Mark Sultan Live

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Mark Sultan Live: LIVE REPORT “MARK SULTAN” – ROMA- 11 MAGGIO 2011- MUZAK. Sono solita archiviare i files di King Khan e soci sotto la voc...

LIVE REPORT “MARK SULTAN” – ROMA- 11 MAGGIO 2011- MUZAK.
Sono solita archiviare i files di King Khan e soci sotto la voce “Garage revival”, per una questione di comodità, quando invece chi conosce questo artista e le sue numerose collaborazioni sa benissimo che si tratta di qualcosa di molto più complicato, che non è facile liquidare sotto un’unica etichetta. L’idea di vedere dal vivo il suo compare Mark Sultan, aka BBQ, nonché ex membro di Spaceshit, di Los Sexareenos, Ding Dongs, e attualmente collaborante nel progetto “The Almighty Defenders” assieme al succitato King Kahn, e a membri dei Black Lips, mi ha messo in uno stato di trepidante attesa, dal momento che ci si può solo aspettare di tutto da un uomo da una creatività così strabordante.

MARK SULTAN LIVE

E’ dunque una non troppo calda sera di maggio che mi ritrovo, complice l’organizzazione Psych Out, davanti al Muzak, che con le sue proporzioni di caverna si presta benissimo ad accogliere certi primitivi dall’oltrespazio, come il sultano del garage punk di cui sopra.
L’intellighenzia dell’underground capitolino è al gran completo stasera, accorsa in massa per assistere all’esibizione di questo canadese di origini italiane ( Mark Antonio Pepe è il suo vero nome), stasera in veste di One Man Band, che con aria dimessa si aggira tra la folla, facendo attendere le nostre orecchie impazienti. Ad un tratto il cowboy solitario sale sul palco e imbraccia la chitarra, intonando un pezzo dal suo album solista “Sultanic verses”, dagli spiccati accenti garage rock, e r n b. Questo distinto signore dall’aria vintage perde il controllo quasi subito, e con rapide pennate si assesta su una dimensione più punk su cui spadroneggia, senza tralasciare il doo wop, che ha riportato in auge con il personaggio BBQ in struggenti ballads che mi catapultano in una romantica quanto acida atmosfera anni ’50.
Alcool e sudore e altri succhi non meglio identificati formano una foschia sopra le nostre teste, e più di una volta, a causa del mio equilibrio minato da litri di birra, rischio di crollare rovinosamente sulla cassa della batteria, ma scopro l’autentico significato del termine “parossismo” solo verso la fine, quando il ritmo si fa più serrato, salgono gli acuti e il pubblico è un’onda compatta che si muove a tempo con “Shake Real Low”.
A seguire il concerto, la Dead Music contribuisce a scaldare la situazione già incandescente con una pregiatissima selezione di dischi, amplificando la sensazione di avere addosso una pelle di leopardo che persiste da tutta la sera, mentre il “sultano” raccoglie i complimenti dei fans e delle fans, stasera numerose, con aria stanca. Scoprirò poi, leggendo il divertentissimo blog sul suo sito, che si è trattato del “peggior tour che lui abbia mai fatto” al punto quasi di “fargli passare la voglia di suonare”, ma ti assicuro, caro Mark, che hai dissimulato il disappunto alla perfezione, guadagnandoti di diritto un posto nel mio pantheon rock n roll.

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