un’epoca. Attraverso il loro contributo, non solo definirono un genere, ma anche innumerevoli band future; da allora, hanno suggellato il loro posto nella storia del rock. La decade d’oro Negli anni ’80, gli Iron Maiden alzarono di molto l’asticella nel mondo musicale con il loro contributo coraggioso e originale, segnando l’apice della loro carriera. L’album “The Number of the Beast” non solo lanciò la band direttamente al centro del metal, ma introdusse anche brani leggendari come “Hallowed Be Thy Name” e “Run to the Hills”, che si sono trasformati in inni per generazioni di fan. Il talento della band nel mescolare testi narrativi e concetti profondi con melodie solide catturò facilmente l’attenzione di molti, rendendoli pionieri di un nuovo genere. Con “Powerslave”, gli Iron Maiden continuarono ad ampliare il loro raggio d’azione musicale, introducendo brani epici come “Aces High” e “2 Minutes to Midnight”. In questo album, non solo la loro maestria tecnica, ma anche le storie che sapevano raccontare con la musica trasportavano l’ascoltatore in un viaggio sonoro diverso. Il modo in cui il virtuosismo strumentale si fondeva con le parole che evocavano immagini rese gli anni ’80 un vero e proprio “decennio d’oro” che consacrò la band alla storia del rock, influenzando innumerevoli artisti a venire. Run to the Hill “Run to the Hills” è uno dei brani più famosi degli Iron Maiden. Pubblicato nel 1982 dall’album “The Number of the Beast”, questo brano narra i conflitti tra nativi americani e coloni europei. Indica chiaramente le ingiustizie e le miserie che i primi subiscono. Il brano ha un significato profondo, in quanto espone una storia relativamente poco conosciuta, in cui violenza e oppressione sono alla base dei destini intrecciati di intere popolazioni. Con una voce potente e chitarre stridenti, la presentazione di Dickinson crea un’atmosfera coinvolgente che coinvolge e trasporta l’ascoltatore in un viaggio emotivo. “Run to the Hills” è stata la prima canzone degli Iron Maiden a raggiungere la vetta della classifica britannica. Fu un punto di svolta fondamentale nella carriera degli Iron Maiden. La canzone ha ispirato musicisti per generazioni, tanto da definire il genere heavy metal. Colpì profondamente il pubblico; molti fan la considerano non solo un inno alla ribellione, ma anche un formidabile strumento didattico sulla storia americana. I critici hanno apprezzato il modo in cui la band riusciva a infondere significato con il suono straordinario dei loro strumenti, rendendo così “Run to the Hills” un classico intramontabile nel catalogo degli Iron Maiden. https://www.youtube.com/watch?v=86URGgqONvA “Fear of the Dark” Fear of the Dark è uno dei brani più iconici degli Iron Maiden, evocando emozioni profonde e paure universali. La musica inizia a cantare una storia attraverso parole cariche del terrore dell’ignoto, trasportando l’ascoltatore in un viaggio piuttosto oscuro e a tratti molto inquietante. È attraverso la potente ed emozionante interpretazione vocale di Bruce Dickinson che il messaggio del brano prende vita, aggiungendosi alla tensione già palpabile che si genera quando ci si confronta con le nostre ansie. Questo brano non diventa un’ode alla paura, ma piuttosto un riflesso della vulnerabilità umana, toccando una corda sensibile in coloro che si sono mai sentiti soli nell’oscurità.   The Trooper The Trooper si presenta come un possente omaggio alle esperienze di guerra, basato sulla celebre poesia di Alfred Lord Tennyson. Con un ritmo incalzante e chitarre che vibrano quasi freneticamente, giunge a risuonare la realtà del conflitto e del sacrificio. Qui, in termini vividi e attivi, gli Iron Maiden riescono a esprimere la brutalità della guerra; così, l’ascoltatore può sentire il peso di ogni battaglia. Grazie alla commistione di reale e immaginario, “The Trooper” è diventato un brano essenziale nella serie di canzoni degli Iron Maiden, dimostrando come la musica possa fungere da veicolo per profonde riflessioni sulla condizione umana.   Wasted Years “Wasted Years” parla di rimpianto e della ricerca di un senso nella vita. Invita l’ascoltatore a riflettere su quanto prezioso possa essere ogni istante e a non lasciare che il tempo passi inutilizzato. La melodia triste, con un assolo di chitarra che si può canticchiare, crea un’atmosfera di memoria e invita alla riflessione. In questo brano, gli Iron Maiden riescono a fondere la forza del metal con messaggi profondi, e per questo può essere visto come una luce guida per coloro che desiderano comprendere i propri anni.   Hallowed Be Thy Name “Hallowed Be Thy Name” è un capolavoro che affronta il tema della mortalità e la ricerca della redenzione. La storia di un uomo condannato e dei suoi ultimi istanti crea un’atmosfera di profonda riflessione e angoscia. Le transizioni musicali, da lente e riflessive a improvvise e piene di energia interiore, rispecchiano il tumulto del protagonista. Questo brano è più di un tributo attraverso le vie del metal: diventa un’esperienza spirituale che invita alla meditazione sul destino e sulla speranza quando, con “Hallowed Be Thy Name”, gli Iron Maiden elevano la loro arte a un livello superiore, un altro livello elevato che lascia un segno indelebile nel cuore di molti ascoltatori. Qual è la canzone più lunga degli Iron Maiden? La canzone più lunga degli Iron Maiden è “Empire of the Clouds”, un’epica di 18 minuti che chiude l’album “The Book of Souls” del 2015. Ispirata al disastro del dirigibile R101 del 1930, la canzone mostra la band al suo massimo in termini di scrittura e interpretazione progressive. Cosa vuol dire Iron Maiden? Iron Maiden, che in italiano si traduce come “Vergine di ferro”, è un termine arcaico per indicare uno strumento di tortura simile ad una bara con punte al suo interno. La band, ispirandosi al film “L’uomo dalla maschera di ferro”, ha scelto questo nome per la sua natura forte e evocativa, che ben si adattava alla loro musica heavy metal. Qual è il motto degli Iron Maiden? Gli Iron Maiden non hanno un motto ufficiale. Tuttavia, la frase “Up the Irons!”, spesso accompagnata dal gesto delle corna, è diventata un grido di battaglia per i fan della band in tutto il mondo, simboleggiando la loro fedeltà e passione per la musica degli Iron Maiden.

