juanio olasagarre-valigie impossibili.

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Edizioni Gran Via.
Donostia, l’agosto di circa dieci anni fa. In paese è festa, sul lungomare sotto una scogliera si tiene un concerto di musica popolare basca, sonorità mescolate tra punk e tradizione leggera. Tra balli scatenati e colossali bevute la gente sembra apprezzare. Ad un istante la musica si ferma, salgono sul palco alcuni ragazzi a volto scoperto, si impossessano del microfono e annunciano qualcosa in lingua basca, qualcosa per me turista italiano assolutamente incomprensibile. Il cantante e i musicisti sembrano impassibili. Poi srotolano un enorme striscione a forma di lenzuolo, su cui sta scritto in basco la loro rinuncia a servire le file dell’esercito spagnolo. Dal pubblico formato soprattutto di giovani si alza allora un coro di approvazione. Riparte la musica.

Nel libro ci sono due elementi che forniscono una trama narrativa da romanzo giallo. Un poliziotto con una cicatrice sul viso, e le valigie del titolo. Il poliziotto è dapprima un omosessuale che ha un breve incontro con uno dei quattro protagonisti del romanzo. Lo ritroveremo durante gli interrogatori della polizia quando una nascente cellula dell’Eta verrà stroncata sul nascere, causandone la diaspora. Poi una figura si muoverà furtiva in un parco di Londra al funerale di uno dei quattro protagonisti. Le valigie sono numerose vengono perse negli aeroporti, ciascuno porterà con se solo ricordi mentali.
I quattro ragazzi sono di un piccolo paese basco, militano nella sinistra nazionalista e entreranno nell’Eta. Poi si divideranno, riunendosi solo per il funerale di uno di loro trasferitosi a Londra.
Si tratta in realtà di una fuga molteplice, dal paese e dalla sua mentalità, dalla violenza politica, dagli amori impossibili. Harakin rimarrà intrappolato con un figlio down e il sogno dell’indipendenza a qualsiasi costo facendo il conto con i compagni. Fermin a Donostia con in tasca il sogno pacifista, Jexus Mari taglialegna nel ricordo dei suoi amori infelici, Baxter a morire a Londra dopo il sogno di una comune gay.

Nelle strade di Donostia la felicità per le feste sembra mescolarsi alle sirene della polizia. Ogni giorno due cortei reclamano l’indipendenza e il socialismo. Sui muri dei paesi vicini i murales inneggiano all’ETA e al suo partito di riferimento Herri Batasuna. Impossibile non riconoscere in quell’umanità, in quei cortei, la tua parte politica. Ma contemporaneamente qualcosa sfugge, il terrorismo, gli attentati, il nazionalismo.

Debitore del cinema come molta letteratura moderna, il libro sembra percorrere le strade di un certo manicheismo pacifista. Harakin appare come l’elemento negativo ma alla fine appare colto da dubbi, dimostra umanità. Rimangono sullo sfondo molti personaggi, forse troppi. Tra i monti brulli del paese basco e i muri di mattoni rossi della periferia londinese. Le ceneri di Baxter in un urna sembrano sul punto di perdersi, come forse si perderà il sogno dell’indipendenza basca. I personaggi ci indicano una via d’uscita, ma è una fuga. Sembra un film di Ken Loach, ma è diverso il finale.

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