Anathema – Distant Satellites

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Anathema – Distant Satellites

Questa è una “non recensione”, nel senso che degli Anathema, band dalla storia ultraventennale che ha segnato nel bene (molto spesso) e nel male (ben di rado) gli ultimi due decenni, si è già scritto a profusione, assegnando alla produzione precedente lo sgradevole ruolo di ingombrante termine di paragone.

Quindi, invece di mettere giù le solite trenta righe zeppe di raffronti con il passato remoto e quello più recente del gruppo inglese, proverò a raccontare le sensazioni trasmesse dall’ascolto di Distant Satellites, fingendo, per quanto possibile, di essere all’oscuro di tutto ciò che è avvenuto in precedenza.
Si parte con The Lost Song part 1, dove la voce evocativa di Vincent Cavanagh ci conduce in territori ricchi di pathos emotivo, grazie ad una struttura musicale che si avvale di una lenta ma costante andatura in crescendo culminante  in uno spettacolare finale dai toni orchestrali; The Lost Song part 2 riprende il tema musicale sviluppato in precedenza lasciando però spazio a toni intimistici, ai quali contribuisce in maniera non indifferente il passaggio del microfono a Lee Douglas: un brano molto bello ma decisamente meno intenso della part 1.
Dusk ricalca gli schemi dell’opener, amplificandone i toni enfatici e drammatici e raggiungendo il proprio climax nella parte centrale, quando le due voci duettano in maniera splendida prima che la traccia si stemperi in un finale dai toni più soffusi, preparando così il terreno ad Ariel che, di fatto, si pone inizialmente quale un’ideale prosecuzione del precedente episodio: i sei minuti e mezzo di questo brano sono quelli per i quali si dice, solitamente, che da soli valgono l’acquisto del disco e, per quanto scontata, tale frase risulta nello specifico del tutto appropriata.
Lee e Vincent, infatti, attorno al terzo minuto, prendono ad alternarsi in un crescendo emotivo sostenuto da un pianoforte minimale quanto efficace, che deflagra letteralmente quando Daniel Cavanagh si impadronisce per una volta della scena con la sua chitarra, lasciandoci letteralmente in estasi di fronte a tanta bellezza; la part 3 di The Lost Song, invece, si avvale di una ritmica più sincopata che ripropone la trama melodica dei precedenti frammenti, rivelandosi del tutto adeguata, benché lontana dagli apici raggiunti poco prima.
La presenza di un brano autointitolato, in un disco, di solito fa presagire l’ascolto di qualcosa di speciale, capace di lasciare un impronta profonda nell’economia del lavoro: così avviene puntualmente con Anathema, dai tratti forse meno immediati rispetto ad Ariel, a causa di una struttura musicale per certi versi meno prevedibile ma ugualmente coinvolgente, con il nuovo decisivo apporto della chitarra di Daniel.
Qui, purtroppo, finisce la parte migliore di un lavoro che, se  fosse giunto al suo ultimo atto, si  sarebbe attestato su un livello molto vicino alla perfezione: le quattro tracce successive, in effetti, conducono gli Anathema verso una deriva elettronica che non convince, un po’ per il valore intrinseco delle composizioni, di per sé comunque tutt’altro che disprezzabili ma, soprattutto, per la decisione poco condivisibile di raggrupparle tutte nella parte finale dell’album, quasi a voler rimarcare uno stacco netto rispetto alla sua prima metà.
Il finale arioso di Take Shelter non si rivela sufficiente a togliere quel pizzico di amaro in bocca che resta dopo avere assaporato per lunghi tratti la sensazione d’essere al cospetto di un disco pressoché perfetto.
Il recupero di quella memoria collocata temporaneamente in stand by per tentare di raccontare senza condizionamento alcuno Distant Satellites, mi consente di affermare che, nonostante il calo di tensione nel finale, quest’ultima fatica non mina affatto la credibilità agli Anathema, band che ha costruito la propria carriera su intuizioni stilistiche spesso discutibili in prima battuta ma rivelatesi invece vincenti sul lungo termine; anche se non del tutto condivisibili, questi venti minuti conclusivi potrebbero costituire i prodromi di un ennesima svolta nella carriera dei nostri e, alla luce dei risultati ottenuti finora, non si può fare a meno di riporre la massima fiducia nel loro intuito.
Detto questo, un disco di tale portata deve essere accolto con grande soddisfazione da chi ama la musica in senso lato, anche se non è arrivato l’ennesimo capolavoro da parte di musicisti che, comunque sia, meritano la nostra imperitura gratitudine.

Tracklist:
1. The Lost Song – Part 1
2. The Lost Song – Part 2
3. Dusk (Dark Is Descending)
4. Ariel
5. The Lost Song – Part 3
6. Anathema
7. You’re Not Alone
8. Firelight
9. Distant Satellites
10. Take Shelter

Line-up:
John Douglas – E-drums, Keyboards, Percussion, Programming
Vincent Cavanagh – Guitars, Vocals (lead, backing), Keyboards, Programming, Bass
Danny Cavanagh – Guitars, Vocals (backing, lead), Keyboards, Piano, Bass
Lee Douglas – Vocals (lead, backing)
Daniel Cardoso – Drums

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