Riccardo cuor di maiale. Della morte e della fine (Prima parte)


Riccardo cuor di maiale. Della morte e della fine (prima parte).
Racconto di Daggo Roschi

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Sono una persona ma ho il cuore di un maiale, non parlo metaforicamente, è un fatto.

Quando avevo dodici anni mi fu diagnosticata una malattia degenerativa del miocardio, secondo i dottori non sarei arrivato ad averne quattordici.

L’unica speranza era un trapianto, ma non c’era garanzia di un donatore.

In Italia, allora, solo un terzo dei richiedenti riusciva ad ottenere l’organo di cui aveva bisogno.

Fu mio zio a salvarmi la vita, fu lui che parlò ai miei genitori dello xenotrapianto.

Non si può seminare grano in tutti i campi, ma si possono lavorare i campi affinché in essi si possa seminare il grano; il principio su cui avevano lavorato i ricercatori era più o meno lo stesso: il grano erano organi e i campi dei sistemi immunitari di maiale.

La procedura vera e propria, quando me la spiegarono, mi apparve disarmante nella sua semplicità. Avrebbero impiantato delle cellule staminali prodotte a partire dalle mie in degli embrioni di maiale e fatto crescere il tutto in vitro, all’interno di un laboratorio. Dei tecnici avrebbero curato ogni fase della proliferazione cellulare, affinché il materiale umano si differenziasse solo nell’organo d’interesse e in pochi altri tessuti. Le chimere così ottenute poi sarebbero state impiantate nel ventre di una scrofa e, una volta attecchite nell’utero, si sarebbero accresciute in quattro mesi. Il tutto sarebbe culminato con il parto di alcuni lattonzoli che, nel successivo anno, si sarebbero ulteriormente sviluppati, permettendo al mio organo di maturare e raggiungere per forma e dimensione l’idoneità al trapianto.

Maialini nati con il cuore di un uomo, creati per donare a un ragazzo il cuore di un maiale.

Un paradosso ormai non più tale grazie alla scienza, ma che rimane pur sempre un ottimo scioglilingua.

Al momento dell’operazione ero ancora piccolo e non capivo le implicazioni di quel che stava succedendo, ma ne avrei pagato presto le spese. Quei cuori, per quanto forieri di vita, avevano il loro caro prezzo: medico, economico, emotivo, più d’ogni altra cosa sociale.

Mi fu tutto più chiaro mesi dopo, quando tornai a scuola la prima volta.

Dopo due settimane avevo già tutta una serie di nomignoli denigratori: Uomo Maiale, Porcomo, Porchetto, Prosciutto, Morta-Diella.

Il più tollerabile, il mio preferito diciamo, era forse Riccardo Cuor di Maiale.

Fu in quel periodo che iniziai a chiedermi perché non si fossero limitati a produrre un clone senza testa. Non sarebbe forse stato tutto più indolore?

La domanda la feci anche durante uno dei miei controlli periodici, ma la risposta che ottenni fu insoddisfacente: un maiale raggiunge le dimensioni adulte in poco tempo, un clone ne impiegherebbe tanto quanto una persona normale.

Un motivo pratico. L’imbarazzo e la scontrosità di chi mi rispondeva però, tradirono la parzialità e l’incompletezza delle motivazioni che stava dietro il responso.

Lo capii da solo, ma soltanto dopo, che l’ostacolo vero erano i comitati etici: la clonazione dei corpi interi non piaceva. Violava qualcosa a cui la società non era pubblicamente pronta a rinunciare: la sacralità degli esseri umani.

Per qualche motivo clonare un proprio replicato decerebrato e strappargli gli organi dal corpo faceva un brutto effetto sull’opinione pubblica ma, se a vedersi strappare l’organo era un maiale, nessuno sentiva il bisogno di muovere un dito: certe persone si riconoscono più in un manichino con braccia e gambe che negli occhi di un porcello.

Anni più tardi, durante altri controlli, provai anche a sollevare coi medici la questione, le risposte che ottenni al riguardo furono disparate: gli animali sono al servizio degli uomini, la vita di un ragazzo vale più di quella di un maiale, è naturale prediligere la propria specie rispetto alle altre, dovresti solo ringraziare che l’abbiano fatto e smettere di fare domande fuori luogo.

