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Recensione : Sanctrum – Rot

Un urlo rabbioso che, partendo dalle terre del nord, ci investe con tutta la sua potenza distruttrice.

Sanctrum  -  Rot - Recensioni Metal

Una devastante prova di forza, un missile death/thrash che, lanciato dalla Svezia, esploderà sulle teste dei appassionati di tutto il mondo, formando un fungo atomico di inumana violenza.

Sulla fiancata di questa arma letale sta scritto Sanctrum, una macchina dall’impatto esplosivo formata da una miscela di thrash moderno, death e hardcore dalle enormi potenzialità.
La band dopo i primi anni di duro lavoro, nei quali licenzia una manciata di demo, arriva all’esordio su lunga distanza con “In Harm’s Way”, seguito dall’ep “Autumn” nel 2013.
Per la WormHoleDeath esce invece quest’anno il nuovo album, Rot, trentacinque minuti di metal estremo micidiale, dalle ritmiche che sprigionano groove, accelerazioni thrash e frenate death sulle quali tutta la rabbia hardcore, sprigionata dall’ugola del singer Irfan Cancar, può liberarsi in maniera dirompente.
La rabbia, che si tramuta in pura disperazione prima ed in violenza iconoclasta poi, a tratti travolge l’ascoltatore non lasciandogli scampo: le ritmiche forsennate, ma esaltate da una produzione magnifica, accompagnate da riff di puro dolore che escono dalle corde delle due asce (Viktor Arfwedson e Alex Tollin) sono valorizzate da un songwriting che non perde mai il controllo, formando un lotto di brani estremi ma riconoscibilissimi uno dall’altro.
Si parte dall’opener Thousand Lies che, senza perdere tempo prezioso, aggredisce con le sue ritmiche cadenzate, violentate da incredibili accelerazioni e da riff che ricordano i Sepultura di Chaos AD, ipervitaminizzate da scariche hardcore mostruose; Above Us All, cambia registro, risultando molto più veloce ed aggiungendo qualche accenno di death scandinavo, e si candida come la migliore canzone del lavoro insieme alla devastante e successiva This Time Around, dal chorus e dalle ritmiche trascinanti.
Ed è enorme, appunto, il lavoro di una sezione ritmica instancabile (Emil Anter al basso e Oskar Odelbo alle pelli) che sorregge con la propria dirompente forza la struttura di questa macchina di distruzione che, inesorabile, lancia schegge dinamitarde su tutto e tutti, colpendo senza pietà sotto le note di Painting The River Red, Machines e la furibonda Demons.
Siamo al cospetto di una band unica nel panorama estremo, in quanto riesce ad amalgamare nel proprio songwriting molti dei generi guida degli ultimi vent’anni, senza perdere un grammo in violenza e mantenendo un approccio alla forma canzone clamoroso, mollando le briglie e travolgendoci con il suo inarrestabile sound, che continua imperterrito la sua missione distruttrice con il tris finale composto da Dragonslayer, la fenomenale The Ritual e la marziale On Justice.
Un urlo rabbioso che, partendo dalle terre del nord, ci investe con tutta la sua potenza, un mostruoso manifesto di denuncia per un mondo ormai al collasso.

Tracklist:
1.Thousand Lies
2.Above Us All
3.This Time Around
4.The Sickness Within
5.Painting The River Red
6.Machines
7.Demons
8.Dragonslayer
9.The Ritual
10.On Justice

Line-up:
Irfan Cancar – Vocals
Viktor Arfwedson – Guitars
Emil Anter – Bass
Oskar Odelbo – Drums
Alex Tollin – Guitars

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