NOVEMBRE DUEMILAVENTUNO – CARTONGESSO

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CONFESSIONI DI UNA MASCHERA – NOVEMBRE DUEMILAVENTUNO
“CARTONGESSO”

Passano i giorni ma resta immutata la situazione sotto il cielo di un inverno che ancora pare non avere intenzione di mostrare il suo vero volto. Passano, e lasciano tutto invariato. Siamo ancora nel pieno di una confusione epocale in cui l’ignoranza regna sovrana. Basta guardarsi intorno, per rendersi conto che non ci sono segnali che possano farci pensare che il peggio ce lo siamo messi alle spalle. La strettissima attualità purtroppo non ci consente di affrontare argomenti che esulino dalle dinamiche cui siamo costretti da quasi due anni.

L’unica certezza sta nel fatto che a distanza di quasi ventiquattro mesi, da un punto di vista strettamente umano, siamo messi peggio di allora.

Di chi la colpa, non è una domanda a cui non siamo in grado di dare risposta. Preferiamo guardare alle conseguenze tangibili di ciò che è successo, e che continua ad accadere, in modo da cercare di non ripetere gli errori che costantemente riproponiamo con i nostri comportamenti. È difficile scrollarsi di dosso il peso di una situazione, che ci tiene legati a un momento storico, che nessuno avrebbe mai pensato di vivere, e che fino a pochi anni fa avremmo accettato solo come trama di un buon romanzo di fantascienza. E invece, non solo è tutto drammaticamente vero, ma è ancora (molto) lontano il momento in cui, come detto, potremo anche solo iniziare a dirci fuori da questo dramma.

Ciò che mi chiedo da diverso tempo a questa parte, è come poter ridurre i danni di una dicotomia che vedo ogni giorno sempre più arroccata sulle proprie posizioni, in una riproposizione laica delle guerre di religione che da sempre insanguinano il pianeta ad ogni latitudine. Solo che questa volta gli Dei non sono immaginari, ma reali. Siamo noi stessi ad esserci autoproclamati tali. E dall’alto della nostra intoccabile sapienza pontifichiamo tutto e il contrario di tutto. Anche contro evidenze che potrebbero smontare in un minuto la Babele di certezze che abbiamo edificato, convinti che nelle nostre vene scorra “il sangue dei giusti”.

Sono due gli episodi che, in questi giorni sempre più ameni, mi hanno portato a guardarmi dentro in cerca di una revisione delle mie convinzioni. Condizione che reputo necessaria per poter affrontare qualunque dinamica relazionale partendo da un punto di vista intellettualmente onesto.

Il primo episodio riguarda una conversazione che mi ha fatto molto riflettere, ben al di là del peso che al momento avevo dato alla cosa, a caldo. Si parlava di Green Pass e dell’utilità ai fini pratici del documento. Detto che il mio interlocutore si dichiara da sempre antifascista e che non perde occasione di ribadire questa sua posizione anche quando non richiesto (posizione che peraltro condivido), ho molto accusato il suo atteggiamento volto a ribadire l’utilità della certificazione verde come strumento per “rendere la vita difficile ai non vaccinati”. È qui che tutto muore dentro di me.

Nel momento in cui continuiamo a privilegiare il danno altrui alla costruzione di una piattaforma sociale che unisca anziché dividere. Oltretutto il principio che sta dietro ad una frase del genere sottintende un pensiero che discrimina chi la pensa in modo diverso da noi. E, cosa ancor peggiore, tende ad agire per attaccarlo. Per impedirgli di avere i nostri stessi diritti. Il peso di una conversazione che parta da questo presupposto (per me inaccettabile) mi ha ancora una volta ricondotto alla ricerca di una giustificazione che possa rendermi meno amara questa posizione. Il vero problema che torna nuovamente a riproporsi, è quello che sottolineo da tempo in questo spazio.

E cioè il rischio concreto di diventare ciò che vogliamo combattere. Se un antifascista ragiona in un modo apertamente discriminatorio, e quindi fascista, significa due cose: o che non si hanno le idee chiare quando ci si descrive, o che i veri fascisti siamo diventati noi. In entrambi i casi abbiamo sbagliato tutto. Se riesco io, che faccio l’infermiere da trent’anni, a capire che esiste la libertà di scelta in ambito sanitario e che pur non essendo d’accordo sulla logica accetto la legittimità di una posizione che stride con le mie convinzioni, possono farlo anche gli altri, antifascisti compresi. Il mio punto di vista non può e non deve essere univoco e valido anche per gli altri. Non posso pensare di imporre la mia idea in un ambito delicato come quello sanitario, nemmeno in nome di una presunta sicurezza sanitaria nazionale. Questa è una prevaricazione che non posso accettare.

Io, come professionista della salute, devo lasciare le mie idee al di fuori del mio ambito lavorativo e comportarmi in modo assolutamente identico indipendentemente da chi abbia di fronte, vaccinato o meno, allineato o non allineato alla strategia messa in atto dal governo per contrastare gli effetti dell’emergenza sanitaria. Quando mi prendo carico della salute di una persona non chiedo a chi ho di fronte per chi vota o come pensa di gestire la propria vita e l’educazione dei suoi figli. Faccio solo ciò che devo per mantenerlo in una condizione di salute accettabile e compatibile con la vita.