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Carichi Di Bassi - Columns

Carichi Di Bassi

CARICHI DI BASSI. Vi lasciamo qui alcuni links utili a chi ama la musica elettronica e non solo piena di bassi e rigorosamente underground. I primi collegamenti sono del collettivo genovese GTK.ORG attivo da anni per l’organizzazione di free parties ed eventi collegati alla tekno, alla breaks, alla drum and bass ed alla jungle. Oltre al loro Soundcloud ultimamente hanno aperto un canale Youtube. Arriviamo poi all’ultimo nato Bass Invasion Free Underground Music Liguria, uno spazio libero nato con lo scopo di diffondere la buona musica elettronica underground. Produttori ed esploratori elettronici mandate i vostri lavori a bassinvasion2020@gmail.com Grazie a In Your Eyes Webzine per lo spazio e l’attenzione. GTK.ORG : https://www.youtube.com/channel/UCxz_ZPg34nPNBSxfPdCOOag https://www.facebook.com/Gtk.Org/ BASS INVASION : https://www.facebook.com/Bass-Invasion-Free-Underground-Music-Liguria-112309123754448/?modal=admin_todo_tour

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rolling stone canzoni

Rolling Stones Canzoni

Rolling Stones canzoni: scopri come questa band iconica ha rivoluzionato il rock con una discografia sterminata e un’influenza culturale senza pari.

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Illuminare I Punti Ciechi: Un’alternativa Al Dominio Della Paura  -  Parte 3 - Columns

