Il mercato delle indulgenze (Un’avventura del Detective Newton EP. 07)

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(Un’avventura del Detective Newton)

Di Pietro Rotelli

In mezzo alla piazza che doveva avere a una prima rapida analisi la superficie dell’equatore di Marte, c’era il Mercato delle Indulgenze.

Quel mercato era famoso in tutto quel quadrante, perché era possibile entrarvi da stupratore di droni e uscirne con la coscienza di un bimbo di tre cicli. Sempre che uno avesse l’adeguato conto in banca.

O che qualcuno garantisse per lui.

O che fosse interessato.

«Questo posto è agghiacciante, Osm. Ma se stiamo cercando un indizio, una traccia, una voce o un pettegolezzo, allora questo è il posto.» Lo disse sottolineando con enfasi la parola “posto”.

Camminavano (in realtà solo il Detective camminava, Osm svolazzava) l’uno dentro la sua toga e col cappuccio da pellegrino, l’altro con mini toga e riccioli posticci da putto.

«Dobbiamo trovare l’Oracolo Paciocco III. È il capo bastone di questa piazza, colui che regola il traffico, sia in entrata che in uscita. Una volta era un nostro informatore, giù alla centrale. Non proprio…» si corresse Curtis. «Diciamo che noi abbiamo spesso chiuso uno o due occhi sui suoi traffici in cambio di alcune indicazioni. Ecco. Comunque è lui che dobbiamo trovare.»

Continuarono a spostarsi in mezzo a quel marasma di droidi, semiorganici, organici, oloalias e Operatori che trafficavano e contrattavano. Ognuno in cerca di una indulgenza, ognuno in cerca di qualcosa che le sue tasche potessero comprare. Ma non solo. Quello era anche il posto in cui si trafficava di tutto, sotto banco, fra un ammicco e un sussurro, potevi procurarti una dose di Cybercrak senza compire un grosso sforzo. E lì, spesso, la polizia non arrivava: quella era terra consacrata, ed era giurisdizione del Vicariato.

«Ma che posto di merda. È il momento di aprire le danze, Curtis.» Osm voleva accelerare la faccenda, non gli piaceva affatto quel posto. Sterzò verso destra infilandosi in un piccolo condotto per l’acqua piovana. «Te vai avanti, mi puoi contattare tramite il tuo A.I.O.C. (Apparecchio Intelligente per Ogni Cosa). Ci incontriamo nella piazza principale fra due ore» e sparì.

Newton non ebbe neanche il tempo di replicare. Restò lì, piantato come un ebete a fissare il buco in cui era sparito il suo partner. Passato il momento dello sbigottimento il Detective Newton decise che era vero: doveva darsi una mossa.

Si infilò allora in un portone rattoppato, tramite il quale si accedeva a una cantina. Il locale era pieno di gente per lo più ubriaca che parlava a un volume altissimo nel vano tentativo di soverchiare il suono della musica. Curtis si avvicinò al bancone, fece un cenno col dito al barista (un tipaccio con meno denti che capelli, dall’incarnato cianotico e dagli occhi vitrei) che gli si fece vicino. Con fare complice Curtis gli sussurrò all’orecchio: «Cerco l’Oracolo. Ho offerte e domande.» Il barista lo fissò con questi suoi occhi disabitati a lungo, poi dette un cenno di vita, si girò e andò a confabulare con un tipo dalla pelle nera e grosso come un armadio. Il barista gli dava le spalle e lo indicava, l’altro gli stava di fronte e gli aveva piantato gli oggi in faccia senza mollarlo di un grado. L’armadio fece un cenno all’altro come a dire non ti preoccupare e si diresse verso il Detective che attendeva impazientemente giocherellando con un sottobicchiere che qualcuno aveva abbandonato sul bancone.

L’energumeno gli piantò la faccia a tre sentimenti dalla sua.

«C..eee.,z—ooi…»

«NON HO CAPITO!» urlò Curtis  il frastuono del locale non permetteva di sentire niente che non fosse urlato da un centimetro dall’orecchio, figuriamoci una frase detta in tono normale frontalmente.

«CHI CAZZO SEI!» urlò l’omone assestandogli un pugno in pieno petto che lo fece cadere al suolo con un sibilo, come fosse un pallone forato.

L’ultima cosa che Curtis vide, prima di perdere i sensi, fu l’armadio che lo afferrava per il bavero e se lo caricava sulle spalle. Poi si spense.

«Spero tu non gli abbia procurato danni permanenti, Coso.»

«Ho solo fatto quello che andava fatto.»

Le voci arrivavano dallo spazio siderale, a giudicare dalla eco che le seguiva e dal tono fievole con cui arrivavano al suo cervello.

Piano piano riaprì gli occhi e si trovò investito da una luce penetrante che gli impediva di mettere a fuoco qualsiasi altra cosa.

«Vedi, capo? Vivo. Ora capo contento? Ora Coso andare?»

«Non credo. Stai qui, mi servi ancora.» Le due voci si compensavano. Tanto era profonda e lenta la prima, tanto era veloce ed acuta la seconda. La prima la riconosceva, era quella del treno che gli aveva asportato lo sterno al bar. La seconda era la prima volta che la sentiva.

«Oh, ci sei?» Chiese la voce acuta.

Nella sua testa rispose: “Sì, chi siete, perché sono legato?” ma la sua bocca pronunciò una serie di suoni indefiniti ed approssimati.

«Cazzo, Coso. Ti avevo detto forse di renderlo invalido? Ero stato chiaro, no? Evidentemente no. Oppure te non capisci un cazzo. Ho detto: Portamelo qui che voglio parlarci. Mica ti ho chiesto di menomarlo… Poi perché è legato ora che ci penso? Che senso ha? Ma lo sai si o no che lavoro fa? Slegalo.»

Curtis sentì armeggiare di fianco alla sedia dove era seduto, poi una serie di bip e sfrigolii, infine la costrizione che lo immobilizzava incollato alla sedia cessò.

«Ora, riproviamo. Detective, ci sei?» la voce acuta adesso si era fatta più vicina.

«Porca puttana» fu la prima cosa che Curtis riuscì ad articolare.

«Che ho fatto?!»

«Fai domande. E si sa che a volte fare domande a seconda delle domande che si fanno può essere un hobby pericoloso.»

La faccia che Curtis aveva di fronte era piccola e giallognola, incorniciata da capelli e barba riccioli che si susseguivano senza soluzione di continuità, che non riuscivi a capire dove finissero i primi e dove cominciassero i secondi.

«E che domanda pericolosa avrei fat—

Curtis non fece in tempo a finire la domanda (sulla domanda) che una porta si spalancò, entrò un essere con la testa completamente cromata e con la voce altrettanto cromata che urlò: «Capo! Stanno arrivando!»

«In anticipo» rispose il capo «Tutti ai vostri posti.»

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