L’elenco sarebbe lungo quanto quello delle persone a cui ho chiesto. In comune hanno tutte il fatto di essere troppo arbitrarie.

Tutt’oggi, quanto ci penso, non ho neanche chiaro se il cuore che ho in petto sia il mio o quello di un porcello: le cellule con cui è fatto hanno il mio DNA e la forma è quasi quella di un cuore umano, ma non è comunque quello con cui sono nato, è un surrogato cresciuto in un suino, che tende alla bradicardia per colpa dei miei nervi che non sono mai completamente attecchiti e che qualcuno, in ultima istanza, ha rubato per me con un omicidio; un maialicidio se vogliamo parlare come il comitato etico, la sottile differenza su cui a quanto pare si gioca l’intera moralità della questione.

 

2

Data la tua condizione di xenotrapiantato, ti sei spesso domandato quale sia il confine tra maiale e uomo. A tal proposito trovasti molto formativa la storia della nave di Teseo: conservata intatta dalle generazioni, per commemorare le gesta dell’eroe, i suoi devoti ne sostituirono di anno in anno le parti usurate per consegnarne la gloria all’eternità, ma ben presto non ne rimase una sola parte non sostituita. Infine la nave esposta era ancora quella di Teseo?

Tu ti sentivi una gradazione di grigio dello stesso problema e la tua condizione metafisica, per molto tempo, ti apparve parimenti difficile.

La fortuita intuizione ti arrivò una sera, in veranda: non essendo per te possibile trovare una chiara sistemazione tra le categorie UMANI e MAIALI avresti dovuto collocarti all’interno di entrambe le classi, nell’intersezione dei due insiemi. Il fatto che, nell’ottica comune, un uomo non potesse essere un maiale e viceversa, ti parve da allora più che altro un accidente delle circostanze.

Una contingenza elevata a regola dalla mancanza di acume e di fantasia di coloro che avevano abitato il mondo prima di te ma non certo un dato di fatto.

Dal momento in cui decidesti di far parte dei suini però, la tua relazione con il genere dovette subire diverse revisioni.

Alcune cose, a dire il vero, cambiarono semplicemente per motivazione: già da prima dell’intervento, ad esempio, avevi deciso che non avresti più mangiato carne di maiale. La tua emotività t’impediva di nutrirti di corpi con cui t’identificavi anche solo in parte. Continuasti ad astenerti dal farlo anche dopo, ma a guidarti non fu più una sensazione di disgusto emotivo, ma la positiva pro positività di una visione: c’era un punto di vista da cui deducevi, logicamente e per consistenza, un’ampia serie di conclusioni.

Altre cose, invece, cambiarono radicalmente: se ti comportavi in un certo modo con gli umani, per equanimità, ti saresti saresti dovuto comportare allo stesso modo con i maiali.

Questo atteggiamento ti imponeva, in particolare e vista la loro situazione, di dedicarti alla tutela dei tuoi bistrattati compagni grugnenti.

 

3

La Tenuta del porco è un esteso allevamento suinicolo, situato tra Migliana e Usella, subito sopra Vaiano.

I maiali lì vengono allevati con lo Staghero, un sistema che da alcuni anni ha preso campo tra gli allevatori e che, secondo gli ingrugnati dei bar, funziona perché i costi per piantare gli alberi che riforniscono di cibo i poderi sono coperti per il 60% dall’Unione Europea: interventi volti al contrasto del rischio climatico, un astuto esempio di serendipità declinata alla contadina, che coopta un intervento per arginare il dissesto idrogeologico in un investimento in alberi per foraggiare i suini col bosco.

Come sa chi lo pratica però, quel che davvero conta è altro: con lo Staghero si risparmia un’enormità è vero, ma non sul cibo, quanto sul personale.

Il trucco alla base è concettualmente semplice. Si sfruttano le naturali appetenze e propensioni degli animali affinché essi svolgano in autonomia le operazioni necessarie alla loro gestione.

Per far sì che sia possibile, all’interno di specifici ricoveri robotizzati, i suini, anziché essere tenuti in gabbia, sono lasciati liberi. In questo modo possono interagire con diversi macchinari attraverso gli attivatori, dei grossi pulsanti da premere con il grugno, la cui pressione scatena cascate di eventi tanto piacevoli per l’animale quanto utili per l’allevatore.