Illuminare I Punti Ciechi: Un’alternativa Al Dominio Della Paura Parte 2

Illuminare i punti ciechi: Un’alternativa al dominio della paura Parte 1 SEI UN “VERO UOMO”? IO NO Se avessi un euro per ogni volta che ho sentito il sintagma “vero uomo” – in così tanti contesti e con così tanti significati diversi – non avrei più bisogno di lavorare. Adotteró due etichette per descrivere due distinte ma strettamente correlate convinzioni totalmente idiote: il ‘machismo’, per riferirmi all’idea che le donne debbano essere subordinate agli uomini e il “verouomismo”, per definire le caratteristiche che un “vero uomo” deve avere, perché chiaramente essere un umano adulto di sesso maschile non è sufficiente. Infatti, fin dalla prima infanzia, abbiamo ricevuto un messaggio piuttosto chiaro su quello che gli “uomini” dovrebbero fare, no? Tutta quella storia di giocare coi soldatini, pisciare in piedi, guardare i film di Rambo e Terminator, ricordate? Fortunatamente, quando ero un ragazzino, riferirsi alle donne come il “sesso debole” era già abbastanza fuori moda; tuttavia, era abbastanza comune per un bambino venire apostrofato “femminuccia”, nel caso fosse riluttante al contatto fisico pesante coi coetanei, parlo di cose come spintonarsi e altre manifestazioni di… boh, io la chiamerei idiozia, ma definiamola “esuberanza maschile” (non solo dai coetanei – attenzione! – lo facevano anche i loro genitori!). Era anche peggio negli anni dell’adolescenza, quando un cocktail letale di ormoni e insicurezza spingevano aspiranti maschi alfa in cerca di attenzione a riunirsi in branchi e cercare potenziali vittime. Non sto dicendo che non esista il bullismo tra le ragazze, ma comunque rimane una cosa molto “macho”. Certamente, é radicato non solo negli uomini ma nella società nel suo complesso. Controintuitivo? Forse, ma vero, credo. Qualche mese fa la television brasiliana ha trasmesso un concorso di bellezza per bambine di 10 anni (10!), giudicate in base ai loro visi (!), alle loro gambe (!!!!!) e alla forma complessiva del loro corpo (!!!!!!!!!!!!). Beh, alcuni dei giudici erano donne, che evidentemente non trovavano nulla di sbagliato nello spettacolo (beh, se questa non è aperta apologia del sessismo e della pedofilia allo stesso tempo, non so che cosa sia). Oppure erano pagate abbastanza da non curarsene, può essere.   La nostra società si basa totalmente sull’oppressione a diversi livelli e ne siamo così immersi da esserne anestetizzati. Spesso nemmeno ce ne accorgiamo (probabilmente, il lettore medio di IYE probabilmente è più sensibile della media ai problemi sociali). L’oppressione delle donne continua, è ovunque e non credo sia necessario aderire al “femminismo radicale” per vederlo (che poi, cosa significherà mai “radicale” in questo caso?). Rimane naturale pensare che questa situazione avvantaggi gli uomini e, in una misura considerevole, soprattutto in molti contesti pratici, è così. Tuttavia, dando uno sguardo d’insieme, in questa situazione ci perdiamo tutti. Il “machismo” e il “verouomismo” sono giocatori-chiave nella creazione del mondo – fondamentalmente infelice – in cui viviamo. Il “machismo” uccide, uccide le donne, questo si vede ogni giorno (salvo voltare lo sguardo). La combinazione di “machismo” e “verouomismo” uccide anche gli uomini e distrugge l’ambiente. Ok, cosa dovrebbe essere un “vero uomo”? Se mi si permette di usare uno stile iperbolico e caricaturale (scusatemi, ma mi piace un sacco), direi: devi essere quello che porta i soldi a casa, senza dubbio – meglio se fai un lavoro manuale (non ti spaventa sporcarti le mani, vero?), ma oggi non è più obbligatorio (un “machismo” progressista?) Poi, secondo la narrativa tradizionale, devi assolutamente pisciare in piedi – che è il modo migliore per sporcare il bagno rapidamente e senza nessun motivo (io ho abbandonato questa abitudine anni fa, evidentemente non sono un vero uomo), intanto un vero uomo avrà una donna che gli pulisce il bagno, no? Quindi che gli frega? Inoltre, il vero uomo, idealmente, non dovrebbe mai chiedere niente (com’era la pubblicità dei rasoi Gilette? “per l’uomo che non deve chiedere mai” – “Gilette, il meglio di un uomo”… tra l’altro, boh, se il meglio di te è una lametta da barba, io mi porrei qualche domanda), dovrebbe avere un’idea delle cose in base all’intuizione e fregarsene se questa sia corretta o meno. Va da se che non deve mostrare alcuna vulnerabilità e – Dio ce ne scampi! – ovviamente non piangere mai. Dovrebbe assolutamente bere alcoolici ma reggerli meglio possibile (io sono diventato da tempo totalmente astemio, non perché ritenga che ci sia qualcosa di intrinsecamente sbagliato o maligno nel bere occasionalmente qualche birra o qualche bicchiere di vino o anche ubriacarsi