Vita 3.0 di Max Tegmark (Cortina, 2018)


È un po’ di tempo che mi sento come circondato da notizie sulle ripercussioni che le nuove tecnologie hanno e possono avere sulla nostra società. Alla fine dello scorso anno abbiamo assistito al dibattito sul bitcoin, la criptovaluta che pare sia in giro ormai da quasi nove anni. Qualche mese fa invece scopriamo che una azienda di consulenza britannica, chiamata Cambridge Analytica, utilizzava i dati personali degli utenti di Facebook al fine di creare una comunicazione strategica per la campagna elettorale negli Stati Uniti. Tra queste due, e in maniera piuttosto costante, pullulano poi le notizie a proposito delle nuove scoperte nel campo della robotica e dell’intelligenza artificiale.

Il libro di cui vi parlo oggi si occupa proprio di quest’ultimo tema. Il suo autore, Max Tegmark, è professore di fisica al MIT nonché presidente del Future of Life Institute, una organizzazione di Boston che lavora per mitigare i rischi che potrebbe correre l’umanità nel caso in cui dovesse essere creata, o meglio raggiunta, una intelligenza artificiale avanzata.

Il discorso di Tegmark parte da un assunto interessante: il problema che potrebbe comportare l’esistenza di una superintelligenza artificiale deriva dal fatto che il suo tipo di vita sarebbe gerarchicamente diverso dal nostro. In questo senso infatti l’autore parla di Vita 3.0. In parole semplici, lo stadio biologico 3.0 sarebbe quello in cui gli organismi non solo possono sopravvivere e replicarsi (Vita 1.0) e progettare il proprio software (Vita 2.0, gli esseri umani, per capirci), ma anche progettare il proprio hardware. Questo livelli di complessità biologico superiore porterebbe inevitabilmente a uno scarto tra la superintelligenza artificiale e le intelligenze umane.

Organismi di questo tipo non sono stati creati, per il momento, ma Tegmark sostiene che la questione non vada sottovalutata, poiché quando ciò accadrà bisognerà essere preparati.

Il punto di non ritorno sarebbe il raggiungimento di una intelligenza artificiale generale di livello umano. Quando la macchina sarà in grado non solo di giocare a scacchi, di computare, di effettuare operazioni semplici o complesse (ma tuttavia specifiche), ma sarà in grado una volta per tutte di apprendere, allora potremo dire di aver raggiunto questo punto di non ritorno.

“Quando abbiamo creato calcolatrici tascabili e programmi per gli scacchi, siamo stati noi a configurarli opportunamente, ma perché la materia impari deve invece riconfigurare se stessa in modo da diventare sempre più abile nel computare la funzione desiderata – semplicemente obbedendo alle leggi della fisica”.

Cosa ci aspetta quindi? Un mondo popolato da robot? L’estinzione della razza umana? Una vita in cui l’umanità sarà in pace, inoccupata eppure benestante, che non ha bisogno di lavorare perché ha chi svolge i compiti per lei? Tegmark afferma che la risposta a queste domande dipende da noi, e dal nostro interesse attuale a questioni del genere, che potrebbero non essere tanto lontane. Abbiamo il dovere morale di sfatare i miti relativi all’intelligenza artificiale e porci nel giusto atteggiamento. L’intelligenza artificiale infatti non è malvagia per sua definizione, ma può solo avere fini divergenti dai nostri; solo in questo caso dovremmo davvero preoccuparci.

“È un errore chiederci passivamente: ‘Che cosa succederà?’, come se fosse qualcosa di predestinato! […] Se si affermasse una civiltà tecnologicamente superiore alimentata dall’IA perché noi l’abbiamo costruita, invece, noi esseri umani avremmo una grande influenza sul suo esito. […] Perciò dovremmo chiederci, al contrario: “Che cosa deve succedere? Quale futuro vogliamo?”

Insomma, quello di Tegmark è un saggio che si legge come un romanzo, grazie anche a diverse parti speculative e di fiction davvero interessanti soprattutto per i lettori di fantascienza. È un’opera fondamentale (l’ha detto anche Stephen Hawking), che tutti dovrebbero leggere per chiarirsi le idee su una questione che ci riguarda molto da vicino e che potrebbe condizionare irreversibilmente le sorti del pianeta. Inoltre, i termini del discorso sono posti, al meno a mio parere, sotto una luce nuova e soprattutto comprensibile a tutti. Le soluzioni ottimistiche esistono, la superintelligenza può essere una risorsa per migliorare al meglio la nostra vita e la nostra esperienza come specie, ma quando ci sarà questa esplosione di intelligenza dovremo essere pronti a fare le scelte giuste.

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