E’ arrivato il 2026. I messaggini di finti e ipocriti auguri di ogni bene, felicità, amore e prosperità che ci arrivano in quantità insopportabili, tramite le nuove tecnologie (social network, app di messaggistica, ecc. ecc.) durante ogni festività di fine anno, sono già stati rapidamente soppiantati dal ritorno alla realtà distopica di tutti i giorni, tra nuove inconcepibili tragedie, tensioni geopolitiche mondiali, genocidi, guerre e colpi di stato messi in atto dai soliti criminali neoliberisti che si spacciano per salvatori della civiltà e paladini del mondo libbberoh ed evolutoh, gli “esportatori di democrazia” e della tutela dei diritti umani solo quando conviene all’establishment (e che poi quando devono fottersi il petrolio e altre risorse dei Paesi “comunisti-terroristi” che non si piegano ai loro diktat imperialisti, tirano sempre in ballo l’evergreen della “sicurezza nazionale” o si inventano finti casus belli, sobillando golpe, rivoluzioni “colorate” e “regime changes” nelle nazioni da saccheggiare… ah, pardon, “liberare”) mentre i media continuano a fare confusione su eventuali popoli aggressori e/o aggrediti.
Il mondo è sempre più un cesso invivibile, nel nostro “Bel Paese” la televisione è invasa da spot di “brand” alimentari che utilizzano jingle imbarazzanti realizzati con AI e autotune (ma anche di farmaci per combattere la stitichezza e/o la diarrea, o le app per cercare gli psicologi, senza contare gli spot “sovranisti” autocompiaciuti che ci dipingono come “un popolo di ferro”) le classifiche generaliste musicali di ascolti e vendite sono popolate da nomi che sembrano le marche di carta igienica provenienti dall’inventario di un supermarket (oltre a essere “100% italiani“, a testimonianza di un imperante sovranismo musicale, alla stregua di quello governativo) lagggente ha affollato i cinema nel periodo natalizio per ridere coi filmetti “campioni di incassi” di satiretta populista annacquata e innocua (francamente si fa fatica a comprendere il successo che riscuotono certi fenomeni da baraccone) lagggente da mesi si scanna – non prima, però, di aver imparato a imitare l’ultimo balletto alla moda diventato “virale” sui social – per armi di distr-A-zione di massa come la “famiglia nel bosco” (che poi… ma uno/a sarà libero/a di vivere la propria vita come meglio crede? O deve solo obbedire acriticamente a certi “valori” per essere accettati dalla società perbenista e benpensante?) o la ricetta della VERA pasta alla carbonara, mentre chi manifesta per la Pace, e/o lotta per altre giuste cause, viene schedato, perquisito e incriminato. Cos’altro potrebbe andare storto? Difficile immaginare di peggio, in un mondo sull’orlo della Terza guerra mondiale e il nazifascismo (con annessa rivalutazione e magnificazione della guerra permanente come mezzo di risoluzione delle controversie) completamente sdoganato dalle élites globaliste capitalistiche e reso accattivante e “cool” per le masse rimbambite e incattivite dalla propaganda mediatica occidentale atlantista mainstream.
L’unica ragione di vita, e ultimo appiglio che ci resta come antidoto all’abbandonarsi alla disperazione e impazzire del tutto, ancora una volta, è rappresentato dalla bellezza dell’arte e, in particolare dell’amore per la musica, e per il rock ‘n’ roll. E allora perché non iniziare il nuovo anno con un bel disco? I campani Provincials possono soddisfare questa domanda.
La genesi di questo progetto musicale – curato dal polistrumentista e artista Rosario Memoli, e operante tra Salerno e provincia – risale al 2001, quando fu concepito come un esperimento garage/Lo-Fi, poi trasformatosi in una vera e propria band nel 2004 (partecipando a diversi festival e condividendo il palco con gente come Diaframma, Giorgio Canali, Raw Power e Jennifer Gentle) registrando un disco d’esordio, intitolato “The Provincials – Provolone records“, che vide la luce solo nel 2013, indorato e fritto in ruspanti sonorità garage/psych rock (in linea con le band che stavano emergendo nel panorama R’N’R indipendente di una quindicina di anni fa: il primo Ty Segall, gli Oh Sees, King Gizzard and the Lizard Wizard).
Dopo varie vicissitudini (demo perduti, periodici cambi di line up e altro) l’avventura si era temporaneamente fermata nel 2014. Ma, alla fine dello scorso anno, era stato annunciato da Memoli il recupero e l’uscita di un altro album dei Provincials registrato nel 2011 e rimasto nel cassetto per tre lustri, e agli inizi di quest’anno ha visto la luce “Sick“, uscito grazie a una co-produzione tra I Make Records e Label XXXV.
Oggi il combo si ripropone con una formazione a tre, con Memoli alla voce e chitarra, Luciano Evangelista al basso e Mario Villani alla batteria, e il nuovo missaggio ci restituisce un materiale sgrezzato e meno ruvido rispetto al primo Lp, ma non per questo meno gradevole, interessante e degno di notevoli spunti.
La title track, posta subito in apertura del full length, ricorda le asprezze sonore dei Mystery Lights (anche in questo caso, trattandosi di pezzi registrati nel 2011, siamo al passo, anzi, anche in anticipo su “quei tempi”) mischiate con una attitudine “malata” e sguaiata alla Jon Spencer. “Wasted mind” ti fa immaginare una versione fricchettona del succitato Jon Spencer se fosse nato vent’anni prima e fosse cresciuto nella West Coast psych dei Sixties, suonando insieme ai 13th Floor Elevators. Sixties che ritroviamo come ispirazione sonica nel jingle jangle Byrdsiano di “Ordinary ways” o nell’intermezzo “Don’t mind“, mentre “Fading” e “No ability” evocano certe commistioni glam e in “Imminent dullness” si sfiora addirittura il prog. “Stars” è una sorta di “grunge orchestrale”, “Wake up” è un brano tra i più riusciti del lotto, con quel tiro indie/alternative beffardo e sghembo che mischia Television e Replacements; la dinamica “Videmus” emerge come la composizione più originale del disco, coi suoi convulsi arrangiamenti acid/psych, “Let me cry” è un brillante alt. rock che può ricordare alcune cose dei Blur più sperimentali, e la conclusiva “Next in line” frulla, in quattro minuti e mezzo, la lascivia di certi Stones dei Seventies.
Lo diciamo? Lo diciamo: se un album come “Sick” fosse venuto fuori nell’epoca in cui è stato inciso (cioè i primi anni Dieci del nuovo millennio) e se i Provincials fossero usciti su label come Sub Pop o 4AD, e se fossero stati una band inglese o americana (e non dell’Italia meridionale, dalla Irno Valley campana) probabilmente i nostri sarebbero stati innalzati su un piedistallo dalla stampa musicale “indie” specializzata e sarebbero diventati dei cocchi di Pitchfork e altre webzine “in” tra gli indie/hipsters, che avrebbero gridato al capolavoro ascoltando questo album. Ma “Sick” non è la semplice storia della pubblicazione di un disco: è la parabola di una vera e propria passione, anzi di una “malattia”, quella del riuscire ad ascoltare tutti i dischi possibili e immaginabili, spinti dal necessario bisogno di scrivere e fare musica, anche quando le esigenze e gli impegni della vita adulta spingono a fare altre scelte, ma se si ha tanta perseveranza e si coltiva un amore, nonostante il cielo plumbeo e il tempo che passa e non lascia traccia, prima o poi qualche soddisfazione ce la si toglie.











