Bar Molinari, centro storico Modena.

Bar Molinari, centro storico Modena. 1 - fanzine

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Una mattina tiepida. Ma irrespirabile. Si ha quasi l’impressione che l’ossigeno sia gomma. Si cementifica nei polmoni. Mi gira la testa. Camminare è uno sforzo eccessivo. Vorrei restare a letto. Immobile. Non riesco neppure a pensare. Rispecchia perfettamente il mio umore di stamattina: apatico chic. L’idea di restarmene a letto. Cullarmi in un dolce far nulla. Schiacciata dal mio male di vivere. Sembra un programma perfetto. Ma non è possibile.

Mancare al mio primo impegno? Ho uno scopo. Un piano ambizioso. Non posso venirne meno. Mi vesto con poca convinzione. L’immagine della caffeina viene in mio soccorso. Sento nascere dentro di me una flebile scintilla di euforia. È stata una settimana triste. Una settimana pesante, per alcuni aspetti. Riscoprirmi un minimo entusiasta mi rende elettrica. La mia prima tappa è il bar Molinari, un luogo a me caro. In un certo senso, ci sono profondamente legata. Sapevo che tutto sarebbe partito da questo luogo. È un piccolo bar in pieno centro storico. Per strada mi capita di raccogliere frammenti di vita quotidiana: un padre fa scendere il suo figlioletto dalla bici. “Adesso entriamo. Il papà si beve un caffè e tu aspetti.” Bravo genitore. È necessario insegnare alle nuove generazioni quali sono le priorità. Viene prima il caffè. Prima di ogni cosa. Prima di qualsivoglia esigenza.

Tu, piccolo demonio, aspetti. Scelgo un tavolino riparato, lontano dalla ressa di sedie sul palchetto. Non amo particolarmente il contatto con la gente. Il gomito che accidentalmente tocca quello del tavolo di fianco. Occhi indiscreti che tentano di comunicare con me. State buoni. Lontani tutti. È il mio momento sacro. Voglio restarmene sola. Io e il caffè. Devo conoscerlo.

Devo capire se lui è in sintonia con me. Arriva la cameriera. Una bella e curata ragazza bionda. La prima cosa che mi colpisce è la sua perfezione. Nessuna sbavatura del trucco. Capelli in ordine. Com’è possibile? La mia matita è già un ricordo lontano. La sua è ancora perfetta. Incredibile. Ordino un cappuccino e due brioches: una vuota, l’altra con marmellata. E che cazzo. È domenica. Coccoliamoci.

Nell’attesa cerco un giornale. Ma niente. Tutti già arraffati. Peccato. È una situazione che mi innervosisce. Odio non poter leggere. L’istinto mi dice di rovesciare il tavolino ed andarmene. Ma, diamine. Sono una signora. Ritegno, Ilda. Ritegno. Ma. Eccolo. Lo vedo arrivare. È adagiato elegantemente in una carina tazza un po’ vintage. Dall’altra parte, questo era un bar storico della città e le tazzine sono un delicato richiamo all’immagine del bar di una volta. Lo apprezzo molto. È una degli aspetti che amo di più di questo bar. Nota importante: il caffè o il cappuccino non vanno mai bevuti con del volgare zucchero. Ovviamente. Esso ne falsificherebbe il sapore.

E questo sarebbe un peccato inutile ed offensivo. Soprattutto per il cappuccino che mi hanno servito: è perfetto l’equilibrio tra caffè e latte. Nessuno dei due si impone sull’altro elemento.

Si fondono assieme. Quasi volessero danzare sulle mie papille gustative e fondersi con me. Attraverso la mia lingua. Una magia. Al loro passaggio, resta nella mia bocca un leggero sapore di bruciato. Tipico di alcune macchine per il caffè. Ma nulla di eccessivo. È addirittura piacevole. Gli dona una nota poetica e particolare. La schiuma del latte. Altra poesia. Montato perfettamente. Resiste. Sembra fine crema. La mia giornata resta afosa. Ma il ricordo di questa danza mi accompagnerà fino a stasera.

Posso dire che la mia malinconia, stamattina, è stata delicatamente accarezzata da un gesto gentile. In tutta la mia depressa onestà.

 

 

Prologo

 

 

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