occasionalmente, ma è per radicalizzare il punto – intanto, posso anche permettermi di fregarmene, intanto io non sono un vero uomo) e, non serve dirlo, dovrebbe mangiare bistecche e hamburger ai quattro palmenti – Ricordo un adesivo che diceva ‘Boston! Where men are men and meat is red’ (io sono vegano ma, poiché non sono un vero uomo, posso permettermelo). Preferibilmente dovrebbe essere un donnaiolo, ma anche aspirante va bene – non ti serve flirtare con successo, qualche grossolana battuta da bar sul fondoschiena della prossima passante e sei al sicuro. Qui non sto parlando del parlare di ragazze carine – anche le donne parlano di uomini e lo fanno anche gli omosessuali di entrambi i sessi – non c’è nulla di male. Parlo delle battute da fogna che si sentono troppo spesso e non solo “nei peggiori bar di Caracas” (cos’era, la pubblicità di un rum? Pampero, forse?). Tipicamente, si tratta di un commento su una passante o una donna conosciuta, accompagnata un gesto facciale (e, nel peggiore dei casi, un suono con la bocca). Ultimo, ma non meno importante: non istigare nemmeno il dubbio che tu possa essere gay – piuttosto lebbroso! Ok, tornando seri, questa roba è fisicamente rivoltante. Ora, sareste perdonati a pensare che siano tutte stupidaggini o, almeno, che io stia esagerando enormemente le cose. Vi capisco ma, mentre è vero che sto usando uno stile iperbolico, i contenuti riguardano un fenomeno reale che permea le nostre vite e avvelena il nostro mondo ogni giorno. Credo che tutti siano consapevoli della frequenza con cui una donna viene uccisa nel mondo e non cominciamo nemmeno a parlare degli episodi di stupro e violenza domestica – sia l’abuso di natura fisica o psicologica. Ma il problema è ancora più profondo. Sono arrivato al punto di provare fastidio fisico per termini come “puttana”, “troia”, etc. Anche quando si tratta di un coro da stadio contro la tifoseria avversaria, anche quando è usato come imprecazione, anche quando è usato da una donna. E non è nemmeno solo una questione di aggressione di genere. E’ uno dei simboli che incapsulano il caleidoscopio di oppressione in cui viviamo – dell’uomo sulla donna, ma anche del ricco sul povero, del sano sul malato, del normodotato sul disabile e così via fino a raggiungere dell’umano sull’animale (vedi sotto). Ora, cos’ha tutto questo a che vedere con la paura? Provate a dare voi una risposta, prima di andare avanti a leggere. Beh, la mia risposta è duplice. Il “verouomismo” è collegato al meccanismo atavico generale per cui si adotta un determinato comportamento per paura di non essere accettati dai componenti di un gruppo. Chiamatelo, se volete, “mentalità da branco”, in un certo senso – anche se impropriamente – “saltare sul carro del vincitore” potrebbe andare. Funziona nella stessa maniera del bullismo, in effetti è un tipo di bullismo. A proposito, avete notato l’aumento di suicidi maschili negli ultimi anni? Niente a che fare con questo? “Come, no, mio caro, come no…” (citando un’introduzione di Maurizio Maggiani a ‘Stato e Anarchia’ di Bakunin). Il ·machismo” invece è collegato alla paura perché – fidatevi, sono un uomo (anche se non uno vero) – non è alimentato dalla convinzione che le donne siano inferiori agli uomini, ma dalla consapevolezza della falsità di questo mito e una totale incapacità di accettarlo, che risulta nel diniego. Che lo crediate o no, l’idea di avere un confronto aperto con una donna terrorizza l’uomo machista. Ora, un punto distinto ma collegato: ho scritto sopra che il “machismo” e il “verouomismo” impattano la società in generale, non solo gli uomini. E qual è l’argomento che fa più paura (specialmente, ma non esclusivamente, agli uomini) affrontare – sinceramente, non vantandosi di cose che solo succedono nei loro sogni più arditi (socialmente imposti?) Esatto, la sessualità! Eccolo lì. Questo è probabilmente L’argomento che davvero poco gente si sente di trattare apertamente. Ovviamente, non sto dicendo che la gente dovrebbe raccontare i fatti propri all’autista dell’autobus o al barista all’angolo, parlo della comunicazione all’interno della relazione. Parli apertamente con la/il tua/o partner del tuo modo di vivere la sessualità? Se, onestamente, la risposta è “sì”, ciò è fantastico, congratualazioni sincere. Ma temo che si tratti di una sparuta minoranza. La dottoressa Emily Nagoski ha scritto un libro straordinario su questo argomento (Come As You Are, link), affiancando all’analisi teorica la proposta di soluzioni pratiche ai problemi legati alla sfera sessuale. Il mio discorso è semplice: le società occidentali trattano questo argomento come qualcosa da mostrare nella pubblicità e sui social media ma privatamente la gente la nasconde con vergogna. È tempo di