Il pulsante a forma di triangolo, ad esempio, è deputato al lavaggio: se un maiale si sente sporco e vuole darsi una ripulita gli basta premerlo. A quel punto, in un tempo sufficientemente rapido da permettere all’animale di ricostruire un nesso di causa ed effetto, si accenderà nelle vicinanze del pulsante una doccetta tiepida. Il suino, immancabilmente, si precipiterà per godere dello spruzzo. Una volta pago d’acqua, cosa che avverrà in ogni caso dopo la terza pressione con il grugno dato che, grazie ai chip sottocutanei, l’impianto riconosce i singoli individui e non eroga più di un determinato numero di trattamenti giornalieri per bestia, l’animale andrà verso una spazzola simile a quella per il lavaggio delle auto. Quella si attiverà per contatto, prendendo a ruotare, e rimedierà una bella grattata sul corpo al porco. Terminata anche questa fase, seguendo il proprio istinto, il maiale terminerà la procedura e si concederà un bagno di terra, ripristinando così la copertura minerale dell’epidermide, per poi tornare alle sue normali attività quotidiane.

I pulsanti quadrati, invece, somministrano integrazioni alimentari. I chip sottocutanei fanno sì che i singoli individui ricevano ognuno cibo su misura: granaglie additivate di vaccini per i suinetti, lisina e fibre per le scrofe in gestazione, antibiotici nei maiali malati, sansa di oliva a quelli sottopeso.

Ogni animale ha la sua scheda.

Sta in queste sinergie, e in quelle offerte dai molti altri pulsanti, la vera forza del metodo Staghero.

L’uso dei boschi per foraggiare invece, per quanto incentivato a livello europeo, è semplicemente una pratica che concorre a migliorare un quadro dai costi già rosei. Un affinamento utile ma che potrebbe venir meno senza condannare l’insostenibilità economica.

La cosa è verificata anche sperimentalmente, e non solo dai tecnici ma dagli allevatori: alla fine del ciclo di allevamento, quando hanno libero accesso al cibo additivato per l’ingrasso, gli animali infatti si stabulano da soli, perdendo ogni interesse verso tutto ciò che non è la stalla.

Non vogliono più uscirne: pigrizia e vizio fanno sì che preferiscano le razioni arricchite e il sonno postprandiale alle camminate all’aperto e il rufolamento. La differenza dei costi di gestione a quel punto diventa evidente nelle fatture.

L’incidenza è minima.

Il consumatore medio comunque questi dettagli non li sa, per lui i maiali si nutrono solo con il nettare della montagna e ovviamente, questa credenza, fa anche molto bene alle vendite.

Gli animalisti, come quasi sempre accade quando si parla di animalisti e di allevamento, non hanno nel cuore il metodo Staghero.

Per l’associazione Pork Ethos, gruppo di attivisti mondialmente impiegati nella protezione dei maiali e dei loro diritti, ma il cui nome suona in italiano come l’insegna di un norcino, i maiali sono imprigionati in una grottesca rivisitazione della storia di Hansel e Gretel: Hansel perché i porci ingrassano per essere mangiati, Gretel perché svolgono i lavori della stalla come la bambina li svolgeva in casa.

Non è tanto per i protagonisti quanto per l’antagonista, però, che il paragone si fa più calzante.

La strega, che alla fine è centrale nella storia quanto i bambini, c’è anche nel mondo reale e si chiama gratificatore. La sua magia, potente e antica, è la stessa usata dalla megera nella favola per circuire i bambini: il desiderio.

Il gratificatore è un macchinario con una specie di cappuccio a restringimento da cui i maiali, una volta infilata la testa nell’imbuto, ricevono una soluzione additivata, una preparazione per cui vanno assolutamente matti.

Lo strumento, diversamente dal resto dei pulsanti e dai macchinari delle stalle robotizzate, non è però sempre accessibile.

Normalmente è in una stanza isolata, chiusa da una porta automatica, accessibile soltanto in determinate occasioni. Il macchinario è reso fruibile alle bestie circa una volta la settimana, annunciato da una campanella che viene fatta squillare e che provoca un’euforia nelle orde; appena la sentono, gli animali, si precipitano euforici lungo il corridoio a ferro di cavallo che porta alla stanza della macchina: si accalcano all’entrata, incanalandosi in fila indiana lungo lo stretto passaggio, come se fossero stuoli di fedeli in processione verso un santuario.

