PERFETTO CONNUBIO TRA LA MUSICA E LE IDEE

napalm death

PERFETTO CONNUBIO TRA LA MUSICA E LE IDEE

Capita a volte, lasciando andare la mente libera per la propria strada che ci si ritrovi di colpo, senza volerlo, a pensare alle cose piu’ strane, e perchè no, a volte anche piu’ folli. Queste insane divagazioni, figlie dell’ingenuità adolescenziale e quindi prive di quelle malizie che solo l’uomo conosce, non fanno altro che gratificare l’attimo con la loro effimera delicatezza. Io non ho idea di cosa passi per la mente degli altri mentre vivono questi istanti di distacco dalla realtà, ma so per certo che accetto volentieri il viaggio che la mia mente mi propone e lascio che tutto vada come deve andare, senza opporre resistenze razionali.

 

napalm death

napalm death

Capita quindi che sfogliando mentalmente il catalogo delle nostre produzioni mi fermi a pensare a quale potrebbe essere l’ideale rappresentante delle nostre idee, il manifesto di quello che cerchiamo di comunicare, di quello che è alla base del nostro credo musicale ma anche di vita. E ogni volta che ci penso, inevitabilmente, il nome che mi si para davanti è sempre il solito: NAPALM DEATH.

La loro attitudine, semplice ma al tempo stesso complessa, figlia di un perfetto connubio tra idee ed azione, mi colpì immediatamente la prima volta che ebbi modo di vederli dal vivo, ma soprattutto di persona, a piedi tra le trafficate vie della periferia genovese in un settembre di trentadue anni fa. La loro contagiosa e spontanea loquacità, lontana dal music business al quale anni dopo dichiareranno guerra abbattè in un attimo gli sciocchi pregiudizi che vogliono i britannici freddi e poco inclini alla convivialità.

Il gruppo ideale dicevamo poco sopra. Ideale sì, va bene, ma ideale per che cosa o meglio in che senso? La risposta migliore nasce e muore in un semplice gioco di parole: ideale perchè legato ad un ideale. Niente di meno, niente di piu’. Nati come una band hardocre con un’atittudine anarcopunk danno vita ben presto ad un nuovo genere prendendosi la scena estrema e caricandosela sulle spalle per ben piu’ di un trentennio. Sono infatti ancora vivi ed attivi, in barba ai mediocri ed ai figli della venticinquesima ora (concetti che molto spesso coincidono alla perfezione) che si sono persi per strada mentre lorocontinuavano nella personalissima campagna di distruzione delle logiche strutture musicali.

Il loro personalissimo sound è stato ottimamente inquadrato con un una definizione che ci sentiamo di sposare al 100%, “un pericoloso viaggio attraverso il paesaggio suburbano della Gran Bretagna post industriale”, sintesi che rende concreto e quasi tangibile il loro approccio alla vita. Quella che negli anni è stata la critica piu’ immediata al grindcore, risulta invece essere uno dei punti di forza del genere. L’intransigente attacco sonoro additato come casuale e privo di senso nella realtà delle cose è invece quell’elemento in piu’ che spesso manca in altri frangenti. L’esasperazione della gutturalità del cantato, talvolta ridotta ad un grugnito primordiale, enfatizza infatti la carica di disperazione e di solitudine che emerge dalle trame sonore architettate dai ragazzi di Birmingham.

Le tematiche trattate nei testi traggono linfa ed ispirazione dalla situazione dell’Inghilterra di fine anni ottanta, nazione alle prese con un disagio sociale palpabile in cui la speculazione e la povertà, la rabbia delle classi meno abbienti, la discoccupazione da un lato e l’eccessiva industrializzazione dall’altro rendono ardua la giornata ai giovani britannici. In questo quadro si innesta la scelta originaria per il nome della band, vale a dire CIVIL DEFENCE, segno della loro vicinanza per il sottoproletariato, legame che non verrà mai meno, anzi, come testimonierà anni dopo il loro concerto in favore dei lavoratori delle miniere, si rafforzerà con il passare del tempo. La difesa cui ambiscono e fanno riferimento è quella per il movimento anarchico del tempo, la lotta quindi è contro le multinazionali globalizzanti che snaturano l’essere umano riducendolo ad un numero, contro l’uso degli animali da laboratorio, giusto per fare un paio di esempi.

E’ innegabile che la loro sia stata e sia tuttora una realtà fortemente politicizzata, ma, vista la loro forte connotazione nichilistica di matrice appunto anarchica che li spinge ad andare contro ogni tipo di modello precostituito, qualunque tentativo di inserirli nel calderone dei gruppi filocomunisti è un errore fatto volutamente in malafede.

Che cosa caratterizza i Napalm Death differenziandoli dalle altre band del settore? Crediamo che la loro combinazione tra i valori etici e la mancata adesione ai clichè musicali in primis, ma a seguire anche la commistione tra brutalità sonore e abbruttimento sociale che emerge dai testi siano elementi che giocano a loro favore, in modo crudo e senza compromessi.
Per fare un paragone irriverente ma contemporaneo, i Napalm Death sono dei macchinari in grado di sputare litri di veleno verbale sulla falsa riga dei moderni gangstarapper statunitensi, cambiano le metriche delle rime e di campionamenti ma il risultato finale ha lo stesso impatto. Degenerazione della società urbana, indiscriminato commercio delle armi, vivisezione, inquinamento ambientale, libertà sessuale e identità di genere sono solo alcuni degli elementi ricorrenti delle liriche attuali del gruppo. Tornando al passato invece, ed esaminando i primi due dischi, quelli per intenderci che i puristi del genere indicano come imprescindibili, troviamo la genesi del loro credo e della loro lotta. Dai testi si librano nell’aria vergate verbali contro il materialismo ed il capitalismo, la misoginia ed il sessismo, la religione.

Prima di chiudere il capitolo Napalm Death una curiosità ed un ricordo non possono mancare. La prima è quella legata alla nasciata del loro primo disco “Scum”, originariamente registrato ma soprattutto concepito come uno split per Manic Ears Rec. con gli Atavistic. Nel momento in cui la cosa salta non si perdono d’animo continuano a suonare e un anno dopo con la formazione che nel tempo era cambiata registrano il secondo lato e fanno uscire il disco con le due facciate tra loro non coincidenti temporalmente. Cosa impensabile nella moderna industria discografica, e che ancora una volta fa capire che la cosa piu’ importante sia sempre l’attitudine con cui ci si pone nel fare e nel pensare le cose.

Il ricordo invece è quello della prima volta che abbiamo avuto la fortuna di vederli dal vivo. Genova, 1990. tour di “Harmony Corruption” (disco che ha fatto storcere la bocca a molti ma che per noi resta un momento inarrivabile e forse – speriamo di no irripetibile della loro carriera), location – spartana ma funzionale, audience infuocata e grande voglia di divertirsi.

Uno stagediving continuo ed ininterrotto per tutto il tempo del concerto.

In alcuni momenti c’era piu’ gente sul palco che di sotto, con i cinque ND, divertiti forse piu’ di noi che si defiulavano all’indietro schiacciandosi sui Marshall lasciandoci ancora piu’ spazio per le nostre corse su e giu’ per il palco.

Marco Valenti
toten.info@gmail.com

Marco Valenti [La Spezia 1971] megadirettore galattico di Toten Schwan Records racconta i suoi deliri sul magazine aperiodico Tritacarne parla di musica nella sua rubrica "L'ora del lupo" su Fango Radio perde il suo tempo guardando vecchi incontri di wrestling

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