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young

Tre Sogni Di Neil Young

Neil Young: Il mondo sta girando spero che non si allontani. Tutte le mie foto stanno cadendo dal muro dove le avevo appese.

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Illuminare I Punti Ciechi: Un’alternativa Al Dominio Della Paura  -  Parte 3 - Columns

Illuminare I Punti Ciechi: Un’alternativa Al Dominio Della Paura

PROLOGO Questo testo (troppo lungo, scusate) è stato pensato e scritto in maniera intermittente originalmente in inglese durante mesi, principalmente in Italia ma in parte in Germania, nella seconda metà del 2019. In questi giorni di quarantena, in cui mi trovo nel nord-ovest della Spagna, da solo e senza wifi, ho deciso di tradurlo in italiano. Il punto di partenza di questo testo si trova a dire il vero in altre teste e in un Paese lontano, precisamente il Brasile. Qualche mese fa, avevo guardato il primo episodio della nuova stagione di Panelaço, il programma YouTube di João Gordo sulla cucina vegana:   . L’ospite principale era il graffittaro paolista Mundano, che deve la sua fama, tra le altre cose, alla sua protesta del 2016 alla cerimonia della torcia olimpica (link) e alla sua polemica del 2017 con il sindaco di São Paulo, João Dória (link). L’altro ospite era Rodrigo Lima, il vocalist dei veteran dell’hardcore punk Dead Fish che, mentre cucinava una feijoada vegana, ha presentato il nuovo album della band, intitolato –appunto- Ponto Cego (‘Punto Cieco,’ se non l’avete ancora ascoltato, vi consiglio di farlo: ottima musica e ottimi testi. Capita di rado di sentire gente che dice così tante cose di buon senso. Le tre persone nella cucina hanno affrontato un’ampia gamma di temi riguardanti questioni di natur sociale, politica, ambientale ed economica, a livello tanto ‘micro’ quanto ‘macro’, ma in un’atmosfera giocosa e allegra. La forza dell’espressione ‘punto cieco’ (brillante l’idea di inserire il sintagma nei testi di ogni canzone del disco, senza però dare il titolo a nessuna) è stata per me spunto di riflessione durante i mesi successivi. Poco più tardi, altra ispirazione è stata fornita dall’intervista del Gordo con il rapper Eduardo Taddeo (ex Facção Central), che ha sollevato diversi punti pertinenti, in particolare riguardo alla lotta di classe che, no, non è quella portata avanti dagli oppressi contro gli oppressori ma precisamente il contrario: la spietata guerra portata avanti dai ricchi, dalla classe media e perfino dalla ‘classe operaia’ (in senso ampio) contro i più poveri, i più deboli e i più disperati. E tutto questo parlare di un Brasile che non si conforma allo stereotipo carnevalesco del Paese che abbiamo in Europa mi ha riportato al 1997 e alla prima volta che ho ascoltato la cassetta registrata dell’album “Roots” dei Sepultura. Questa verbosissima column può, pertanto, essere vista come il culmine di un ciclo euro-brasiliano diffuso su 23 dei 36 anni della mia vita ed in un certo senso rappresenta l’opportunità di riflettere su esperienze fatte e lezioni (spero!) apprese nell’arco di questo lungo periodo. ACCECATI DALLA PAURA La paura é