sigur ros-takk

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26 luglio scorso, villa Arconati, Milano.Impatto per la prima volta con le nuove composizioni della band islandese. Più rock, più orchestrali, più aeree e se possibile ancor più speranzose. Queste le prime idee maturate nei confronti dei nuovi brani.Ed ora che posso godere di un supporto fonografico dal quale attingere per descriverlo, Takk posso aggiungere, è fondamentalmente un disco diverso, un disco meno sinfonico; ambizioso ma sempre spontaneo, degno figlio di ( ) e Agaetis Byriun, mai scontato e soprattutto mai prevedibile.I suoi 65 minuti, partono con una intro che ci inizia a dondolare prima di Glòsòli, che parte con scampanellii, basso, batteria ed un falsetto che semplicemente fa venire i brividi. E’ l’ ufficiale ritorno alla lingua islandese. Glòsòli parla del risveglio di un bambino che vedendo solo oscurità intorno, si mette alla ricerca del sole rubato.Una delle composizioni più ottimiste ed allo stesso tempo arrabbiate dei Sigur Ros, verso un mondo alla deriva.Il finale è un muro di suono con batteria mai forse così presente e pestata. Poi Hoppipolla, traccia che si poggia su pianoforte e sezione ritmica di notevole corpo, con la voce di Jonsi danzante accarezzata dagli archi delle ormai quasi sempre presenti Amina, quartetto d’ archi che accompagna i Sigur Ros pure dal vivo.Mea Bloanasir regala respiro, con un incedere progressivo ed arioso, che ci conduce alla successiva Se Lest, che nasce da glitches di fondo ed un connubio di xilofono, piano e voce che alienano l’ ascoltatore verso un lido dove il bambino prima incontrato può far sogni tranquilli, cullato con una dolcezza incredibile.Quindi Seaglopur, un concentrato di epica empatia e drammatico lirismo, guidato da un pianoforte mai domo ed incessante, romantico e tagliente.Tocca alla “famosa” Milano, canzone che fu proposta live già nel tour precedente. E’ uno degli episodi più alti ed intensi ed emozionali dell’ opera: un crescendo globale di piano, archi, voce e vocalizzi, che vengono presi per mano dalla batteria ed il basso e si sviluppano verso un’ apoteosi di colori che sinesteticamente disegnano un’ aurora boreale. L’ enfasi di Gòng riprende un’ immagine simile a Where I end and you begin dei Radiohead in chiave shoegaze, filtrata da un geiser.Resta comunque il pezzo forse più rock ‘n’ roll, per quanto il termine affiliato ai Sigur Ros possa aver senso.La dolcezza rientra in scena a 360 gradi in Andvari, quasi una ballata, con archi dominanti che sottolineano la connotazione di serenità che, in questo disco rispetto ad Untitled, la fa da padrona. Tra le più delicate e sensuali.Le ultime due tracce Svo Hljott e Heysatan, hanno importanza seminale nel racchiudere l’ insieme delle tracce dandone l’ impronta definitiva.Ce la fanno pienamente.La prima appare come la lenta ascesa verso la luce dopo un viaggio in un oscuro tunnel asettico, mentre Heysatan sembra evocare un caldo ringraziamento finale verso la natura benevola in grado di dare ai quattro ragazzotti islandesi la forza per portare a termine questo altissimo disco, che probabilmente non sarà considerato capolavoro dalla critica, in quanto dopo un po’ che si parla di qualcuno, qui da noi, c’è bisogno di nuove sensations.Per me, semplicemente magico.

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