Per questo torno a ribadire che nel momento in cui dovessi ritrovarmi ad agire, sia sul piano professionale che su quello strettamente privato, umano, in modo da danneggiare chi non la pensa come me, mi sentirei come il peggiore dei miei nemici. Non trasformiamoci in ciò che detestiamo in nome di una giustizia sociale che forse alla fine nemmeno conosciamo.

La seconda sollecitazione che porto alla vostra attenzione riguarda invece una domanda che mi pongo da diverso tempo e cui ancora non sono riuscito a razionalizzare come vorrei. È stata la recente esultanza per il fallimento del disegno di legge Zan, da parte della stragrande maggioranza di coloro che dalle pagine virtuali di Telegram richiamano il popolo alla mobilitazione per la libertà, a farmi riflettere su due cose tra loro intimamente connesse.

Detto che, come ribadito più volte in questo spazio, l’introduzione del Green Pass non mi vede assolutamente d’accordo, per tutta una serie di motivi che sono più politici che sanitari, è però vero che rivendicare i propri diritti invocando la “libertà” e al tempo stesso festeggiare ai danni di chi i diritti li vede negati e che spesso non li ha mai avuti, è un qualcosa che stride davvero. Se la battaglia è per la libertà allora deve comprendere tutte le libertà negate, compresa quella di vivere la propria sessualità (e non ultime le disabilità) in modo da non doversi sentire in difetto sempre e comunque. Se si è libertari lo si è su tutta la linea, altrimenti abbiamo voglia di nascondere le nostre idee e le nostre azioni dietro alla libertà. Siamo in realtà quanto di più lontano da certe posizioni possa esserci. Riprendendo le tematiche dello scorso editoriale, come posso anche solo pensare di aderire ad una protesta anti-green pass che considero giusta, se poi però devo schierarmi gomito a gomito con chi trae soddisfazione per la mancata realizzazione di un percorso normativo volto a colmare un vuoto in materia di diritti inalienabili della persona?

Intimamente collegata è la riflessione che scaturisce da questa prima parte del ragionamento. E ci arrivo senza troppi giri di parole: perché su 10 persone che si schierano contro il covid-19, contro la gestione governativa dell’emergenza, contro la vaccinazione, contro quella che chiamano “narrazione” degli eventi, contro tutto ciò che è stato in pratica messo in atto, 9 di loro si collocano in un’area politica ben definita? È un caso se tutti coloro che si richiamano ad una storiografia legata ai vent’anni peggiori della storia del nostro paese siano fermamente convinti di questa loro posizione “contro”? E ancora, è un caso se tutti coloro che fanno parte di questa congrega di illuminati siano gli stessi che hanno festeggiato il fallimento del disegno di legge Zan? Sono davvero così ottusi? La risposta sembrerebbe scontata, ma è proprio questa facilità di deduzione che mi porta a cercare una spiegazione che vada al di là di questa semplice ed immediata conseguenza. Anche sforzandomi però non riesco a trovare una spiegazione che non mi riconduca al binomio “negazionista” uguale fascista. Il punto però, volendolo spostare, è che nel momento in cui cerco di andare oltre e di provare a capire quelle che sono (o che possono essere) le ragioni di questa loro idiosincrasia estesa ad ogni ambito della situazione post pandemica, non faccio che scontrarmi con un’ignoranza di fondo che risulta inammissibile. C’è nei loro pensieri e nei loro atteggiamenti “critici” una spavalderia e una certezza che i miei trent’anni di lavoro ospedaliero non mi permettono di avere. Le cose dunque stanno così: o sono io che per trenta anni non ho capito un cazzo oppure sono loro che credono di avere delle conoscenze che in realtà non possiedono. È brutto da dire, ma se fino a ieri parlavi solo di cartongesso non puoi oggi riscoprirti in grado di sostenere delle tesi di medicina senza un’adeguata preparazione e un’esperienza diretta. Ci sono ambiti che non possono essere “scoperti” da un giorno all’altro. Occorre sapersi collocare con la dovuta umiltà (e aggiungo intelligenza) nel proprio posto. Io che di meccanica non capisco un cazzo non mi sogno nemmeno di dire la mia quando si tratta di aprire il cofano di un’automobile, mi rimetto a chi ne capisce più di me, e lo stesso deve valere in caso opposto, non posso pensare che un meccanico si improvvisi esperto di medicina perché “si è informato su internet”. Va bene tutto, ma stiamo davvero esagerando. Occorre mettere un freno a questa deriva da “tuttologi”. Si rasenta veramente il ridicolo. E non voglio nemmeno scendere al livello di chi dice “il fratello del mio amico è un virologo che mi ha detto…”. No. Non mi interessa. Se questi sono i presupposti di un confronto per me non si inizia nemmeno.

C’è già abbastanza confusione così, non alimentiamola. Perché alla fine, occorre sottolineare che anche da parte del sottoscritto sia evidente come la gestione “mediatica” e quindi comunicativa dell’emergenza sia stata fallimentare.

Per cui se siamo d’accordo sul fatto che c’è già abbastanza casino così come ora, non peggioriamo la situazione con i nostri deliri da medici improvvisati. Bastano e avanzano i medici (talvolta davvero poco capaci) che abbiamo.

Per cui fatemi un favore, tornate al cartongesso. Io per la mia autovettura vado alla Ford.

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Marco Valenti
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Marco Valenti [La Spezia 1971] megadirettore galattico di Toten Schwan Records racconta i suoi deliri sul magazine aperiodico Tritacarne parla di musica nella sua rubrica "L'ora del lupo" su Fango Radio perde il suo tempo guardando vecchi incontri di wrestling

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