un grosso business. Basti chiedere a qualunque content writer, copywriter, o chiunque si guadagni da vivere con il marketing quali bottoni cercano di premere nella gente quando scrivono i testi promozionali. Menzioneranno sicuramente questi due elementi: la ricerca del piacere e la paura del dolore. Questi sono i fattori che guidano la maggior parte delle nostre decisioni di acquisto. Entrambi sono importanti, ma la gerarchia è chiara: se i due entrano in contatto, é sempre la paura ad avere la precedenza. Io credo che l’egoismo, l’egocentrismo, l’indifferenza, ecc. siano tutti effetti collaterali: le società occidentali sono dominate della paura. La paura del fallimento, dell’inadeguatezza, del rifiuto. La paura muove montagne di soldi. Considerate semplicemente quante pubblicità lá fuori potrebbero parafrasarsi semplicemente come “Amico, da solo non ce la fai. Tuttavia, se ci dai un sacco di soldi, lo risolviamo al posto tuo”. Ad esempio, prima di scrivere questa column, ho voluto fare la prova con diversi seminari online e posso dire che, mentre alcuni sono davvero utili, c’è pieno di specchietti per le allodole. Tuttavia, hanno successo perché fanno leva sulla paura. Lo stesso vale per i politici: abbiamo visto negli ultimi anni referenda ed elezioni vinte diffondendo paura sulle reti sociali. Brexit, Trump, Salvini, Bolsonaro hanno vinto prima di tutto mentendo e terrorizzando la gente su Twitter (approfittando, chiaramente, della mentalità da branco del tipo “non pensare, condividi e basta” tipica di troppi utenti dei social media. Di conseguenza, alla radice della mia column c’è l’idea che la paura stia alla base di molti (anche se forse non tutti) i punti ciechi della nostra società. Le mie riflessioni seguenti abbracceranno sia il livello individuale sia quello collettivo, che tendono in parte a riflettersi l’un l’altro. Tutti noi abbiamo una dimensione “io” e una dimensione “uno di noi”, che in parte si sovrappongono ma in parte divergono. Se vogliamo ipersemplificare, potremmo dire che il primo è il nostro vero essere, che solo noi possiamo vedere (anche se spesso ci manca il coraggio di guardare). Il secondo, invece, è il nostro essere pubblico, quello che aderisce a dei “codici” (di comportamento, di abbigliamento, ecc.) per essere parte di qualche tipo di “noi”, un gruppo di persone. Tutti siamo parti di molteplici gruppi di persone, ognuno dei quali normalmente ha i suoi codici. Questo è molto importante perché i punti ciechi che affronterò ora hanno ache fare con tutti i livelli: il livello “io”, che è quello strettamente individuale, il livello “noi”, quello collettivo ed il livello “uno di noi”, che effettua una specie di mediazione tra i due citati anteriormente. Prima di andare avanti, c’è un nodo molto importante che vorrei esplicitare: se qualche volta suono troppo “tranciante”, vi prego di non interpretare in questo senso le mie parole: non sono qui per condannare nessuno; infatti, se ho potuto identificare questi punti ciechi è solo perché sono stati parte di me per molto, moltissimo tempo (e, probabilmente, non me ne sono liberato ancora del tutto).

