Shelly Johnson Broke My Heart-We Own The Afternoon

Shelly Johnson Broke My Heart-We Own The Afternoon 1 - fanzine

Shelly Johnson Broke My Heart-We Own The Afternoon

“ We Own The Afternoon” il nuovo fresco e solare lavoretto dei Shelly Johnson Broke My Heart, una passeggiata pomeridiana nel caldo delle strade di Rimini, noise adriatico e un poco di malinconia.

Una cartolina da appendere nella propria cameretta per quando si è un po’ giù!

Sei tracce, per sei ritratti di quelle che qualcuno ha definito “stanze di vita quotidiana”; guardarsi intorno e tutto sommato sentirsi a casa, essere giovani in un tempo piccolo o come diceva quell’ altro : “a volte uno si crede incompleto, ed è soltanto giovane”.
L’“Intro” stende per noi un tappeto/paesaggio sonoro da dopopranzo in collasso; bene, lasciamoci trasportare in questo Tutto pomeridiano.
“Prostitutes”: apre una chitarra con super riverberone alla Bowie-Eno, basso bello sostanzioso e gorgogliante, da qui, da questa apertura già iniziamo a sospettare dove questi tre ragazzi ci vogliano portare, un brontolio noise prima arpeggia e poi picchia e infine apre al cantato disteso, arreso, come da ferita che fatica a rimarginare, tutto nel segno del “ricordare”, la memoria si fa voce, riverbero, rullante. “John Krasinski” ci inonda con la sua verve speranzosa, una voce narrante racconta con parole che si fanno proiettili, le chitarre rumoreggiano festanti; è la storia di una rivelazione, i cori domandano: “what have they all been through?”, non si ha il tempo di temporeggiare, siamo portati a seguire questo folle/profeta che santifica, è tutto un vortice, un corsa su una scala a chiocciola, una pillola di presa bene; “tra un fiore colto e l’ altro donato, l’inesprimibile nulla” scriveva un Grande, ecco è a quel nulla che si avvicinano i romagnoli.
“Black Pop Song” strizza troppo l’occhio al pop da sigla serie tv primo pomeriggio, gli assolini alla Dinosaur jr. non smarcano abbastanza da quello scatolone di suoni un po’ troppo inflazionati, ne risulta una speranza un po’ stropicciata; suona bene, ma non spezza il cuore, i crescendo pestati finiscono presto nel dimenticatoio, i cori sghembi iniziali (che tanto piacciono oggi), perdono forza nel successivo “ pa-pa pa-pa pa ra ra” un pochino paraculo.Il pezzo funziona ma manca un po’ di sincerità.
“Lonesome Richard” ha l’impronta dei Pavement: partiamo dal cuore e poi costruiamo il resto, un arpeggino giocherelloso accompagna la descrizione del nostro amico Richard, qui il pop è quello che ci piace, senza troppi lustrini di maniera e con finale fuzzy fuzzy che gonfia di gioia e convince.
In “Alamogordo/Rio Rancho/Las Crucis” ricadiamo un po’ nella facilità di prima, è tutto molto ben confezionato, ma manca di mordente, pane senza companatico, una ballatona triste che non si lascia leggere in profondità, a poco serve l’esplosione finale da post rock amaro, gli arpeggini rimangono un po’ lì senza mai farsi incisivi.
Chiude “Sebastian, the king” con colori molto più folkettosi, ma che non stonano affatto, un’acustica ispirata si accompagna a dolci feedback da sogno al tramontar del sole; ecco che risboccia l’autentico, l’esperienza si fa suono, vibrazione, “luogo della memoria”, “ ed è bellissimo perdersi in questo incantesimo o o o oh”.

I SJBMH sono bravi artigiani, cavalcano a dovere il rumore, lo modellano, ne fanno suggestiva forma, intagliano con perizia i propri brani, ogni tanto arrivano persino al cuore con naturalezza, sana ingenuità, lasciando un attimo perdere il “cosa vogliamo suonare” per lasciare carta bianca al “ cosa vogliamo trasmettere”. C’è qualche scivolata nel troppo sentito, nella maniera, che rischia di attirare i sani principi di partenza nell’oblio della superficie, non lasciando possibilità di entrare in profondità; spogliarsi di alcuni stilemi ormai logori e cercare di trovare le proprie parole nel personale forse potrebbe essere una via.
Siamo a un passo dal fare davvero bene, dunque restiamo in attesa del “grande salto”.

Shelly Johnson Broke My Heart-We Own The Afternoon

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