Per quanto numerosi e smaniosi, grazie a un separatore a rulli situato a metà del corridoio, le bestie vengono separate dal branco e ognuna finisce per trovarsi di fronte alla porta d’accesso al macchinario da sola, in un momento che si potrebbe definire, in termini umani, di pura intimità.

Se l’animale sarà fortunato (l’apertura normalmente è totalmente casuale) potrà accedere alla stanza del gratificatore, in caso contrario, nolente, sarà sospinto oltre da una serie di cilindri di gomma piuma.
La nota curiosa della faccenda è che i maiali, incapaci di comprendere il perché la porta si apra o meno, ma al contempo memori delle proprie azioni, sviluppano ognuno una serie di comportamenti e gestualità rituali volti a propiziarsi la benevolenza della apertura sacra.

Per questo, nelle telecamere di sorveglianza, si vedono maiali che implorano con una zampa alzata dal suolo, altri che stanno sdraiati su un lato, alcuni seduti, che tamburellano il suolo con gli zoccoli, muovono la testa e ripetono ogni genere di azione che in passato stavano facendo quando furono ammessi al cospetto della macchina.

Il più delle volte però, indipendentemente dalle loro preghiere, quello che i porci ottengono è di dover lasciare il posto a un loro simile, situato oltre la porta a rulli e in attesa del proprio turno di supplica.

L’utilità pratica del macchinario ovviamente non è quella di rendere superstiziosi gli animali e si manifesta praticamente appena si devono smistare quest’ultimi, ad esempio quando alcuni individui vanno divisi da un’orda per essere spostati in un nuovo recinto.

In quei casi specifici i maiali non sono fatti entrare casualmente ma, tramite il riconoscimento via chip, sono ammessi nella stanza solo su invito del computer e, una volta dissetati dell’ambrosia del gratificatore, fatti uscire attraverso un nuovo corridoio. Essendo animali curiosi non è difficile convincerli ad esplorare la nuova via, soprattutto se dal fondo di questa giunge un profumo invitante, come quello che proviene dalle mangiatoie dei camion da trasporto.

Visite mediche straordinarie, quarantene, mostre, il gratificatore torna utile in tutte queste situazioni; c’è però un altro momento, una particolarissima situazione, in cui il macchinario dà davvero il suo meglio: il culmine del ciclo, l’istante verso cui è orientata l’intera procedura dell’allevamento, l’apoteosi dell’efficienza della macchina si tocca durante l’operazione finale. L’abbattimento.

Il cono del gratificatore non è solo un dispensatore di bontà gastronomiche ma anche un sistema automatico di elettrocuzione.

Quando il maiale infila il grugno e la testa all’interno del cappuccio, spingendo con forza per arrivare al nettare che si trova in fondo all’imbuto, se e solo se il mercato della carne lo richiede, una corrente da 320 volt viene fatta passare attraverso le sue tempie. Ciò manda fuori uso il bulbo dell’animale per 250 secondi, annientandone lo stato di coscienza, ma ne lascia al contempo attive le funzioni viscerali.

A quel punto la bestia è rovesciata su un tappeto rotante con un movimento di torsione del capo, trasportato da un rullo in 4.5 secondi all’interno di un macello mobile posto per l’occasione accanto alla stalla, sollevato per una gamba con un gancio e infilato in un cilindrico di film plastico pieghevole. All’interno di questo neoformato ambiente asettico e a prova d’odore, attraverso due rientranze a forma di guanto inserite di serie sul cilindro plastico che ospita l’animale svenuto, il porco viene sgozzato nella più totale igiene da un tecnico, mentre il cuore continua a pompare il sangue fuori dal corpo e questo viene raccolto da un aspiratore.

La pratica, anche se eseguita da un soggetto formato da poco, non richiede mai più di 47 secondi.

Alcuni trovano che sia proprio questo che li turba maggiormente del metodo Staghero: non solo gli animali si allevano e si ingrassano da soli, ma si gettano anche in braccio alla morte, finendo la loro vita in un attimo di attesa edonica, ingannati dalle proprie stesse aspettative.

Come dicono tutti i depliant però, si tratta di un processo assolutamente privo di stress per l’animale, che così vive felice e fornisce carni di primissima scelta.

Continua…

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