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Illuminare I Punti Ciechi: Un’alternativa Al Dominio Della Paura  -  Parte 3 - Columns

Illuminare I Punti Ciechi: Un’alternativa Al Dominio Della Paura – Parte 3

Illuminare i punti ciechi: Un’alternativa al dominio della paura Parte 2 Illuminare i punti ciechi: Un’alternativa al dominio della paura Parte 1   MASSACRA IL PIÙ DEBOLE   Stazione ferroviaria di Manchester Piccadilly, una mattinata nuvolosa dell’estate del 2018. Ho un appuntamento con un notaio in centro, a 15 minuti da qui (una menatata burocratica da risolvere, per la modica cifra di 250 sterline). Esco dalla stazione e attraverso la strada. C’è un uomo che dorme sul marciapiede al lato di una caffetteria (Costa? Starbucks? Non ricordo). È bianco, britannico, dimostra 45 anni ma è probabilmente più giovane. Dopo 5 minuti, ne ho giá contati tre. Al momento di arrivare a destinazione, ne ho contati 16. Se non conoscessi il nord ovest dell’Inghilterra (ovvero, molto lontano dalle ingannevoli luci della megalopoli londinese e dalla montagna di stupidaggini sulla ‘cool Britannia’ che ci sono state propinate dalla fine della guerra in poi), sarei basito. A Liverpool, la situazione è simile, e a Lancaster, dove ho vissuto per quasi sei anni, anche. A Morecambe è peggio, ed è ancora peggio a Blackpool, dove la Trainspotting generation è stata macellata in modo tragico. Ci sono buone sacche di solidarietà, ma devo dirvelo, in Inghilterra come in Italia e ovunque, la narrativa sta prendendo piede: “la povertà l’hanno scelta loro.” E qui arriviamo ad un cencro che ha sempre divorato la nostra società: l’aporafobia. Sì, la pattumiera ideologica che conosciamo sotto diversi nomi può essere riassunta in una parola, che denota il disprezzo verso il più debole, il più povero, il più disperato. Non è solo una questione di soldi, ma partiamo da lì. Ad esempio, è cristallino che il razzismo sia vivo e in buona salute ovunque, ma che cos’è davvero? Ha senso chiamarlo “razzismo”? Sono l’unico ad avere l’impressione che il “negro” sia tale solo finché è povero? Voglio dire, è facilissimo insultare il tizio che chiede l’elemosina in una strada del centro, ma qualcuno avrebbe il coraggio di fare lo stesso con Colin Powell? Ok, questo è perfino troppo ovvio, ma non serve puntare così in alto: è molto probabile che troverete il vostro razzista medio a farsi un selfie con la barista caraibica in un locale della passeggiata, che potrebbe essere anche essere “non proprio bianca” ma alla fine chissenefrega, è carina e se fai il simpatico, magari, un giorno… (spoiler, frae, non succederà mai: ti sopporta perchè è abituata a considerarla parte del suo lavoro – e già non dovrebbe essere cosí – ma si taglierebbe le vene piuttosto che fare “qualcosa” con te… giustamente, aggiungerei io). Il punto è che il razzismo non colpisce tutti allo stesso modo e, come sempre, quelli che lo subiscono di più sono quelli che non si possono difendere, non lo scopro certo io. Gente come Salvini prospera alimentando ogni giorno la gente disperata che arriva qui con i mezzi più improbabili… qualcuno insulta mai gli sceicchi per questioni di pelle o religione? Ma va, sono ricchi e potenti. C’è un codice di vigliaccheria vigente qui: non mostrare pietà, ma solo con quelli più deboli di te. Sii forte con i deboli e zerbino coi potenti (sí, nel giro di 20 parole ho citato gli Slayer e Frankie Hi Nrg). Non è tanto una questione di razzismo o xenofobia, l’aporofobia è la chiave.  Un certo numero di inglesi che ho conosciuto a Lancaster sono confusi dagli italiani che odiano gli immigrati: gli italiani sono sempre stati migranti. Certo, ma qualcuno tirerà fuori la storia che noi eravamo “migranti migliori”. Se poi menzioni il fatto che i gruppi della criminalità organizzata più violenta negli USA all’inizio del ventesimo secolo fossero italiani, comincerà un demente scambio di accuse tra italiani del nord e del sud. Non puoi vincere, c’è sempre una narrativa del cacchio per giustificare qualunque stupidaggine. Il punto, tuttavia, è che non si tratta di essere immigrati, ma di essere vulnerabili. Ripeto, non é necessariamente una questione di denaro e potere, a volte riguarda semplicemente la capacità. Oh sì, si sentono spesso frasi banali e, francamente, prive di significato come “si dovrebbe giudicare una società dal modo in cui si tratta la categoria X”. Beh, non ho mai visto questo X = i disabili perchè altrimenti ci toccherebbe ammettere a noi stessi quanto siamo vergognosi (e anche smetterla con il mito di “tutte le minoranze sono discriminate allo stesso modo” – mi spiace essere brusco ma semplicemente non è vero – e qualcuno prima o poi doveva dirlo). Potreste pensare che la situazione non sia così male, beh, vi prego, pensateci meglio. Se vivete