le nostre guerre di alessandro dal lago

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(Editore Manifesto Libri)
Ancora, in una recente intervista, Massimo D’Alema ha rivendicato con orgoglio politico la scelta compiuta dal Governo Italiano da lui presieduto di partecipazione al conflitto nella ex Jugoslavia. Tale conflitto si risolse per l’Italia e le altre forze della NATO coinvolte in novantatré giorni di bombardamento a tappeto della città di Belgrado.

La guerra civile che indignava l’occidente e i suoi filosofi guerrieri si concentrava allora in Bosnia e in Kosovo. Gli ordini però partivano da Belgrado sede del governo Milosevic. Va da sé che la guerra la pagarono i cittadini di Belgrado tra cui un bel numero di profughi serbi del Kosovo, della Bosnia e della Krajna. Il nemico ovviamente è la dove risiedono i suoi sostenitori. Almeno fino a quando i “cittadini liberati” non si faranno fotografare in piazza ad abbattere le statue del dittatore di turno.

Le pagine di Dal Lago sono sconsolate e sconsolanti. Come sua tradizione il sociologo presta molta attenzione alle parole che si usano, disvelandone il lato tragico. Ad esempio la “guerra asimmetrica” traduzione di bombardamenti massicci sulla popolazione civile e rastrellamenti nelle città contro attentati, autobombe e rapimenti. Nel caso della ex Jugoslavia si potrebbe d’altra parte coniare il neologismo della non guerra, in quanto dalle autorità di Belgrado non venne nessuna risposta militare.

La strategia è la tecnica della guerra. Una discussione che può essere astrattamente e cinicamente tecnica ma all’interno della quale si sviluppano concezioni che riguardano il rapporto con se stessi, la propria cultura e la propria ideologia e di rimando il rapporto con i nemici di turno. Guerra asimmetrica quindi come concetto base per rimarcare una superiorità etica e morale nei confronti di un nemico il quale non è necessariamente esterno. Non perché si tratti in assoluto di guerra civile ma perché la globalizzazione dissemina insidie all’interno delle nostre fortezze occidentali. L’undici settembre diviene così la metafora di una strategia terroristica che colpisce il mondo libero perché troppo tollerante. La guerra continua quindi a bassa intensità contro i migranti, guerra culturale ma anche fisica (CPT, espulsioni, sospensione dei diritti) e diventa quindi il collante intrinseco di una politica che le destre occidentali combattono anche all’interno dei recinti elettorali.

La predisposizione alla guerra nasce con la culla della civiltà ateniese. E’ un dato culturale che è connesso allo sviluppo del nostro concetto democratico. E questa cultura sembra trascendere dagli aspetti classicamente economici o geopolitici. Il concetto di imperialismo, per altro mai nominato come tale da Dal Lago, non è al centro del discorso, ma saggiamente non è espulso tra le cause della guerra. La cultura della guerra si pone come traino allo sviluppo di una egemonia economica, ne è il senso iniziale, ne rappresenta il compimento. E questo il lato più allarmante dell’analisi di “Le nostre guerre”. Ci dice forse che una rivoluzione politica e economica contro il capitale non ci garantirà uno sviluppo pacifico e rispettoso delle culture e delle diversità. La storia ce lo ha già insegnato. Eppure il concetto non è scontato e neppure consolatorio.

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