in Europa, la prossima volta che fate un giro per la vostra città fate caso: quante rampe di scale troverete che non hanno nessuna ragione valida per essere lì? Quanto spesso potrebbero essere semplicemente sostituite con degli scivoli? Quanto spesso le porte dei locali pubblici sono abbastanza ampie da permettere l’accesso con sedia a rotelle? È deprimente vedere per quanti locali pubblici sia più importante fornire l’accesso ai cani che non ai disabili (fermo restando che è importante che i cani possano accedere ai locali, soprattutto i cani guida). Quanti bar e ristorante sono -davvero, aldilà della dichiarazione d’intenti- attrezzati per accogliere persone che hanno disabilità motorie? Fate caso ai bagni. Vi sembra accettabile che qualcuno debba godere di meno diritti degli altri perché vivono in una condizione diversa (più difficile già di suo, tra l’altro). Dov’è l’indignazione? Un silenzio assordante sarebbe la risposta, probabilmente, ma non arriviamo nemmeno lì, perché la domanda non viene nemmeno posta. Questo è particolarmente assurdo visto che chiunque un giorno potrebbe trovarsi nella stessa condizione. Sì, il nostro corpo è stupendo ma tremendamente fragile. Sono sempre stato un cosiddetto “normodotato” fino ad oggi, ma sul domani non ci sono garanzie… a volte un secondo può bastare per cambiare la vita nostra completamente – potremmo trovarci all’improvviso a raccogliere i frutti della nostra indifferenza. Certo, siamo cosí abituati a questa impostazione mentale per cui ci sembra naturale pensare che queste cose non ci riguardino. Per fare un esempio pratico, faccio una domanda a tutti i guidatori: quanti di voi non hanno mai parcheggiato l’auto su un marciapiede, onestamente? Vi chiedete mai se state causando un potenziale impedimento per gli utenti di sedia a rotelle? È importante guardarci allo specchio. Certo, ha la massima importanza opporsi al razzismo, al sessismo, all’omofobia, alla transfobia, alla xenofobia, ecc., ma l’oppressione si manifesta in molteplici forme. Beh, nel caso in questione, credo che molto pochi di noi possano dichiarsi “non colpevole”. Una catena è forte quanto il suo anello più debole e le persone con disabilità sono sempre state l’anello più debole – non per la loro condizione fisica (o mentale, ci sono tanti tipi di disabilità) ma a causa della nostra sconcertante indifferenza, ovvero perché non ci disturbiamo a muovere un dito per rendere la loro vita più facile e migliore. Contrariamente a uno stereotipo diffuso, i disabili non sono necessariamente infelici, molti in realtà amano la propria vita più di molti “normodotati” (o “privilegiati”, forse rende meglio l’idea) – il vero mostro che devono affrontare non è la loro condizione, ma le limitazioni che noi, come maggioranza dominante, gli imponiamo. Finché tutti gli anelli saranno rafforzati al massimo, le fondamenta della nostra società sono condannate alla fragilità. Che sia ora di smettere di scrollare le spalle e dare un seguito pratico a quello che spesso predichiamo?   NUTRENDOCI DI DISTRUZIONE Ho sentito parlare di veganismo per la prima volta quando ho cominciato ad interessarmi di musica rumorosa e punti di vista politici poco convenzionali: era il 1998 e avevo 14 anni, molto prima che il veganismo prendesse campo, al punto da diventare quasi di moda (si vedono perfino vegani di estrema destra!). Immediatamente, mi sono trovato a simpatizzare con l’idea di smettere di nutrirmi dello sfruttamento di altri esseri viventi. Certo, ero poco più che un bambino e non c’era assolutamente possibilità che potesse realizzarsi presto. In realtà, non la volontà è rimasta latente fino a poco tempo fa, risvegliandosi occasionalmente ogni tanto. Nel 2016 sono diventato vegetariano e, più recentemente, mi sono detto “ok, basta con la pigrizia!”. Qui cercherò solo di menzionare alcuni argomenti che ritengo degni di essere presi in considerazione (ognuno valuterà se accettarli, rifiutarli, o qualunque cosa stia nel mezzo). Normalmente, quando si chiede a un vegano la ragione della sua scelta, vengono menzionati tre aspetti: l’etica, la salute e l’ambiente. Mentre credo che tutti questi siano validi, sospetto che la situazione sia più complessa di come venga spesso dipinta, tanto dai detrattori quanto dai sostenitori del veganismo, come succede in molti dibattiti. Io qui mi focalizzerò solo su alcune ragioni che mi hanno portato a smettere di mangiare carne e, progressivamente, eliminare gli altri derivati animali. È un misto di etica e coerenza, nel mio caso. Sí, sono cosciente che gli esseri umani abbiano sempre mangiato animali, ovvio. La carne ci ha sostenuto per molto tempo. Tuttavia, mi chiedo che rilevanza possa avere questo fattore oggi. Non siamo all’Età della

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